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Viaggio fra i serpenti magici
27 Maggio 2006
 

Ogni estate mio zio Roberto, grande burlone, lascia davanti alla porta di casa mia un cesto (caüagn) con dentro un orbettino vivo. Suona il campanello e se ne va. Quando apriamo la porta ci troviamo davanti il piccolo rettile che si dimena cercando d’uscire dal cesto. Le donne, creature fragili e suggestionabili, si spaventano e urlano dando allo zio, nascosto dietro la siepe, felicità per la bravata ben riuscita.

Che possente animale l’orbanella! Buono solo a terrorizzare il gentil sesso. Se gli ficchi un dito in bocca riesce appena a stringetelo senza neppure tagliarti. È cieco e utilissimo per l’orto. Non è velenoso ed è lungo circa 30 cm (le femmine arrivano anche a mezzo metro). Eppure le dicerie popolari, vedendo in ogni serpente la trasfigurazione del maligno, vogliono che sia la sola cecità dell’animale ad aver salvato il genere umano dall’estinzione: «se l’orbanella la ghe üedarìs, gna ‘n üm al ghe sarìs» (se l’orbanella ci vedesse non ci sarebbe neppure un uomo).

E quante leggende sono nate sui serpenti, ogni paese in Valtellina ha almeno un ofide magico!

A Berbenno c’è il giuèt. Una sorta di Medusa nostrana. Ne si trova testimonianza sia in un antico quadro, che nell’ancora lignea dell’altare della chiesa di San Gregorio di Polaggia (Berbenno), dove è raffigurata l’ostia fra due misteriosi animali squamosi. La struttura di San Gregorio sorse sulle rovine d’un vecchio castello di origine trecentesca detto “castrum Mongiardinus”, misteriosamente abbandonato (si dice che chi v’abitava fuggì terrorizzato dal giuèt!). Per raggiungere la chiesa si deve lasciare la Statale 38 all’altezza di S. Pietro di Berbenno, salire verso Berbenno e, nei pressi della chiesa maggiore, entrare nella frazione Polaggia. Continuando sulla via principale verso il Gaggio, all’uscita dal paese, sulla sinistra della strada si stacca una pista con fondo in cemento (via Della Puncia). Seguendola, dopo aver superato una fascia di vigneti, si giunge al poggio panoramico del monte Zardino (m 588), il luogo dove è ubicato l’edificio.

Lo storico Antonio Giussani scrisse della chiesa: «[…] è ben conservata per l’opera rinnovatrice dei fedeli Polaggini. In essa vi è un dipinto antico su tela, di grande valore, con cornice in legno intagliato, che ricorda l’antica leggenda dei serpenti fasciati con testa di bambino comparsi improvvisamente nel castello, causa di terrore nei castellani stessi, che abbandonarono l’abitazione».

Ma cos’è il giuèt? Per saperlo bisogna chiederlo ai più anziani, le memorie dell’antico immaginario collettivo. Il giuèt era un serpente con il potere d’ipnotizzare chi lo guardava negli occhi. Infestava i boschi fra Polaggia e Caldenno e si estinse improvvisamente alla consacrazione della chiesa di S. Gregorio. Aveva un corpo molto tozzo e squamoso, una decina di centimetri di diametro e circa settanta di lunghezza. Il muso era come quello di un bambino, le squame simili a fasce di stoffa chiara, anche se alcuni esemplari le avevano variopinte e in volto sembravano dei draghi. Era una creatura estremamente brutta, crudele ed efferata(!?): approfittava delle mucche al pascolo per succhiare dalle loro mammelle il latte, il suo principale nutrimento. Ma nel scegliere le sue prede, il giuèt non faceva distinzioni: una volta, si racconta, una donna di Polaggia lo scambiò per un bambino e lo allattò!

La sua esistenza, in passato mai messa in dubbio, era provata tramandando di generazione in generazione i nomi dei malcapitati che lo videro nei boschi e, sotto il suo incantesimo, caddero per giorni in un sonno profondo. Probabilmente il giuèt non era che la spiegazione popolare dell’epilessia (mal caduc) e la sua fama era prosperata con il diffondersi della malnutrizione e di conseguenza della malattia. Correnti di pensiero minoritarie sostengono che pure il fischio del giuèt, e non solo il suo sguardo, fosse in grado di ipnotizzare gli uomini.


Ma se andate in Val Caronno, sopra Piateda, udire i fischi è ben più pericoloso che a Berbenno! Infatti la valle è la dimora del basilisco, mostruoso ofide dalla cresta rossa e con le orbite degli occhi rotanti. Fu notato di sfuggita da qualcuno sui pascoli di Caronno, ma chi lo vide bene non poté più tornare a valle a raccontarlo! I pastori di Piateda ben sanno, infatti, che al terzo fischio del basilico, o anche semplicemente incrociandone lo sguardo, si cade a terra stecchiti! Un giorno lo scienziato Bruno Galli-Valerio fu l’inequivocabile testimone della sua esistenza…

«Nelle serate tranquille d’estate», scrive Bruno Galli-Valerio, «racconteremo le nostre avventure di montagna e di caccia, mentre la luna diffonde la sua bianca luce malinconica su tutta la vallata ed in lontananza brillano i ghiacciai del Disgrazia e del Bernina.

A poco a poco ciascuno avrà una leggenda da raccontare.

In primo luogo c’è la leggenda del “basilisco”, il serpente dalla cresta rossa, che si vede di tanto in tanto sui pascoli di Caronno.

L’hai mai visto? Domandai un giorno ad un pastore.

Sì, l’ho visto, rispose spalancando gli occhi, additando, tenendosi a rispettosa distanza, la bella vipera distesa dentro il mio cestino da erborista, in mezzo ai fiori dai colori brillanti, io l’ho visto come vedo questo serpente.

Ciò che il pastore diceva di vedere era il grande serpente dalla cresta di fuoco, dagli occhi ruotanti nelle orbite: il “basilisco”.

La cresta era almeno dello spessore d’un grosso dito.

L’aveva visto lui stesso lassù, tra i cespugli di rododendri nella valle di Caronno, potete immaginare il suo spavento.

Non aveva osato inseguirlo così come non osava toccare la mia vipera, nonostante fosse morta.

Non si sa mai!

Tutti gli altri pastori erano riuniti attorno a noi, gli occhi fissi sulla povera vipera, le orecchie tese all’ascolto del fantastico racconto del loro compagno.

A poco a poco, presi dalla suggestione delle sue parole, la mia vipera cresceva ai loro occhi, la cresta cominciò a manifestarsi sulla sua testa, una cresta ancora molto piccola, appena visibile, gli occhi cominciarono a ruotare nelle orbite... e l’anno dopo, tutti lassù raccontavano il fantastico fatto d’un grosso serpente dalla cresta rossa, che avevo abbattuto sulle pendici dello Scotes e che tutti avevano visto, gli occhi ancora spalancati, nel mio cestino da erborista!

La leggenda del “basilisco” era stata anche confermata per il fatto che non poteva essere messa in dubbio dai giovani pastori che ormai potevano testimoniare coi vecchi dell’esistenza di questa orribile bestia, là, al centro delle Alpi Orobie...

Un giorno o l’altro, mi prenderanno come testimone!»

(M. Amonini, Giovanni Bonomi. Guida Alpina, Biblioteca Civica di Piateda, Sondrio 1985, p. 27)

           

Enrico Benedetti


Foto allegate

Il tramonto sulle vette della Val Caronno visto dalla cresta del pizzo Meriggio (05/03/2006 h 18:30)
 
 
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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - ISSN 1124-1276 - R.O.C. N. 32755 LABOS Editrice
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