Intervento di Franco Pullia su L'Opinione
Non sono pochi i paesi nel mondo in cui, nonostante si sia entrati nel terzo millennio, seguire le proprie convinzioni religiose possa costare pesantissime limitazioni, se non addirittura la vita. In Cina l’esercizio della libertà religiosa è soggetta a restrizioni arbitrarie. La repressione è attuata nei confronti di movimenti religiosi o spirituali non autorizzati dallo stato, come se uno stato possa dettare legge su questioni attinenti alle coscienze individuali. Nel libro Mao, la storia sconosciuta di Chiang Jung e Jon Halliday, edito in Italia da Longanesi, si conferma che per dividere i cristiani il sanguinario dittatore comunista non avesse esitato ad accusare i vescovi fedeli al Papa di essere spie al soldo dello straniero. Volle persino che fosse costituita una “Chiesa patriottica”, staccata da Roma e sottomessa al regime. Nel contempo vescovi, sacerdoti, fedeli cattolici furono arrestati, costretti a vivere in clandestinità e in qualche caso uccisi. Il vescovo di Shanghai, Kung, venne arrestato e torturato, sbattuto per trent’anni in prigione insieme a laici e sacerdoti, tra cui Padre Tsang, internato in un ospedale dove fu percosso fino alla morte. Padre Sun, della Congregazione dei Lazzaristi, fu ucciso allo stesso modo mentre il trappista padre Shih, rimase appeso per i polsi per sei giorni fino alla morte, avvenuta tra sofferenze indicibili.
Dopo la repressione seguita alla rivolta di Tienanmen nel 1989, il governo comunista ha calcato ancora più la mano contro i cristiani. Il vescovo di Canton, mons. Tang Yin Ming, e padre Tan Tiande hanno dovuto subire orribili torture e decine di anni di carcere duro. Un numero incalcolabile di cristiani cinesi rischia ogni giorno la libertà e la stessa vita per la loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa. Chi riesce a fuggire dall’inferno della Corea del Nord fornisce informazioni agghiaccianti relative alla persecuzione di protestanti, cattolici, buddisti e membri di chiese cristiane clandestine. Si viene imprigionati, picchiati, torturati, uccisi per aver letto la Bibbia e predicato il dettato evangelico o avere avuto legami con gruppi religiosi operanti oltre il confine con la Cina.
Dal 1953, anno in cui è salito al potere il regime comunista, sono scomparsi nel nulla trecentomila cristiani. Non ci sono più suore, né sacerdoti. Nel Myanmar (ex Birmania), retto da una giunta militare comunista, sono state confiscate le scuole cattoliche e ai cristiani è negato l'accesso agli incarichi pubblici.
In Vietnam il controllo governativo sulla vita dei cristiani è rigidissimo. Nel febbraio 2005 il primo ministro, in seguito alle pressioni internazionali, ha adottato un decreto che vieta l’abiura forzata della propria fede e allenterebbe le restrizioni per le organizzazioni cristiane di registrarsi presso il governo. Le attività religiose restano, però, di fatto vietate in quanto ritenute fomentatrici di disordine e divisioni interne. Il caso delle discriminazioni subite dai Montagnard, minoranza etnica di religione cristiana che abita gli altipiani centrali, è emblematico e se non fosse stato per il Partito Radicale Trasnazionale nessuno lo avrebbe conosciuto. Da anni i Montagnard sono oggetto di feroci persecuzioni, incursioni militari, vessazioni di ogni tipo da parte delle autorità comuniste di Hanoi che, pur di eliminarli fisicamente, hanno fatto ricorso persino al disboscamento degli altopiani, loro habitat naturale. In prossimità del periodo natalizio del 2005, forze paramilitari vietnamite hanno attaccato ben sessantadue loro villaggi arrestando e torturando chi veniva trovato a pregare.
Nel Laos, il partito comunista Pathet Lao, al potere da trent’anni, considera il cristianesimo una «religione imperialista» e ne ha espulso tutti i missionari. In Pakistan, nonostante le false promesse del presidente Musharraf, minacce e aggressioni contro le comunità cristiane sono all'ordine del giorno e l’insegnamento cristiano è marginalizzato. In Indonesia, il paese musulmano più popoloso del mondo, il fondamentalismo islamico punta violentemente alla eliminazione della presenza cristiana. Si pensi all’atroce decapitazione di tre ragazze cristiane. In Sudan nel 1983 il regime musulmano di Nimeiri pretese di imporre la Shari'a, ossia la legge islamica, anche ai cristiani del Sud. Quando questi vi si opposero, il governo cominciò a bombardarne i villaggi, gli ospedali, le scuole e a deportare nel nord musulmano le donne e i bambini in qualità di schiavi. Si calcola infatti che le persone attualmente detenute in schiavitù nel Sudan settentrionale e sfruttate nel lavoro minorile e nella prostituzione siano più di duecentomila. I cristiani sudanesi sono la popolazione più misera del mondo. Oppressi, massacrati e dimenticati dai mass-media internazionali.
Negli ultimi diciassette anni sono stati uccisi dai musulmani del nord più di due milioni di cristiani del Sud. In Nigeria dal 1999 oltre diecimila persone, in prevalenza di fede cristiana, sono state uccise e centinaia di migliaia costrette ad abbandonare la propria terra. In quasi tutti i Paesi islamici le conversioni sono proibite o rese impossibili.
In Arabia Saudita, ad esempio, se un musulmano vuole convertirsi al cristianesimo viene, per legge, condannato a morte e giustiziato. Ciò avviene, più o meno, in tutti i Paesi musulmani dove vige la Shari'a. Il quadro tracciato, approssimato purtroppo per difetto, è rabbrividente. Abbiamo voluto soffermarci su questi dati perché riteniamo doveroso, da parte soprattutto di chi, come noi, si riconosce nei valori laici e liberali di tolleranza e rispetto dei diritti individuali, aderire alla manifestazione promossa per stasera a Roma da Magdi Allam contro le persecuzioni subite dai cristiani nel mondo. Ci si può ritrovare o no negli insegnamenti evangelici ma non si può assolutamente consentire che qualcuno possa essere discriminato e/o assassinato per le proprie convinzioni religiose. Un conto è criticare duramente, così come è giusto fare, le continue ingerenze delle gerarchie vaticane nella sfera statale, un altro giustificare limitazioni inconcepibili all’esercizio di una fede. Tra l’altro non si può negare che nel caso del rapimento di padre Giancarlo Bossi, il missionario italiano rapito il dieci giugno nel sud delle Filippine, non sia stata adeguatamente mobilitata l’opinione pubblica come, invece, accadde per le due Simone, per Giuliana Sgrena, per Daniele Mastrogiacomo. Forse che un missionario debba essere considerato un cittadino di seconda categoria? Noi, laici e liberali, non lo crediamo affatto e, pertanto, riteniamo sia giusto testimoniarlo.
L'opinione.it
(Edizione 141 del 04/07/2007)