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Il flair del vecchio impero nei feuilletons di Theodor Herzl 
di Gabriella Rovagnati
28 Maggio 2013
 

Nel mondo dell’editoria tedesca si chiama Feuilleton (dal francese, ossia “foglietto”, perché inizialmente si trattava di una pagina sciolta allegata a un quotidiano) quella parte di ogni giornale che corrisponde grosso modo alla nostra terza pagina, ossia a quello spazio che è dedicato alla cultura, agli elzeviri, alle glosse, alle recensioni di libri o di mostre. Feuilletons sono poi definiti, per estensione del concetto, i pezzi che la pagina culturale contiene. Fra i grandi autori che, rimanendo nell’ambito delle lettere asburgiche dello scorso fin de siècle, sarebbero impensabili senza un’attività giornalistica di questo tipo, il nome che primo di tutti viene in mente è forse quello di Joseph Roth che, sempre attanagliata dalla penuria di denaro, usò il Feuilleton per pubblicare a puntate anche i suoi romanzi, non ultimo il suo più famoso: Radetzkymarsch [La marcia di Radetzky]. E naturalmente quello di Karl Kraus, che dalle pagine del suo periodico Die Fackel [La fiaccola], che uscì a Vienna fra il 1899 e il 1936, fustigò, con sempre vivace vena polemica e senza riguardi per nessuno, gli esponenti della politica e della cultura della Vienna liberale del tardo Ottocento, che con sarcasmo presentava tutti come lestofanti e rappresentanti di un perbenismo asservito ai centri di potere. Non meraviglia dunque che molti degli attacchi della Fackel avessero per bersaglio il giornale che invece era il portavoce del pensiero e dell’intellegentia della buona borghesia che, a detta di Kraus, usava la stampa come “mezzana”, ossia la Neue Freie Presse. Ovviamente c’era però anche chi andava orgoglioso di poter pubblicare su questo prestigioso giornale. Stefan Zweig ad esempio – che in seguito, da scrittore affermato, sarebbe stato oggetto di non pochi degli strali velenosi di Kraus – nel suo libro di memorie, Il mondo di ieri, descrive la fierezza da lui provata quando, ancora studente, era riuscito a piazzare un suo breve racconto proprio sul Feuilleton di questo foglio, da lui definito «l’oracolo dei miei avi e la dimora di quanti erano distinti sette volte con l’unguento». Era il 1901, e Zweig, che non aveva ancora vent’anni, descrive così il suo incontro con il redattore della pagina culturale, Theodor Herzl:

Era il primo uomo di formato storico mondiale di fronte al quale mi fossi mai trovato in vita mia – certo, senza saper che enorme rivolgimento la sua personalità era stata chiamata a operare nel destino del popolo ebraico e della storia del nostro tempo. La sua posizione allora era ancora contraddittoria e imprevedibile. Aveva cominciato con tentativi poetici, dimostrato precocemente di possedere uno splendido talento giornalistico e, prima come corrispondente da Parigi e poi come autore di Feuilletons per la Neue Freie Presse, era diventato un beniamino del pubblico viennese. I suoi articoli, ancor oggi affascinanti per la loro ricchezza di osservazioni acute e sagge, la loro grazia stilistica, il loro nobile charme, che sia nei pezzi divertenti sia in quelli critici non perdeva mai una certa qual innata distinzione, erano la cosa più colta che si riesca ad immaginarsi in ambito giornalistico e una delizia per quella città che aveva esercitato i propri sensi alle sottigliezze.

È questo Herzl meno noto, autore di Feuilletons, che ora il volume uscito per le cure del germanista Giuseppe Farese – il più noto studioso e traduttore di Arthur Schnitzler – rende accessibile al pubblico italiano. Certo, anche Farese, nella sua esauriente introduzione, sottolinea come il nome di Herzl sia più che altro legato alla sua proposta di un ritorno in massa degli Ebrei alla loro terra d’origine, la Palestina. Il progetto politico di Herzl, ideatore e fondatore del movimento sionista, da lui esposto in un pamphlet dal titolo Der Judenstaat [Lo Stato degli Ebrei], avrebbe avuto la sua realizzazione solo nel 1948, con la creazione dello Stato d’Israele. Ma il suo lavoro e il suo impegno di intellettuale, considerato a posteriori, andò tutto in quella direzione. Nato a Budapest nel 1860 negli ambienti della buona borghesia ebraica di cultura tedesca, Herzl, trasferitosi a Vienna a diciotto anni, pur iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza, fu subito enormemente attratto dalla letteratura. Benché abbia scritto anche un romanzo, Herzl coltivò soprattutto il sogno di imporsi come autore di teatro. Il più noto dei suoi drammi, Das neue Ghetto [Il nuovo ghetto], è però, a giudizio di Farese, interessante come lavoro propedeutico all’elaborazione del programma sionista, ma – come tutto il resto della produzione di Herzl in quest’ambito – mediocre nei risultati. Scrittore davvero di buon livello Herzl si dimostrò soltanto come autore di Feuilletons, di cui l’antologia di Farese presenta una gamma significativa. Suddiviso in otto sezioni, il volume offre una scelta di brani che trattano i temi più disparati e mostrano la grande attenzione al sociale di Herzl, ironico verso la classe abbiente, altezzosa e più o meno velatamente antisemita, e disposto a una sincera simpatia (nel senso etimologico del termine, di condivisione della sofferenza) nei confronti dei meno fortunati.

