L’otto dicembre nella Sala G. Carducci di Madesimo sarà inaugurata la mostra del chiavennasco Paolo De Stefani “Essenza d’assoluto” a cura di Claudio Di Scalzo. Il titolo della mostra rimanda alla ricerca pittorica e anche scultorea di Paolo De Stefani, che s’inquadra nel continente dell’astrattismo pur con evidenti nervature poetiche legate ai luoghi e alle appartenenze alpine. I contrasti fra il bianco e il nero, come roccia e cielo, movimento e stasi; le sovrapposizioni di carte monocrome che in lenta sedimentazione possono somigliare a lastre di rocce semplici e potenti insieme. L’assoluto in queste opere si giustifica con il richiamo ad archetipi del linguaggio che poi il pittore decanta e riduce a simbolo: come nei “Libri” neri e alchemici intrisi di strisce accennate di colore; o nelle opere chiamate “gotiche” per il nero che si modula in guglie e pinnacoli. Poi le sculture, ottenute con magistrale senso inventivo con carte intrise di colore e poi fissate su dei supporti, che sembrano piccoli monoliti provenienti da qualche altra realtà: magari sognata, magari spaziale. Insomma una mostra che il pittore, scegliendo Madesimo, tenta di coordinare come riassuntiva della sua ricerca in atto. E giustamente vuole che siano i suoi conterranei i primi a goderne gli esiti, in attesa di essere ospitata nelle grandi città ed esser riprodotta nei cataloghi.
Sede Mostra: Madesimo, Sala Giosuè Carducci
Inaugurazione: Venerdì 8 dicembre 2006, alle ore 18:00
Durata mostra: 8-9-10 dicembre / 24 dicembre-7 gennaio
Cura della mostra: Claudio Di Scalzo che firma anche una breve presentazione
Nota biografica di Paolo De Stefani. Il pittore nasce a Chiavenna nel 1969 dove attualmente vive ed ha lo studio. Nel 1997 ha tenuto a Chiavenna la sua prima mostra curata da Anna Caterina Bellati. Già alla fine degli anni novanta la ricerca di Paolo De Stefani fa emergere elementi di minimalismo e di concettuale. Nel 1999 Franco Monteforte cura una sua mostra a Morbegno. Nel 2000 arrivano le teche, le sovrapposizioni, gli esperimenti scultorei ricavati da materiale cartonato e intrise di smalti. Nel maggio 2001 espone a Milano per la cura di Donatella Micault alla Galleria Santabarbara e successivamente, nel 2002, espone nella Sala Segantini a Savognin. Altre tappe diventano Locarno, Poschiavo, Sondrio.
Essenza d’Assoluto
Paolo De Stefani ha un rapporto ascetico con la sua arte. Ricorda certo monachesimo francescano che dialogava con l’assoluto, partendo dagli elementi primari dell’esistenza come lo stelo del fiore stagliato nel prato, soltanto che il suo dizionario essenziale ha scansioni in bianco e nero per dialogare con il mistero dello spazio catturato con rigorosa e poetica astrazione. Ecco allora una grafica che sembra fondare, essa particella del tutto, il suo minimale ruolo nel reggere la bellezza metafisica dell’universo; o le carte che si moltiplicano dentro la costrizione di diagonali in una progressione che adombra la freccia del tempo mentre si consuma; e quando l’idea del pittore esce dalla cornice del quadro propone la forma nella sua dinamica di tassello di carta colorata, in attesa – spugnosa – della contemplazione di noi visitatori, per sorprenderci, dato che sta, con elementi semplici ma forse miracolosi, reinventando l’ipotesi di scultura.
Antologia Critica
Su Paolo De Stefani ha scritto un interessante articolo Dome Bulfaro dell’associazione OTIP- SO (Osservatorio giovani talenti in provincia di Sondrio) per la rubrica “Il piccolo Giotto” sul mensile ‘L Gazetin nel febbraio 2004 suggerendo di dedicargli la copertina.
QUEL MOTO OPPOSTO… RELATIVAMENTE ASSOLUTO
Tensioni critiche sulle “sequenze” di Paolo De Stefani
C’è un moto che ci sprofonda nella materia ed uno che ci innalza verso la compiutezza dell’ideale.
