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Daniele Mutino, musicista, cantastorie, antropologo culturale ed etno­mu­si­co­lo­go e le sue esperienze di vita e di lavoro 
a cura di Maria Lanciotti
Daniele Mutino in un campo profughi in Albania al confine con il Kosovo, nel 2004
Daniele Mutino in un campo profughi in Albania al confine con il Kosovo, nel 2004 
02 Ottobre 2023
 

L’incontro con un disabile, con un ragazzo rom, con una persona segnata da gravi patologie psicotiche, con un immigrato in difficoltà, con un ragazzo che semplicemente si sente solo, con chiunque soffre una marginalità, o semplicemente soffre, è in questo senso una grande opportunità per noi stessi, per ricontattare nella nostra identità una dimensione più profondamente umana”

 

A partire dal Duemila ho lavorato in diverse situazioni dove ci si prendeva cura di persone portatrici di un disagio psico-fisico o sociale.

Per quanto riguarda il disagio sociale, ho lavorato come insegnante di musica con i ragazzi rom di diversi campi nomadi della capitale, in due progetti triennali; in entrambi i progetti l’insegnamento della musica aveva la finalità di favorire l’acquisizione di una disciplina di lavoro, come base metodologica utile per l’inserimento dei ragazzi rom nell’ambiente scolastico e, in prospettiva, in quello lavorativo.

I ragazzi rom all’inizio sono ostici, ma quando ti accettano e ti riconoscono ti aprono davvero il cuore; sono state esperienze belle, che hanno portato alla formazione di due piccole bande musicali, una chiamata Sarà banda e formata dai ragazzi rom del campo di via dei Gordiani, ed una chiamata Otiskuri formata sia da ragazzi rom del campo di via Candoni sia da ragazzi italiani di Corviale; con queste due piccole bande siamo andati a suonare in diverse manifestazioni, partecipando a rassegne anche importanti come i palchi di Intermundia a Piazza Vittorio e del Premio Fabrizio De André a Magliana.

Ancora oggi ho un rapporto di amicizia con alcuni di quei ragazzi, che nel frattempo sono diventati uomini.

Per alcuni mesi ho anche insegnato antropologia culturale ad un gruppo di donne extracomunitarie a Livorno, nell’ambito di un corso di formazione alla qualifica di “operatrice multiculturale” finanziato dal Fondo Europeo. In questo corso ho soprattutto svolto un lavoro sulle dinamiche dell’identità culturale, ed in particolare su come un’identità culturale possa essere fondamentalmente conservata pur nelle trasformazioni necessarie ad un processo di inserimento in un diverso mondo culturale; il corso si rivolgeva a ragazze provenienti dall’Africa e dall’America Latina che avevano, oltre che un’esigenza di formazione lavorativa, anche e soprattutto seri problemi personali d’inserimento culturale e sociale, alcune di loro nel seno delle proprie stesse famiglie, ed il lavoro di noi docenti era quello di fornire loro strumenti intellettuali per comprendere e gestire queste difficoltà, che poi erano della medesima natura di quelle che avrebbero dovuto gestire nella qualifica lavorativa a cui venivano formate.

Per quanto riguarda il disagio psico-fisico ho invece lavorato come etnomusicologo con i pazienti gravemente psicotici della ASL Napoli 3 di Pompei, vincendo un concorso per un progetto biennale che si proponeva di curare questi pazienti mediante un’attività musicale finalizzata ad inserirli nel mondo della musica tradizionale locale, in particolare nel circuito dei pellegrinaggi mariani incentrati sulla danza e il canto della tammurriata.

Il principio era quello che le patologie psicotiche, siccome nascono da un disagio dell’io, e l’io si percepisce sempre attraverso una relazione fondante con gli altri, devono essere curate anche attraverso le relazioni sociali; in questo senso la musica, in quanto attività sia di espressione sia di relazione, poteva avere un impatto terapeutico significativo, specie se contestualizzata in un microcosmo sociale di natura solidale e fortemente affettiva quale è il mondo tradizionale delle tammurriate, un mondo che si riunisce periodicamente in occasione dei pellegrinaggi rituali ai santuari mariani di quella zona della Campania. Si tratta, oltretutto, di un mondo che ha in sé un germe di accoglienza positiva verso chi è portatore di un’umanità diversa e marginale, come dimostra il ruolo fondamentale assunto nei pellegrinaggi dai “femminielli” e dagli zingari.

