Partendo da una ormai lontana scelta di pittura iperrealista, Raffaella Formenti è arrivata ad elaborare un suo proprio originalissimo linguaggio, basato sull’assemblaggio nell’opera direttamente di pezzi di realtà del mondo della comunicazione commerciale. I suoi lavori attuali sono basati sul riciclo di scampoli di materiale pubblicitario, di imballaggi di merci da supermercato, strappi di immagini patinate da rotocalco (quelle già utilizzate dalla “poesia visiva” degli anni Sessanta per la sua “guerriglia semiologica”) lavorati con tecniche che vanno dal collage tanto amato dalle avanguardie storiche all’orientale origami: «io amo strappare - dice - Strappare affreschi quotidiani. Parole. Immagini. Materiali. Luoghi. Sovrapporli: affastellarli, o al contrario liberarli da ogni rumore che ne impedisca la “lettura”… strappo scatole e carte alle cose da buttare e le sovrappongo a se stesse in un nuovo racconto».
Nelle sue opere l’ammaliante promessa pubblicitaria di una opaca felicità consumistica diventa espressionistica macchia di colore, i contenitori di paradisi artificiali da supermarket, montati nell’opera a colpi di pennellate di colla, si fanno forma plastica «come un germinante corpo in crescita - sono parole sue - un frammento chiama l’altro e la colla li addensa in una forma in continua evoluzione, in un ennesimo strappo di presente».
Una scelta artistica che pone un “problema della realtà”, anche ora che siamo ormai oltre qualunque possibile “realismo”.
Ma, prima di tutto: quale realtà? «I piedi callosi e impolverati di un troppo umano San Matteo - dice Raffo - posti da Caravaggio in primo piano, furono scandalo: il soggetto reso in modo troppo «quotidiano», accorciando la distanza tra l’ideale e il sé, innesca una presenza destabilizzante che, come in un fiume carsico, percorre la Storia dell’Arte». Evidentemente la “realtà” che interessa Formenti non è quella dell’arte per l’arte, di un’arte che si nutre di sé stessa. La restituzione anche nell’immagine pittorica caravaggesca della polvere che stava sui piedi dei modelli in carne ed ossa usati dal pittore, parla di una “presa” dell’arte sulla realtà non edulcorata, non censurata, di una realtà resa in modo non consolatorio, non travisata socialmente. Allude ad un’arte che non emargina nulla: «lavoro sul MARGINALE - dice infatti - gesti, tempo e luoghi solitamente esclusi dallo sguardo»” e continua: «da tempo cornice e tavolozza sono esplose: sotto lo sguardo alchemico dell’artista ogni luogo, ogni materia del vivere sono soggetti a indagine. Non c’è oggetto, luogo, pensiero che non siano dilatabili con improbabili ottiche di lettura che alimentano la comunicazione» «ciò che più conta è contaminare lo sguardo ad adattarsi sul marginale e renderlo protagonista di un nuovo racconto».
Ma bisogna intendersi su questo “margine”, perché quello che è marginale nella tradizione artistica “alta”, è magari invece centrale nella quotidiana esperienza di vita di masse di persone. L’esperienza esistenziale fondamentale nell’arte di Raffaella Formenti è l’avventura flâneur del viaggio metropolitano, che inizia e finisce nel suo studio: «ho la malattia del viaggio, anche se spesso non mi muovo dallo studio, in cui porto la preda cartacea frutto del mio vagabondaggio: soprattutto depliants, volantini e scatti fotografici, che chiamo “strappi ambientali”. Ed è per amore del “viaggio metropolitano”, del guardare le città vivere, che ho trasformato il mio lavoro». Quella del vagabondaggio nella città è forse l’esperienza più tipica della modernità. Dal Baudelaire della Parigi ottocentesca al Kerouac del sogno americano, dal situazionismo pre-sessantottesco di Debord, fino al Wenders della trilogia del viaggio, perdersi nelle città, confondersi nelle loro masse, mescolarsi ai rituali ormai insensati della loro vita quotidiana, è l’avventura fondante lo status esistenziale della modernità. Il confronto con sé stessi nello specchio della massa informe dei propri simili l’unica forma possibile di straniante introspezione della modernità.
Ma nei nostri tempi postmoderni, l’avventura metropolitana è diventata un’avventura consumistica: «le stagioni hanno il ritmo dei saldi, dei cambi di vetrina, il colore dei prodotti solari e degli articoli di fine serie». Le parole consumate della pubblicità sono «come sabbia di clessidra». Quello che rimane, dopo il rientro a tana dopo l’avventura metropolitana, è materiale da riciclo: «il mio studio - è sempre Raffo che parla - è una discarica nella quale riciclo in prodotti scaduti gli ingombri che mi occludono i pensieri». Tutto questo fino a tradurre con ironia in linguaggio consumistico il montaliano «non domandarci la formula che mondi possa aprirti/ si qualche storta sillaba e secca come un ramo./ Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», che Raffo riscrive in un: «cado distratta in un’occhiata di fessura dentro agli scavi celati dalla staccionata di pubblicità, una voragine come di gengiva scavata denuda gli strati costruttivi di un fianco di casa cadente. Un dente divelto, estirpato, e al suo posto un nuovo palazzo di specchi e formiche, tra carte e computers. Domani. Lo dice il cartello che loca. Elogia i vantaggi d’acquisto di un dente di smalto laccato, garanzia di sorriso. E sorrido. Di tutta una via, di scritte e prodotti, ho cercato con gli occhi soltanto qualcosa che apra la vista su ciò che non c’è. E tra queste parole».