C’è un materiale privilegiato, il ritaglio di carta, di una leggerezza estrema, che compresso in risme con altri mille, genera un rilievo plastico massivo. C’è una forma, costituita di pieno e vuoto, che trova nella scansione in teche modulari il rigore della razionalità e nel segno gestuale il vigore dell’irrazionalità. Infine, come a suggellare la dialettica fra tesi e antitesi, c’è l’arte, quale misteriosa sintesi della tensione fra ciò che l’uomo unisce e ciò che l’uomo separa.
Le opere di Paolo De Stefani si caratterizzano – dal primo significativo debutto artistico avvenuto nel 1999 con la mostra “Società reale, società ideale”, passando per il ciclo “sequenze”, avviate nel 2000, fino alle recenti sculture in cartone – per questo moto opposto che non azzera o elide le parti; l’una rilancia l’altra senza che mai la prova di forza si risolva in modo definitivo in favore di una delle due.
Ne consegue una destabilizzazione di tutte le certezze, una lotta che filosoficamente passa per Platone ed Hegel fino ad incontrare il “pensiero debole” di Vattimo, dove tutto l’accadere è relativamente assoluto. L’instabilità, tuttavia, ci costringe all’intelligenza e magnetizza i nostri sensi, primi fra tutti la vista ed il tatto, dentro polittici di letture irriducibili.
Al carattere entropico della composizione fa da contrappeso una raffinata pulizia formale che offre un’occhiata in filigrana delle “sequenze” proposte: come se tra le nostre mani scorressero i fotogrammi di una pellicola (V. Eggeling e H. Richter – cfr. ill.) e ci fossero svelati i segreti ritmici che agitarono l’animo dell’artista nel momento in cui l’opera fu realizzata.
Se il materiale cartaceo viene strappato, combusto, macerato, pestato, asciugato, incollato, dipinto, la composizione viene calibrata nelle altezze dei sottosquadri, soppesata nei rapporti di equilibrio fra gli elementi in campo, serializzata nelle sue scansioni ritmiche. Nasce, da questa metodologia per opposizioni, una serie di ossimori formali e concettuali che generano una catena di cortocircuiti che minano alla base qualsiasi tentativo di definire con precisione, incasellare le opere di Paolo De Stefani. Sono pitture o sculture? Il nero e il bianco sono pieno o vuoto? Sono materia o non materia? Questi enigmi, proprio perché destinati a restare irrisolti, conferiscono fascino all’opera esercitando sul fruitore un potere persuasivo che lo attraversa dall’esterno all’interno e lo convince della qualità che ha di fronte. In effetti, la lettura frontale di fogli compressi ed esposti di taglio su cui si raggrumano accenti di colore, trovano un corrispondente visivo in certe microscopie di legno (cfr. microfoto di legno), quasi che le opere di De Stefani restituissero in macro l’essenza celata nel micro. Quasi che l’arte fosse una delle rare occasioni per restituire al mondo, reale ed ideale insieme, le immagini della propria mutevole interiorità.
Il percorso artistico di Paolo De Stefani è senz’altro, tra quelli fino ad oggi monitorati nella provincia di Sondrio, uno dei più convincenti. L’opera dimostra di aver assimilato, almeno visivamente, le lezioni dei maestri dell’astrattismo delle avanguardie storiche e quelle degli artisti degli anni ’50 e ’60; tempi in cui c’erano figure critiche di riferimento del calibro di Umberto Eco e Gillo Dorfles, e l’arte si mangiava e beveva come oggi si guarda la tv e si discute di ciò che non c’è.
Per restare solo in Italia si potrebbero trovare collegamenti tra l’opera di De Stefani e artisti come Burri e Fontana, Mastroianni ed i fratelli Pomodoro, il Gruppo T e l’Arte Povera, Somaini ed il pittore Emilio Scanavino (non a caso in studio c’era un catalogo di Mathieu, come Scanavino artista di area informale) ma credo sia meglio, nello spazio a noi riservato, rilevare come in provincia di Sondrio ci sia ormai un gruppo di giovani artisti formati che hanno intrapreso le strade più ostiche dell’arte, tanto più se si tratta di arte astratta, a cui manca da tempo una nuova fiorente stagione artistica.
Credo ci siano oggi tutte le premesse e le potenzialità perché ciò possa avvenire qui, in questo territorio, e Otip-So, l’Osservatorio Talenti in Provincia di Sondrio, non resterà, certamente e come sempre, solo a guardare!