Ho anche effettuato dei periodi intensivi di lavoro come animatore musicale con prospettive musicoterapiche in alcuni centri con persone disabili, in Abruzzo e in provincia di Brescia, e, per due anni, ho preso parte regolarmente ai laboratori di pittura con i disabili della Comunità di Sant’Egidio.

Tutte attività impegnative, certamente, ma più che altro faticosa è stata la relazione con chi gestiva questi progetti, realtà che spesso sembravano fare di tutto per non farli funzionare veramente. La relazione con persone portatrici di un disagio, invece, è stata puntualmente, in ogni occasione, un’esperienza emozionante, e mi ha dato la percezione che la difficoltà, sia sociale sia psico-fisica, possa fornire qualcosa in più a chi ne è portatore, come se queste persone particolari, nella relazione affettiva con un’altra persona che si dedica a loro, riescano a liberare, ognuna a modo proprio, un’energia superiore a quella dei cosiddetti “normali”.

Ma forse siamo anche noi “normali” (certo per modo di dire…) che di fronte a persone così “diverse” riusciamo a sensibilizzare maggiormente i nostri canali emozionali ed affettivi, come se questi incontri fossero delle opportunità speciali per aprire il cuore e dare senso al nostro essere.

L’incontro con un disabile, con un ragazzo rom, con una persona segnata da gravi patologie psicotiche, con un immigrato in difficoltà, con un ragazzo che semplicemente si sente solo, con chiunque soffre una marginalità, o semplicemente soffre, è in questo senso una grande opportunità per noi stessi, per ricontattare nella nostra identità una dimensione più profondamente umana. E se ciò vale a livello individuale, c’è da chiedersi quanto possa valere a livello sociale e culturale in termini intellettuali, ossia a livello antropologico, sviluppando l’idea che l’incontro con lo scandalo della diversità possa essere a qualsiasi livello la chiave fondamentale di riscatto della Storia umana.

Come studente di etnomusicologia ed antropologia avevo ampiamente affrontato questo tipo di problematiche nella dimensione di condivisione sviluppata dal gruppo di dipartimento nell’università occupata, ma nel mio piano di studi mi ero poi occupato soprattutto di storia cantata nelle sue varie forme, approfondendo in particolare il mondo dei cantastorie siciliani del dopoguerra, su cui ho anche preparato una tesi di laurea in etnomusicologia.

Quando già avevo tutto il lavoro della tesi pronto, addirittura già stampato, ho però avuto una grave divergenza di opinioni con il professore con cui mi stavo laureando, che ha posto improvvisamente ed irrimediabilmente fine al nostro rapporto didattico.

Allora mi sono rivolto a Rodolfo Calpini, ricercatore presso la Facoltà di Filosofia, che era molto vicino ai noi studenti della Pantera.

Rodolfo Calpini mi ha fatto laureare nella cattedra di filosofia teoretica di Antonio Capizzi, con una nuova tesi su “Il concetto di alterità in antropologia culturale”. Così, a diversi anni dall’occupazione, mi sono trovato a studiare di nuovo approfonditamente il modo in cui l’Occidente ha costruito i propri parametri antropologici di concettualizzazione dell’Altro. In questo studio ho avuto come riferimento positivo l’etnologia della “presenza” di Ernesto De Martino e la “filosofia del dialogo” di Guido Calogero, trovandone anche una sintesi comune.

Quando mi sono laureato il problema del lavoro era già risolto da tempo con la musica e il teatro. Eppure sentii il bisogno di sviluppare ulteriormente le ricerche che avevo impostato nella tesi, e iniziai per questo a scrivere un libro di antropologia: per circa due anni appena potevo mi chiudevo in casa a scrivere con passione, rubando il tempo alla socialità e le notti al sonno. Partendo proprio dalla ricerca fatta per la tesi di laurea, cercavo di portare a compimento il senso dell’ultimo progetto incompiuto da Ernesto De Martino e pubblicato postumo dalla sua allieva Clara Gallini con il titolo di La fine del mondo – saggio sulle apocalissi culturali; di esso sviluppavo in particolare l’analisi di un mito apocalittico degli aborigeni australiani chiamato Kurangara, di cui avevano scritto anche Dario Sabbatucci e il suo allievo Marcello Massenzio.

