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Gianfranco Cercone. “Il corriere – The mule” di Clint Eastwood
19 Febbraio 2019
 

Uno degli effetti di un'opera d'arte – ed è anche forse uno dei suoi compiti più nobili – è sconvolgere gli schemi attraverso i quali si è abituati a pensare la realtà. E mi riferisco, ad esempio, ai giudizi su chi è buono e chi è cattivo, su quali azioni siano giuste e quali sbagliate. Non che sia comunque erroneo emettere quei giudizi; ma un artista che ha presa sulla realtà, un'intuizione profonda della vita, dimostrerà inevitabilmente come i fatti e le persone siano più ambigue, più contradditorie, di quanto un moralismo schematico sia disposto ad ammettere.

Prendiamo, ad esempio, l'ultimo film di Clint Eastwood intitolato: Il corriere (ma il titolo originale è: “The mule”: il mulo).

Si racconta di un signore americano sui novant'anni; che per tutta la vita ha coltivato e venduto dei fiori; che fallisce, si vede pignorare il proprio stabilimento, la propria serra; e che, allora, accetta di trasportare sul suo camioncino, da uno stato all'altro degli Stati Uniti, per conto dei narcotrafficanti messicani, dei pacchi di cocaina, essendo lui, per la sua età avanzata, per la sua apparenza di uomo onesto, per le sue maniere educate e gioviali, un corriere ideale proprio perché insospettabile.

E lui si dedica al nuovo incarico con apprensione, perché presto si rende conto dei pericoli che la sua missione comporta, essendo tutt'altro che un vecchio svanito; ma anche con un animo leggero, con un entusiasmo da adolescente. Dopotutto si tratta di viaggiare, attraversando paesaggi a volte meravigliosi; fermandosi a mangiare degli ottimi burger nei locali migliori degli Stati Uniti; intrattenendosi con delle prostitute, anche due insieme, perché l'uomo, come si capisce, è tutt'altro che un puritano.

Ecco, allora, il primo schema in agguato nella mente dello spettatore: tanta leggerezza è riprovevole, e l'uomo finirà per rendersi conto, forse troppo tardi, della gravità del crimine che ha commesso, e sarà per questo punito. Ora, il film di Clint Eastwood non conferma e non smentisce questo cliché.

Alla resa dei conti, il crimine del protagonista non sarà assolto e nemmeno minimizzato, nella stessa coscienza del personaggio così come da un tribunale degli Stati Uniti. E tuttavia, la sua svagatezza, la sua vitalità, il suo gusto della battuta pronta, salace, suscitano un'irrimediabile simpatia, un senso di complicità nello spettatore, che è indotto a essere solidale con lui. Insomma: il personaggio è percepito innocente, anche quando commette atti indubbiamente colpevoli.

Ma c'è un'altra complicazione nel caso di vita raccontato dal film (e ispirato da un fatto di cronaca). L'uomo per tutta la sua vita aveva trascurato la sua famiglia, anteponendole i viaggi e la vita mondana. Il trasporto della droga gli consente di riparare ai torti commessi, perché con i proventi del malaffare potrà finanziare gli studi in un college di sua nipote, e poi la sua festa di matrimonio. Dunque: l'azione che lo perde, lo danna, è allo stesso tempo, da un altro punto di vista, quella che lo salva.

Insomma: il film di Clint Eastwood è prima di tutto un meraviglioso sberleffo alla rigidità dei giudizi morali; uno sberleffo che allo stesso tempo diverte e commuove.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 16 febbraio 2019
»»
QUI la scheda audio)



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