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Gianfranco Cercone. “Dogman” di Matteo Garrone
27 Maggio 2018
 

Si sente a volte qualificare un film come “visionario”.

Tra i possibili significati di questo termine, c'è, io credo, la capacità di scorgere oltre l'apparenza degli ambienti e delle persone, un'essenza, un significato profondo che sfugge allo sguardo comune e in virtù del quale quegli ambienti e quelle persone ci appaiono trasfigurati, li riscopriamo sotto una luce inedita, che ce li fa sembrare diversi da come eravamo abituati a percepirli.

Questa qualità, piuttosto rara, la si può ritrovare e apprezzare, a mio parere, in Dogman, il film di Matteo Garrone, presentato con successo al festival di Cannes, dove l'attore protagonista, Marcello Fonte, ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile.

Il film che, come si sa, è ispirato a un caso di cronaca nera avvenuto in un quartiere periferico di Roma, la Magliana, è stato girato in effetti dalle parti di Castel Volturno.

Ma l'ambiente, il quartiere, che ha un ruolo preponderante nel racconto, è un co-protagonista della vicenda, non ci appare romano, e sfugge a una collocazione geografica precisa. Visto com'è quasi in uno stato di trance, appare una terra di nessuno, un deserto, ma non perché disabitato dagli uomini, ma perché visibilmente abbandonato dai segni, dalle regole, della civiltà. L'immaginazione dei cinefili potrebbe ricollegarlo a certi paesi del Far West. Ma se lì la civiltà, ancora latitante, era però in via di costruzione, nel paese raccontato da Garrone è piuttosto in via di disfacimento, e l'atmosfera che regna è infatti di decadenza estrema, con un paragone: di un crepuscolo giunto ai limiti della notte.

Fatto sta che i rapporti tra gli uomini in quel pianeta si conformano ormai alla pura legge della foresta, al predominio del più forte. Il film suggerisce che quegli uomini sono simili ai cani, ma a quei pittbull da combattimento, resi feroci e isterici dalla vicinanza con i loro padroni.

La storia di Dogman rievoca alla lontana il caso cosiddetto del “Canaro”, vale a dire di un tolettatore per cani, angariato da un piccolo boss del quartiere, che dopo l'ennesimo sopruso subito, si vendica del suo carnefice, imprigionandolo in una gabbia per cani, seviziandolo e poi uccidendolo.

Nel film di Garrone l'assassino non sembra colto da un raptus di ferocia primordiale (come è forse accaduto nella realtà, almeno secondo il racconto, molto bello, che ne fece Vincenzo Cerami, in un libro intitolato Fattacci).

Il personaggio del film è un uomo gentile, delicato nel trattare con i cani, con una certa indole artistica (tanto che per il suo modo di acconciare i cagnolini vince un premio a un concorso di bellezza per cani); troppo remissivo (a lungo sembra mancargli anche quel tanto di aggressività necessaria alla sopravvivenza); il quale, vedendo spadroneggiare quel teppista, quel piccolo criminale, nel quartiere dove vive, senza che niente gli opponga resistenza, in un primo tempo cerca di diventare suo complice; ma poi, vedendosi tradito, si vendica, ma fino all'ultimo come contro la propria volontà, combattendo con se stesso, soltanto per non essere sottomesso fino a perdere, agli occhi suoi propri e della figlia bambina, ogni residuo di dignità.

In effetti la vicenda, come la racconta Garrone, è quasi la dimostrazione di un teorema: dimostra, cioè, che in un mondo in un cui è assente la Legge, in cui nessuno riesce più a fidarsi dello Stato e della polizia (tanto che, per liberarsi di quel prepotente, certi abitanti del quartiere non trovano altra soluzione che ricorrere a dei gangsters), in un mondo simile anche i più buoni, i più gentili, sono costretti a diventare feroci.

Gran parte della riuscita artistica del film è dovuta al personaggio del tolettatore che, senza nessuna forzatura dimostrativa, riesce ad apparire sempre credibile, sempre vero, in tutto il suo percorso narrativo, nella sua apparente trasformazione.

Ma il film ha anche il merito civile di far intravvedere nel frammento di periferia che racconta, la degenerazione, possibile o forse già in atto, di un intero paese.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 26 maggio 2018
»» QUI la scheda audio)


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