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Telluserra
Luca Traini, il volto di Pasolini.
Luca Traini,
Luca Traini, 'bacioni', 2006 
14 Maggio 2006
 

Della magrezza di Pasolini, scrive Luca Traini, e ci fa anche rima, ma anche lui, dinoccolato e magrissimo, sa infilarsi nei diversi viluppi linguistici, detto meglio nell’imitazione dei diversi generi letterari, anche cascami e spine, che ci ha consegnato il novecento e la tradizione letteraria. Eclettico prosattore in calce lo presentiamo, dopo aver inaugurato per primo “Telluserra”, nella sua inconfondibile recita: qui fotografica. (Claudio Di Scalzo)

 

 

IL VOLTO DI PASOLINI

Dicevi: “La mia magrezza”.
E, dio,
com’eri magro! Il volto incavato come l’uomo dantesco, su cui si legge
la M di homo, a fare da cavea per gli occhi, perché vi entrasse la
realtà con tutta la sua forza, dopo aver colpito gli zigomi.
E dai
bulbi oculari un colpo di frusta alla mandibola, fino alla bocca, luogo
della fame, per dire cantando, dolorosamente, dire prosa e poesia, fame
e sete di giustizia.

Pierpaolo, nelle foto non mostri quasi mai i
denti, mai volontariamente, e c’è un pudore arcaico, una misura,
profondo pudore, profonda misura in questo celare il morso, la zanna,
il riso sfrenato come l’inevitabile ritmo di pietra nella carne delle
parole.

Dice la tradizione popolare che le rughe sulla fronte sono
segno di saggezza.
Quanto pensi, figlio mio! E’ questo peso che ti
alliscia i capelli e preme sulla fronte, così le idee corrono alle
tempie e gonfiano i capillari e ridiscendono fino agli occhi e
decodificano l’immagine entrata nel cervello alla rovescia, come non la
vedevano gli altri?
Tu vedi i renudi che credono di pensare coi
calcagni e si nutrono di polvere, fango.

Io non posso guardare
Pierpaolo senza commuovermi, senza dire che era bello, perché c’è in
quella immagine - io cresciuto ad immagini - c’è in quel corpo
bianco&nero lo stesso odore di corpi, il suo ricordo in me di un mondo
fatto di terra, di arbusti che non si strappano, portoni di casolari
che tu entri, tu “bocchi” e “su lu focu”, sul fuoco ci sta la marmitta
dove nonna e zia stanno a fà la ricotta… capisci, Pierpà, io vedo e me
la sento ancora quella ricotta.

Ma tu, che avevi il corpo medievale,
che in “Petrolio” mi parli di oggi ma fai l’elogio dello smegma che sta
lì intorno alla cappella, come cazzo avresti potuto sopportare la nuova
civiltà del disinfetto, anestetizzo, sto zitto, Deogled assorbo tutto e
ti artificio, così passeggi tranquillo per Corso matteotti di Varese
con la “m” minuscola, perché quello lì allora è morto per un cazzo.

Esco dal quadro, esco dal quadro e dico che facevi bene a portare
giacca e cravatta, forse facevi bene, perché l’abito mica fa il monaco,
perché mi ci vestirei anch’io - che mi frega? - mica bisogna per forza
fare i monaci che bevono dalle pozzanghere per essere vicini al dio
tutto uomo che muore, se non necessario, se non indispensabile - io
questo lo prendo pari pari dal Rossellini di “Agostino d’Ippona” anche
se non vi prendevate bene, perché il tempo passa anche bene quando
raccoglie le vostre ceneri e le fa cadere come neve spirituale sui
campi di Travedona, dove passo per lavorare, a scuola, quella scuola
media che volevi abolire, probabilmente a causa del termine “medio”, e
quasi quasi non ti darei torto, ma c’è anche la “medietas” oraziana, il
“termine medio” della filosofia classica - mica devi per forza vestire
altro per dire «NO a questo. SÌ a quest’Altro, A maiuscola», «NO a
questa tribù, SÌ: Noi».

