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Giuseppina Rando. Il realismo crepuscolare di Maria Messina (1887-1944)
30 Maggio 2016
 

Chi ama la letteratura, vive di libri e crede che la pagina scritta possa essere insieme forza creatrice e denuncia sociale, spirito di preghiera e rintocco nel silenzio, può trovare nei romanzi di Maria Messina, la voce di una donna che ha saputo narrare – in stile semplice e vivace - la vita quotidiana della Sicilia del suo tempo: storie di donne nelle pieghe nascoste della cronaca, umili ragazze costrette ad affrontare le battaglie contro il dolore, la povertà, la solitudine, la malattia.

Come tutte le scrittrici vissute tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, anche la Messina è stata costretta a combattere contro censure e pregiudizi, conseguenze di un passato che discriminava le donne, lasciandole fuori da ogni forma di partecipazione sociale e collettiva. Questa antica esclusione ha determinato comportamenti sociali, subordinazione all'uomo ed anche abitudini linguistiche e letterarie.*

Sarebbe superfluo ricordare quanto l’educazione femminile di allora fosse generica, utilitaristica e generalmente molto breve: nella migliore delle ipotesi le bambine frequentavano la scuola fino a dodici, tredici anni e nella maggior parte dei casi, esse raggiungevano un livello minimo di scolarità o solo gli strumenti più elementari per leggere, scrivere e far di conto.

Secondo la concezione maschilista, le donne non necessitavano di un'istruzione come gli uomini, poiché i loro compiti si limitavano al governo dei figli e alla cura della famiglia e della casa. Era diffusa, quasi radicata la convinzione che l’istruzione, per le donne, fosse un pericolo…

Sulla vita di Maria Messina molto lo si apprende dalla testimonianza della nipote, Annie - figlia dell’unico fratello -, che la ricorda come «una giovane donna minuta con un visino pallido dai grandi occhi luminosi, incorniciato da una massa di capelli castani. La sua fragilità celava una forza d’animo non comune, la forza che le ci era voluta per denunciare, lei signorina di buona famiglia che avrebbe dovuto ignorare certe vergogne, quello che si celava dietro la facciata di case rispettabili, in cui la donna era tenuta in uno stato di soggezione prossimo alla schiavitù».

Nata ad Alimena (Palermo) il 14 marzo 1887, da Gaetano, maestro elementare, e da Gaetana Valenza Traina, esponente di una famiglia baronale, originaria di Prizzi, «bella e facoltosa, distrutta da un cattivo vento di sfortuna» (lettera a Verga), la scrittrice non frequentò alcuna scuola né seguì studi regolari; lesse solo con passione i libri di autori contemporanei che la madre e il fratello le procuravano. Da autodidatta, e perciò non formata a valutazioni letterarie, subì per molto tempo gli influssi più diversi: le sue letture si indirizzarono però più alla narrativa recente (per es. il russo Turghenev, che la Messina ricorda esplicitamente nella Casa nel vicolo) che ai classici dei quali nella sua opera non si riscontrano tracce. Della sua istruzione e della decadenza economica della famiglia materna, un tempo socialmente elevata, emerge un richiamo personale nella novella “Mandorle”: «E Bettina, trasognata, parve ascoltare la voce dei ricordi. Ricordi del tempo lontano, di quando studiava sola, con la guida d’una vecchia maestra, amica di casa, mentre tutti la canzonavano dandole della dottoressa. Stavano bene allora i genitori: Boscogrande non ancora venduto, tre libretti alla Cassa di Risparmio e niente paure di guerre, di epidemie, di miseria».

Maria condivise con l’unico fratello una prima giovinezza infelice, soprattutto per le incomprensioni tra i genitori, che ebbero delle ripercussioni sulla sua sensibilità di ragazza timida, chiusa e introversa.

Il suo unico piacere era la scrittura, nella quale trovava una ragione di vita e di riscatto.