L’estate dei poveri, l’ultimo brano della sezione dedicata ai Bambini, descrive le frotte di mocciosi cenciosi che giocano scalzi su uno spiazzo disseminato di cocci di vetro sotto i piloni di una stazione della ferrovia cittadina, allora in periferia. Se si divertono tanto in quel “paradiso” che in verità è un inferno, conclude Herzl, ci si può facilmente immaginare in quali tuguri abitino, circondati da un numero troppo alto di fratellini e da madri tristi e perennemente incinte. In Il romanticismo dei poveri, della sezione Commedie, Herzl ribalta il concetto di truffa. Quello che giuridicamente è una malefatta, diventa fonte di sentimenti profondi per una povera cuoca, la quale viene sfruttata da un’amica che, per lettera, si spaccia per un soldato innamorato, perennemente bisognoso di denaro. La cuoca vive così la sua virtuale love story. Quando, dopo sette anni di sospiri ed esborsi, ridotta ormai sul lastrico, la cuoca scopre la truffa, denuncia sì l’amica imbrogliona, ma con quel gesto pone anche fine al suo romantico sogno d’amore. Fra le Atmosfere viennesi, il brano Domenica di luglio al Prater sembra confermare che nell’ansia dell’aspettativa sta il lato migliore di ogni vicenda, grande o minuscola che sia. Dopo un’attesa estenuante alla stazione di Heiligenstadt, quando si giunge alla meta, in questo caso il Prater, la delusione è inevitabile.

Oltre ai proletari e ai piccoli borghesi, non sfuggono alle acute osservazioni di Herzl neppure quanti invece appartengono al bel mondo, come nel brano Marmolada, una simpatica presa in giro dei ricchi borghesi di Vienna che, alla ricerca dell’esclusività, finiscono per prenotare tutti le vacanze nello stesso Hotel nelle Dolomiti. Accanto alla vecchia Vienna ci sono anche immagini di una Londra che non c’è più nei due pezzi accumunati dal titolo Immagini inglesi nella nebbia.

A scene metropolitane si alternano brani ambientati in provincia, per esempio Il mercato di Brünn (oggi Brno), dove i poveri comprano a prezzo ridotto il pane raffermo, trattano a lungo i prezzi della verdura e trascinano un’esistenza di stenti lavorando nelle fabbriche di stoffa: un piccolo mondo di reietti, la cui piccola comunità è sovrastata dalla fortezza dello Spielberg, grave della sua eredità storica.

Il battello letargico che da Vienna porta un gruppo di passeggeri in Ungheria (Il viaggio a Pest) si trasforma addirittura in una metafora dello stesso impero austro-ungarico, con la sua piramide sociale e la sua mescolanza di etnie e di lingue. Herzl lo descrive con la nostalgia di chi ricorda con rimpianto, ma senza sdolcinatezze, una realtà che ormai fa parte del passato.

Forse i brani più accattivanti del volume sono i due ultimi Racconti filosofici. Il primo, Il campanello a sinistra, traccia il destino di Wendelin che si trova a dover scegliere fra due porte identiche, senza sapere quale sia quella giusta per lui. Pur avendo scelto l’ingresso sbagliato, agli amici alla locanda racconta la propria vita come se avesse optato per l’altro, quello che lo avrebbe portato a diventare ricco e marito felice, mentre in verità è stato defraudato e abbandonato da una moglie avida e fedifraga. Gli occhiali, infine, è una meditazione in forma di lettera sul processo dell’invecchiare e sulla necessità di accettare di buon grado il venir meno del vigore fisico nella fase ultima della vita.

La fluida traduzione di Giuseppe Farese fa di questi brevi testi una godibilissima lettura.


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