Il libro che stavo scrivendo si sarebbe intitolato L’Altro oltre la fine – viaggio nella crisi dell’Occidente insieme a Ernesto De Martino, e voleva arrivare a dimostrare che, all’indomani dell’Olocausto, l’incontro critico ma dialogante con l’altro da sé, e con lo scandalo di cui questi è portatore, è l’unica via per la salvezza dell’identità umana.

Un progetto ambizioso, probabilmente troppo, e le vicende della vita, compreso il richiamo della musica, mi hanno portato ad abbandonarlo dopo aver scritto oltre quattrocentocinquanta pagine, riposte ora nelle memorie del mio computer in attesa di momenti migliori.

Questa mia ricerca mi ha però fornito uno stimolo, un input ideologico che mi ha portato, negli anni seguenti, a cercare di lavorare a contatto con i “diversi”.

Ma c’è di più.

Alcuni passi molto suggestivi scritti riguardo all’apocalisse cristiana dall’a-gnostico Ernesto De Martino mi avevano colpito profondamente, spingendomi a rileggere i Vangeli, ed è stato proprio in questa rilettura che ho incredibilmente trovato una risposta compiuta e chiara alla problematica dell’alterità e dell’identità su cui indagavo fin dai tempi dell’occupazione universitaria, quando ero immerso in un profondo anticlericalismo.

Nei Vangeli il mistero dell’incarnazione di Dio, che è al centro di tutta la Buona Novella, è incentrato proprio sull’attenzione e la considerazione dell’altra persona di fronte a noi, il “prossimo”, specie se quest’altra persona è anche il più debole, il più fragile: “Se accogliete uno di questi piccoli accogliete me, se accogliete me accogliete Colui che mi ha mandato”; o addirittura se quest’altra persona è colui che in assoluto più ci scandalizza e ci mette in difficoltà: “Amate i vostri nemici”.

Il doppio comandamento che Gesù indica come comandamento essenziale – “Ama il Signore Dio tuo che è nei Cieli con tutta la tua forza, la tua mente, il tuo cuore” e “Ama il prossimo tuo come te stesso” – instaura una triangolazione d’amore e di identità tra il sé, l’altro e Dio, in cui emerge come parametro preciso il senso del mistero dell’Incarnazione, attraverso la presenza di un Dio che proprio nei ‘prossimi’ prende forma per noi; in questa triangolazione l’amore per noi stessi, in tutta la nostra interezza (forza, mente e cuore), non si può esplicare che nella forma dell’amore per gli altri che incarnano ai nostri occhi la presenza stessa di Dio, origine dell’esistenza di ognuno di noi.

Di fatto, nella vita, anche se siamo persone solitarie, abbiamo sempre di fronte a noi qualcuno, il nostro ‘prossimo’, ed è la qualità della relazione che instauriamo con esso – specie con coloro che sono più difficili da accettare, quelli che ci mettono più in difficoltà – a consegnarci la chiave di una vita vissuta nel segno dell’amore o dell’egoismo, che poi vuol dire della salvezza o della perdizione.

Il Sé si rafforza in modo sano e vitale solo scomponendosi e ricomponendosi continuamente nell’incontro con l’Altro, e maggiore è lo scandalo dell’incontro, tanto più profondo è il processo di scomposizione e ricomposizione dell’identità, e quindi il bene che da questo processo l’identità stessa riceve.

Quel che mi sembra è che l’amore, di là delle parole, dei pietismi e delle stesse passioni, sia soprattutto un impegno intelligente ad ascoltare e rispettare l’Altro, sempre in termini critici e mai relativistici, considerandolo come uno specchio per comprendere criticamente e rispettare se stessi.

E questo secondo me vale a livello personale, ma vale anche a livello collettivo, in senso sociale e storico, come paradigma per il futuro dell’umanità.

Per questo il più indifendibile degli zingari, il più misero dei disabili, il più in difficoltà degli immigrati, e perfino il più acerrimo dei nostri nemici, racchiude in sé, nello scandalo che pone di fronte a noi, e nella difesa estrema che ne dobbiamo fare, il mistero della salvezza di tutto il nostro mondo, e la chiave per non ricadere negli orrori dell’Olocausto.

 

 

(da Storia di una cantastorieDaniele Mutino, una fisarmonica itinerante. Racconto intervista a cura di Maria Lanciotti, Edizioni Controluce 2014, seconda edizione riveduta e aggiornata 2018)


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