La marginalità della provincia siciliana, i frequenti spostamenti per l’Italia a causa della professione del padre (divenuto ispettore scolastico) la reclusione tra le mura domestiche, il precoce insorgere della malattia (sclerosi multipla, diagnosticatale a soli vent’anni) non le impedirono però di pubblicare la prima raccolta di novelle (Pettini fini, edito dalla palermitana Sandron nel 1909) né le vietarono di inviare copia a Giovanni Verga che aveva esercitato sempre su di lei un grande fascino umano ed artistico. Il «grande catanese» rispose con «parole piene di benevolenza» che alimentarono «il coraggio di guardare avanti nel paese dei sogni e delle speranze», e mostrò simpatia, segnalando il nome della Messina a riviste (come l’inaccessibile Nuova antologia) e a molti editori.

Iniziò così, a distanza, il colloquio epistolare (1909-1914) tra la solitudine della scrittrice in erba e quella dell’«illustre ed amatissimo maestro» ormai anziano, avvertito da lei come una guida sicura, un «padre» da cui ricevere insegnamento e protezione, e al quale Maria aprì il suo animo rivelando ansie, timori e le incertezze di una umile scrittrice di provincia, con poca esperienza della società: «Sono vissuta sempre sola nella mia piccola famiglia; non sono andata neanche a scuola. I miei maestri sono stati mia madre, quand’ero piccola, e il mio unico ed amato fratello che mi ha additato un ideale. Sono dunque vissuta sola, pur non sentendo bisogno d’alcuno, restando un po’ selvatica, un po’ estranea alla vita, pure osservando la vita».

Scrivendo di umili personaggi, l’autrice dava sfogo anche alle proprie amarezze: «Certo li ho amati come una madre ama le sue creature. Non ho sofferto i loro dolori, ma ho sofferto. La mia è una di quelle storie troppo semplici, ma è tanto triste quanto le storie che non si raccontano!»

La singolare sensibilità, attraverso cui veniva filtrato il rapporto con il reale, conferì al “verismo” della Messina la cifra tipica della donna che la vita la osserva, ma non la vive e che riproduce nei tratti strutturali lo stile del Maestro.

E mentre si rafforzava in lei il gusto per la rappresentazione di un mondo provinciale, visto nelle sue caratteristiche particolari di costume, nel rispetto della poetica dell’impersonale, dell’impegno sociale, come del miglior Verismo, s’accrebbe anche l’interesse per il dramma interiore delle figure femminili delle sue narrazioni, palpitanti sempre di una risonanza autobiografica e una implicita volontà di denuncia del costume arretrato della provincia siciliana, dell’arcaica società piccolo borghese, chiusa nel cerchio di un perbenismo patetico e definita, nella novella Mandorle, «un mondo di meschine ambizioni, di falso orgoglio, di piccole relazioni sociali tra gente piccina e vanitosa, mondo di cartapesta, mondo di burattini». Basta ricordare u repito (le grida e le lacrime con cui le donne accompagnavano la dipartita di un congiunto esaltandone le doti e le virtù), il visito (la visita di condoglianze per tre giorni) e il lutto che le donne portavano spesso per tutta la vita: «Il suo viso pallido appariva sempre più triste; e triste era il vestito che portava già da tre anni per la morte di uno zio. Quel nero non sarebbe riuscita a toglierlo mai, perché tra tanti vecchi parenti vicini e lontani, le toccava di rinnovarlo per una nuova morte, quando non aveva finito di portarlo per una recente» (Gli ospiti).

Nelle pagine dei suoi libri però, a differenza degli scrittori veristi, non s’avverte la descrizione fredda e distaccata, ma palpita sempre la condivisione sofferta ai drammi dei vari personaggi femminili, la partecipazione alla sofferenza del “silenzio obbligato”, ai soffocati rimpianti.

