Lo scrittore spagnolo venne a Pisa e visitò il Campo dei Miracoli e il Camposanto Vecchio. Questo suo "viaggio" non rientrato nel volume-annuario ora in libreria, viene proposto sul portale della rivista.
Le immagini a corredo del racconto di Castelar sono di due pittori pisani: Piero Masi e Bruno Magoni. Quest'ultimo collabora a Tellus, ha disegnato la copertina del numero 26: “Vite con ribellioni, rinomate e sconosciute”, ed è presente anche nel numero 27: “Dalla Torre Pendente alle Alpi”. (cds)
Emilio Castelar
Il Camposanto di Pisa
Io mi pensava che non vi fosse al mondo città così morta come Toledo; ma non avevo visto Pisa. La differenza per altro fra queste due magnifiche città è grande: in Toledo, insieme a edifici stupendamente conservati, come la Cattedrale, si veggono edifici quasi distrutti, come S. Giovanni dei Monarchi e il Palazzo di Carlo V; e la desolazione di queste rovine dà proprio l’idea della solitudine: dove in Pisa tutti i monumenti sono in piedi, tutti diligentemente conservati, alcuni abbelliti e come resuscitati da restauri moderni, i più, dipinti di vivissimi colori. Vero tuttavia, che la solitudine è indescrivibile: si direbbe che que’ palazzi aspettano gli abitanti e sono preparati a riceverli; ma che gli abitanti non vengono. Il giorno stesso del mio arrivo, nel mese di maggio, andai sul ponte di mezzo del Lungarno, alle due dopo mezzogiorno; e posso assicurare che mi trovai solo, proprio solo, e quasi quasi fui tentato di credere che quella gran città fosse stata fatta tutta per me. Luogo magnifico per un egoista. Era uno sgomento, un vero sgomento il vedere quelle due lunghe file di vaghi edifizi, di case elegantissime; quei vari ponti, quelle magnifiche strade, quella squisita nettezza; giù basso il fiume, il cielo sorridente; a una delle estremità alberi fronzuti agitati dal soffio delle fresche brezze marine; e a quell’ora, in quel luogo, non esserci anima nata, fuorché io, a contemplar tanta bellezza. Mi venne in animo di gridare, sicuro che soltanto l’eco m’avrebbe risposto. Uno straniero fece scommessa che avrebbe corso a cavallo tutto intorno alle mura di Pisa senza incontrare un’anima, e la vinse. I russi e gli inglesi, a cui il freddo del nord ha intaccato i polmoni, riparano, per vivere qualche giorno di più, in Pisa, ove le montagne li difendono dai venti del nord, e la solitudine dalle grandi commozioni. Così, di quando in quando, ci si abbatte in bellissime giovani, con quel colore acceso e quel lustro negli occhi proprio della tisi, accompagnate da persone della loro famiglia, che sembrano andar dietro a un corteo funebre o piangere di già il colpo irrimediabile della morte. Tutti questi particolari contribuiscono alla tristezza generale della città chiamata a ragione Pisa morta.