È questa la “realtà” che sta alla base e dà senso all’arte di Raffaella Formenti: la realtà della onnipresenza soffocante della merce: «ho “genitori” ormai antichi - dice Raffo - in tutti coloro che, da Picasso in poi, hanno introdotto nella loro ricerca direttamente l’oggetto in sé e non più la rappresentazione di esso. E di oggetti mi nutro e con essi cerco di dire cose attinenti all’oggi». Ma i suoi sono oggetti che, a ben voler vedere, non nascondono il loro arcano: l’arcano della merce, che è condensazione di lavoro umano, emanante una sua socialità, seppur alienata: «la pubblicità raccolta, come le parole perse, diventano colore imprigionato nella follia produttiva: migliaia di scatoline come tessere di mosaico, composto da quelle mani nascoste e sottopagate che passano l’intera vita a ripetere un gesto di produzione mai visto ne considerato». Ma il consumo per eccellenza dei nostri tempi è il consumo di comunicazione, una comunicazione universalmente commerciale, scheletro e trama di ogni altro consumo. Un consumo al cubo: consumo di una comunicazione che spinge al consumo: «Ridondanza di rumore pubblicitario - dice Raffo -stato continuo di connessione senza reale comunicazione, navigazione a vista tra rebus e offerte speciali. Cultura-prodotto da saldo di fine stagione?» Ed il misurarsi con questo rumore di fondo pubblicitario, servirsene reinventandolo come pelle delle sue opere è la scelta basilare del suo lavoro: «invertendo l’ordine dei fattori - dice - cambia il senso di marcia e i perché del fare…Ho iniziato quasi in modo meccanico ad archiviare foglio dopo foglio inutili pagine di una rivista qualsiasi, ripiegandone il contenuto su se stesso fino a ridurlo a un microfilm illeggibile di cui solo si intuisce lo scorrere. La colla, come gelatina fotografica, fissa il gesto di uno sguardo consumante senza attenzione. Giusto uno scorrere lungo le linee ordinate di parole, composte in griglie d’impaginazione che ne rendono fruibile la lettura. Ne sequestro l’inchiostro vanificandone la forma in un’archiviazione senza consulto possibile. Il suo tempo è già stato. Nel rapido scorrere delle rotative, nell’impaginarsi sequenziale, nello sfogliarsi autunnale sotto lo sguardo da messa in piega. Ho iniziato a trascrivere come un amanuense goloso testi di filosofia sui rotoli delle calcolatrici, strappare parole a colpi di pennello intriso nella colla per farne un’archiviazione illeggibile, a piegare depliants pubblicitari in quelli che io chiamo pixel, tessere di mosaico in carta che con un pizzico di ironia riscrivono nella materia il mondo virtuale di internet… Ho voluto armarmi dei gesti più diretti, elementari, privi delle grandi elaborazioni tecniche che spesso sono solo camuffamenti virtuosi alla mancanza di nuovi contenuti».
L’assemblaggio di materiali di scarto e di scampoli di comunicazione dentro l’opera d’arte ha ormai una sua classicità nell’arte d’avanguardia del XX secolo: dai fogli di giornale incollati sulla tela e ricoperti di colore da futuristi e cubisti, ai manifesti strappati da Rotella ai tabelloni cinematografici per rimontarli nelle sue opere come labile frammento di una moderna mitologia. Il castello incartato di Raffaella Formenti ha dunque una sua nobilissima ascendenza nell’arte novecentesca, ma anche una sua irriducibile originalità nell’andare oltre questa tradizione moderna, usando dépliants pubblicitari, colla e spirito d’ironia per cogliere il senso del post-moderno nell’ipertrofico consumo prima di tutto di comunicazione nella società d’oggi.
«Il mio fare arte non è ricerca formale - dice - non è inseguire l’innovazione: è forse più un’attitudine che ridisegna ogni gesto del vivere». Il sogno di ogni avanguardia: reinventare la vita (cambiare la realtà).
Roberto Antolini
www.raffo.3000.it – raffo.nita@tin.it
Raffaella Formenti collabora a Tellus. È presente nel numero 26, Vite con ribellioni: "La ribellione della flâneuse Raffaella Formenti" con un'incisiva sezione sulla sua produzione artistica e letteraria. Nel catalogo Raffaella Formenti, 2002, Dativo Edizioni, per la mostra alla Galleria Peccolo di Livorno, Claudio Di Scalzo ha scritto "Abbecedario, partendo dall'inizio, Raffonita".
Sul web, in www.vaol.it, sezione "Fuoriquadro" (Archivio): "Raffaella Formenti. Mostra personale: 24 aprile 2005"; "Raffaella Formenti ovvero come rovesciare il feticismo delle merci".