La scrittrice non ama le grandiose scenografie, i colori accesi, preferisce i toni crepuscolari (...un cielo basso e scolorato, nubi chiare, un luce incerta che rischiara il cielo, una smorta luce del crepuscolo), si sofferma spesso sui linguaggi del corpo (rossori, palpitazioni, sorrisi) e scava nelle parole per dare voce a gesti appena percettibili, alle emozioni, ai desideri.

Secondo molti critici l’ambiente che fa da sfondo a tutte sue narrazioni, è quello di Mistretta, paese tra i monti Nebrodi della provincia di Messina, dove ella dimorò dai sedici ai ventidue anni: sei anni, sufficienti per imprimerle nel cuore e nella fantasia quel tanto da ispirarle novelle e romanzi che la critica del tempo considerò con grande attenzione.

Ada Negri la chiamò «sorella» e l’ammirò per quella «intuizione che ti conduce a misteriose profondità». Giuseppe Lipparini la definì una «eccellente promessa».

Giuseppe Antonio Borghese, pur considerandola «scolara del Verga», evidenziò: «Non sarebbe nemmeno giusto dire che ella abbia comune col Verga solo la materia del racconto e il metodo verista. V’è anche un’onestà d’arte che la fa degna del modello».

Leonardo Sciascia la paragonò a Katherine Mansfield, forse perché nei suoi racconti predominano, come nella scrittrice inglese, figure femminili di straordinaria sensibilità e intensità e, per primo, alzò il velo di silenzio che l’aveva segregata nell’oblio per mezzo secolo: si adoperò infatti, perché la casa editrice Sellerio ripubblicasse molte delle sue opere. Di queste esistono oggi versioni in francese, spagnolo e americano, ma certamente altre se ne aggiungeranno, visto che l’interesse per la Messina è sempre più in crescita. Diversi sono anche, infatti, gli studi e le pubblicazioni condotti in prevalenza da donne (Anna Maria Bonfiglio, Cristina Pausin, Maria Di Giovanna, Clotilde Barbarulli e Luciana Brandi, Elise Magistero) che in lei vedono, sia pure allo stato larvale, una sorta di antesignana di quel femminismo destinato a fermentare molti decenni dopo.

Si deve anche ammettere (purtroppo!) che se le nostre scrittrici italiane fossero state mosse dall’urgenza di rompere regole sociali, ribellandosi alle stratificazioni della loro sofferenza, non temendo lo scandalo delle ribellioni, stracciando il passato, avremmo avuto tante Gorge Sand nel panorama di una rinnovata letteratura femminile. La scrittrice francese, invece, rimane l’unico esempio di donna che alla sua narrativa oltre che alla sua vita, affidò un messaggio di sfida aperta e coraggiosa contro le convenzioni del tempo.

Melo Freni, scrittore e critico siciliano, disapprova anche certi comportamenti di oggi quando scrive: «C’è da esser severi contro il disinteresse delle donne che in tanti anni di rivendicazioni sociali si appiattiscono nella ripetizione di slogan politici quando, invece, la letteratura fornirebbe loro materia giusta da proporre».

Ai nostri giorni se ai lettori di una certa età Maria Messina può favorire la ricerca del tempo perduto e il viaggio della memoria verso un tempo antico, fatto di cose semplici, di voci, di profumi, di suoni (…certe volte nella notte si sentiva un tremulo accordo di chitarre. Le sere d’estate, nel vicoletto sedevano tutti a circolo coi vicini, discorrevano sotto il lampione e sempre era Melina che faceva sentire più alta fra tutte la sua voce dolce che pareva una musica…- da Le serenate-) ai giovani può far scoprire il fascino dei paesini di provincia, quelli dolcemente adagiati sulle pendici dei monti per liberarli dal dilagante conformismo che ha omologato dovunque la vita, può svelare loro la poesia dei “vicoli” e le atmosfere di quella pacata vivacità che la letteratura restituisce alla vita.

 

Giuseppina Rando

 

 

* Cfr. Clotilde Barbarulli - Luciana Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina, Editrice Luciana Tufani, Ferrara, 2001.


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