E pure vi fu tempo che le sue libertà stupirono l’Italia, il suo commercio il mondo; un tempo che il mare recava sino alle sue porte i tributi di Corsica e di Sardegna; che le sue navi trasportavano i crociati in Asia e dall’Asia portavano l’oro, la porpora, l’avorio; un tempo che i suoi guerrieri davano spalla agli imperatori di Alemagna contro i papi di Roma e ai conti di Barcellona contro i mori di Maiorca; che i pirati temevano la sua potenza, i saraceni paventavano, fino dalle coste dell’Affrica, il balenare delle sue lance, e che le colonne e i marmi portati a Pisa da regioni remotissime formavano come il trofeo. della prima vittoria dell’ arte. Allora gli ultimi maestri di mosaico di Costantinopoli empivano di pietre brillantissime, di mosaici gli archi de’ suoi monumenti; allora i primi pittori, che divinarono 1’arte del disegno, animavano i suoi muri e i suoi chiostri con mistiche figure; allora i giudei la colmavano di ricchezze, riparati all’ombra delle sue tolleranti leggi; allora Nicola e Giovanni da Pisa, ingegni inspirati del Medio Evo, digrossavano il marmo e producevano quelle candide figure, che sembravano i primi sogni di una nuova età di inspirazioni, e risvegliavansi i penitenti mistici allo splendore della nuova idea, innanzi che la si mostrasse, come quegli augelli che, dal seno delle tenebre, annunziano la venuta del giorno. La sua libertà generò il suo commercio, il commercio la ricchezza, la ricchezza l’arte e la scienza: le macchine del Buschetto sollevavano nel secolo undecimo pesi enormi, la gravezza de’ quali potrebbe a fatica esser vinta dalle macchine odierne: le leggere navi, con le graziose vele latine, portavano nei secolo decimo le pezze di bellissima seta, che avrebber potuto chiamarsi per il colore, per la fulgidezza e per l’origine, raggianti apparizioni della antica India, in mezzo alle tenebre del Medio Evo: i serpenti di bronzo dell’Egitto si attorcevano alle sue colonne di granito, e gli ippogrifi di Grecia spiegavano le loro ali accanto alle cupole bizantine: gli operai brulicavano a migliaia nei suo porto, quando il concetto di libertà informava i suoi codici: la Repubblica si spense, e Pisa è un cadavere: e per questo senza dubbio il suo principal monumento è un cimitero. Nell’auge del suo splendore, Pisa presentì il suo avvenire, e si fabbricò l'edificio che più doveva convenire alla sua triste storia futura: si fabbricò il Camposanto. Coll’anima rattristata dalle ombre della morte, in mezzo a quella città solitaria, ove udivasi soltanto lo stormire delle brezze marine, mossi a visitare questo magnifico monumento, da cui doveano venirmi tante commozioni e tanti ammaestramenti. Il luogo dove è il Camposanto è il più deserto della città. Invano le alte montagne pisane innalzano le loro cuspidi azzurre nell’etere di uno splendido orizzonte; invano la vegetazione di primavera, piena di fiori, di farfalle, di nidi, ricopre col suo rigoglio le pietre nude degli alti torrioni delle mura, invano quel magnifico battistero, che è lì accosto al Camposanto, e che sembra l’alta cupola di un tempio sotterraneo, fa spiccare le sue graziose sculture; invano dalla bianca torre pendente, simile a una gigantesca colonna, squillano lì presso i suoni acuti delle campane; e la cattedrale, sfolgorante di infinite bellezze, intuona la salmodia de’ suoi cantici; tutto cerca invano di risvegliare la idea della vita: le ortiche, che spuntano in ogni parte di quell’immenso deserto, vi ricordano e v’inspirano la triste idea della morte.
Il Camposanto è un grande edificio, di stile severo con mura alte e porte anguste: bara di marmo per un popolo intero. I Faraoni di Egitto, i Cesari di Roma, i Satrapi d’Oriente, hanno innalzato piramidi, fortezze, montagne, per seppellirvisi, per occultare i vermi che rodono la loro porpora e le loro ossa; però niuno di questi magnifici monumenti, in cui i despoti perpetuano eternamente nella morte il superbo isolamento della loro vita, può agguagliarsi di grazia e di bellezza a questo cimitero di cittadini, che si abbracciano e si confondono lì nella eternità, e dalle cui ossa fredde e scarnite dall’acuta falce, emana lo stesso calore, lo stesso entusiasmo, che emanava in vita dai loro liberi cuori. L’esterno è semplicissimo. Sembra un’immensa bara scavata scolpita in una sola pietra. Le prospettive della morte danno solennità straordinaria a tutti gli oggetti della vita. Quante volte l’uomo ha voluto esprimer la morte, tante ha espresso l’immortalità: invano ha dipinto la sua ultima agonia, come il dolore dei dolori;il suo ultimo asilo come l’ombra delle ombre; in fondo al sepolcro vuoto, nel seno dell’abisso incommensurabile, si spande sempre la luce. Sappiamo tutti che l’uomo, quest’epilogo della creazione, questo minerale soggetto alle leggi della gravità e ai limiti dello spazio; questo vegetale che vuole aria, acqua e luce; quest’animale che si nutre a modo degli altri mammiferi;questo microcosmo, il cui capo sferico ritrae la sfera dei cieli e i cui occhi scintillanti riflettono la luce delle stelle; quest’angiolo che si spinge al di là dei tempi e degli spazi per contemplare nella loro purezza le idee archetipe, di cui tutte le cose sono ombre; il grande armonista dei mondi, il gran sacerdote e il gran poeta fra tutti gli esseri; che sa trarre dai fatti particolari le leggi universali, e dalla materia bruta l’impalpabile essenza dello spirito; che nota nella sua mente il cantico universale delle sfere; che riesce col suo pensiero a dare come la coscienza di se stessa alla natura, non potrebbe seppellirsi tutto sotto pochi strati d’argilla, senza seppellire con sé nel medesimo tempo, tutta la creazione.