Pierpà, le orecchie. Nel padiglione
auricolare, nel gorgo, fino all’orecchio interno, dove viene l’otite
peggiore, la voce del mondo contadino: «Jemo a mete, fenà (“mietiamo,
fieniamo”)! E l’eco del grido, “lu grido”: «Che ce stemo ffà ecco (“che
ci stiamo a fare qui”)?» de chi d’è emigratu in città =
sottoproletariato. In bilico sul lobo sta poi l’operaio iscritto al
PCI, alla CGIL di Di Vittorio, che nella vittoria della classe operaia,
vedi Rivoluzione, ci sperava davvero, con tutto quello che il Vero nel
Greco stava col Bello e col Buono, cioè, Aristocrazia di Spirito di
Dante nello scambio di sangue - analisi del sangue - con Gramsci, con
Marx.
Dietro le orecchie, come rogna da grattare, la borghesia - tranne
le élites intellettuali, una parte, pochi eletti, pochi giusti
rinnegati  in bilico sull’arricciamento della carne, la carne - e l’
aristocrazia, molto dietro, come forfora nascosta nella chioma nera.

Il mese in cui nacqui - era marzo, ricordi? - tu fosti colpito da un’
ulcera, tu che non bevi, tu che non fumi, tu lo passasti a letto a
leggere Platone - perciò dialoghi platonici negli occhi - e mangiavi
riso in bianco - tutta una purezza per labbra denti gola fino allo
stomaco, alla ferita che si rimargina, al sangue che torna a scorrere
nel posto giusto, e l’ispirazione ti fa scrivere non 1 ma 6 drammi.

Ma
tu, Cristo, Pasolini, perché volevi me morto, me morto nato nel ‘66,
per te figlio dell’Omologazione. Non volevi che mettessi l’apparecchio
ai denti - cazzo, che privilegio! - nel ‘76 ad Ancona? Che non mi
comprassi Asterix - il fumetto, Pierpaolo, il fumetto, Pazienza! - in
un pomeriggio da favola, tutto felice dopo l’ospedale in quella città-
ventre-balena col porto, dopo che i raggi x mi avevano detto: “Ti
mancano 2 denti sotto e, se nascevi prima, avresti avuto i denti sopra
davanti come Bugs Bunny, americano, coniglio: era questo che volevi? Io
credo proprio di no, però sai quanto mi hai fatto incazzare tu che
avevi i denti giusti? Mi sembri Massimo Fini quando ti imita da destra
e fa l’elogio di uno sciancato che era accettato più ieri che oggi: ma
dici, ma dice sul serio? Ma lo sciancato, pardon, l’handicappato tanto
mica era lui, mica eri tu!

Tu con lo stesso cognome di quel
motociclista che aveva passione incendiaria per la vita, la vita, e la
morte negli occhi: tutti e due morti prima del tempo.
Tu Gioacchino di
Giotto, che sta sognando. Adamo di Masaccio, esule, nudo, censurato.
Ebreo di Paolo Uccello destinato al rogo . Mosé che cerca di salvare le
figlie di Ietro, Rosso, friulano, romano. Tu Pontormo che sta male. Tu
nel Deserto degli Ulivi di Mantegna. Tu testa mozzata di Caravaggio in
pugno a un Davide che non è Davide, che non ti ha ucciso.

Telefono ad
Ombretta e poi parlo con Enzo Siciliano che trasforma la grafite in
tungsteno incandescente - ti accende una centrale elettrica nel cuore!
- e allora si accenna a quel ritratto che ti fece e poi scomparve in
Francia, rapito o comprato da Francesco primo, Napoleone, da un ex-
terrorista o da un collezionista di riproduzioni, riproduzioni
italiane. Dove sei finito? Anche tu in esilio in Francia? In un
castello della Loire? O negli occhi di un ex-sessantottino ogni
mattina, nella “ville lumière”? Ah, ma qui, tra noi, almeno c’è il tuo
sangue, l’inchiostro, almeno quello!
Poi Enzo mi parla di un altro
perseguitato, di Visotskij, nella terra del paradiso realizzato, l’ex-
URSS. Che dire? Che fare? Io sottolineo rubandogli la geometria che
Vladimir sarebbe stato corpo e voce perfetti per la tua
“Affabulazione”, per certe alienazioni mai risolte anche lì, anche lì
dove il russo, il sovietico si affogava nella vodka - mentre tu, come
già detto sopra, non bevevi, se non anche tu quel calice amaro - perché
la lucidità fa male e invece…
“Sono stremato, ho i tendini a pezzi,
Ma
oggi, ancora come ieri,
Sono braccato. Braccato!
I tiratori, allegri,
corrono ad appostarsi!”.
Da “La caccia ai lupi”.
Di Visotskij.
O di
Pasolini?
O…


Foto allegate

Come in un film turco degli anni Settanta
Traini, Prosattore
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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276