E tuttavia non c’è monumento che esprima il nulla come questo parallelogrammo, irregolare come l’eterno controsenso della morte. Tutti abbiamo sotto i nostri piedi un oscuro abisso che divora, come il deserto le gocce della pioggia, gl’istanti della nostra vita: tutti abbiamo un cimitero. Questa nudità dell’esterno del Camposanto, questa monotonia, questa uniformità, son la nudità, la monotonia, la uniformità della morte; quando si apre quella porta ti par che si apra la porta della eternità; il freddo di quelle volte quasi ti rende di sasso; il silenzio di quel luogo quasi ti priva della parola. Io era tutto solo, proprio come un morto chiuso nella sua bara.
Io, esule, senza patria, senza focolare domestico, pensavo tra me: questo viaggio è per avventura il simbolo del mio ultimo viaggio; questo entrare un istante nel cimitero non è forse la pittura anticipata del giorno in cui gli uomini si studieranno di ben ravvolgermi e gettarmi in una fossa, perché non infetti colle mie putride esalazioni l’aria che essi respirano? Le idee più tristi mi tenzonavano nel capo e mi ripiombavan sul cuore come gocce di fuoco. Il rumore d’ una zappa che scavava una sepoltura, e il rumor delle chiavi che agitava il guardiano dei sepolcri, si unirono in un suono sinistro alle mie orecchie. Però entrai, fisso in questo pensiero: che la morte è naturale come la vita, che la tomba è la culla della eternità. Ed intanto la gran porta mi si chiuse dietro le spalle. Se, com’ io credo e spero, nel passar dalla vita alla morte, passiamo da questo a un altro mondo migliore, mi par molto difficile che un cotal subito cambiamento possa offrirci tanta novità come l’interno. del Camposanto di Pisa. Io contemplava estatico le altissime volte coperte di legni preziosi; le grandi muraglie ravvivate da tutte le combinazioni possibili del colore; le finestre ovali di una smisurata altezza, con le loro svelte colonnette e gli, eleganti rosoni che hanno in cima; i cipressi, i rosai, l’edera, la madreselva, che a traverso le arcate, nel prato di mezzo, agitano le loro fronde piene di vita e di poetico stormire; i goffi sepolcri, ornati dalla croce, accanto ai sepolcri dei bei tempi classici popolati di ninfe e di fauni; la coppa bacchica di marmo di Paro, ove sfolgorano i sacerdoti dell’ebbrezza della vita, accanto alla Madre Dolorosa col suo Figliuolo in braccio, bagnata dalle lacrime dell’agonia e assorta nella contemplazione della morte; i trofei de’ crociati uniti alle tabelle votive dei romani; i fregi dei templi della Magna Grecia mescolati agli archivi degli altari del secolo decimo; i busti dei tribuni di Roma, come Bruto, sotto le ali bianche degli angioli di marmo usciti dallo scalpello cristiano; le statue tutte giacenti, distese sulle selci come immerse nel sonno eterno, e le statue in piedi che sopra la loro base di ossa umane fanno atto, coronate da un’idea, come di entrare nella immortalità; le vergini, i santi, i patriarchi, i dottori, i serafini, i cherubini, i cori dei beati, i demoni, gli gnomi, i mostri, che nuotano nella atmosfera multicolore degli immensi affreschi, che coprono tutte le pareti; caos incomprensibile in quelle quattro gallerie vuote; caos sopra il quale scendeva in quell’istante il suono della campana, che sembrava la tromba dell’angiolo e il rumore della zappa che sembrava la risposta dei morti che scoperchiassero, alla chiamata, le loro tombe;caos ove tutti i secoli, tutte le civiltà, tutte le arti si trovano in disordine su i frammenti di un mondo in rovine; immagine della valle di Josafat nell’ora suprema del Giudizio Universale.
E tuttavia nulla di più regolare di quel caos, chi lo guardi dopo esser rinvenuto dal primo stupore. Quattro muri, quattro gallerie, quattro ordini di finestre ovali, un prato nel mezzo; in faccia alla porta principale una cappella e, in mezzo alla piccola navata di diritta, una chiesa; sulla terra del gran prato la vegetazione che fa germogliar foglie e fiori con prodigiosa fecondità; agli angoli quattro cipressi grandi, fronzuti di verde cupo, che sembrano alzarsi sì per elevare al cielo le orazioni delle loro sorelle, le piante care alla Provvidenza pel nutritivo alimento che viene ad esse dai morti. Vi sono pochi edifici gotici in Italia, ben pochi: questa architettura del Medio Evo non ha potuto sradicare l’eterno paganesimo contenuto nella terra delle arti. Sembra che quando gli architetti si proponevano di innalzare l’arcata cattolica, che finisce in punta come l’Universo nella unità di Dio, le dee gemessero dal fondo dei ruscelli o dalla corteccia degli alberi, per obbligarli a continuare le antiche colonne coronate di ghirlande come le loro tempie immortali. Pare che questa architettura gotica sia la architettura del pensiero e non della immaginazione; è piuttosto lo spirito interno che il genio plastico: e però non può esser l’architettura d’Italia. Il Camposanto di Pisa è gotico; ma direi che tutte le arti si sono riunite nel suo seno. Importava poco agli italiani che un sepolcro rappresentasse le favole pagane combattute dal cristianesimo: pur che fosse bello lo riponevano nel loro Camposanto e lo riempivano di ossa cristiane. La madre della Contessa Matilde, di questa donna cattolica per eccellenza, di questa amica dei Papi, di questa eroina ortodossa, riposa nel suo sarcofago, ove è scolpita Fedra: Diana bacia la fronte di Endimione addormentato in uno dei marmi del Cimitero; i busti pagani sorgono accanto alle immagini dei santi. Le lampade accese dalla religione rischiarano il volto di Bruto; accanto al sarcofago, dove il cavaliere del Medio Evo sta a man giunte, co’ ginocchi sovrapposti, vedi Augusto, Agrippa, il fondatore di quel Pantheon ove si rifugiarono per l’ultima volta gli antichi dèi. Una baccante dorme il sonno dell’ebbrezza, con una coppa al suo lato, sotto l’affresco che rappresenta le macerazioni del cenobita, accanto al sepolcro a cui pende la corona di rose bianche consacrate all’innocenza e su cui distende le sue ali, come per occultare un nido, l’Angelo custode. Il Buon Pastore, chiuso nelle catacombe dei martiri, e scolpito sopra un sepolcro che i primi cristiani hanno bagnato con le loro lacrime, conduce le sue greggi all’ovile della chiesa e, a pochi passi vi sono bassorilievi, i cui tritoni furono del seguito di Nettuno nella profondità dell’Oceano, quando la natura non era stata spogliata de’ suoi dèi. Meleagro caccia non lungi dall’ altare ove prega Enrico VII ; sopra un capitello sta Maria, piena di misticismo e, quasi ai suoi piedi, le figure etrusche, tutte spiranti la realtà della vita. Vi è una Madonna di terracotta dello scultore Della Robbia che somiglia alle vergini bizantine e sopra una testa di aquila. Andrea Pisano ha scolpito gli Evangelisti e iProfeti con tutta la rigidezza cattolica, in mezzo ai baccanali rappresentati in altri bassorilievi, con tutta la voluttuosità greca. Qui un imperatore d’Alemagna, nella sua sedia consacrata, là un ippogrifo arabo; più in là una Venere che simboleggia l’amore nei dominii della morte. Oh! questi uomini sapevano per intuizione artistica, soprannaturale, che tutte le generazioni, tutte le età si riconciliano nel seno della morte; questi uomini sapevano che i combattenti caduti alla luce del sole odiandosi e maledicendo sotto bandiere nemiche nei campi di battaglia, si riuniscono nelle regioni delle ombre; quella gente sapeva che possono i miseri uomini esser espulsi dalla vita, ma non possono essere espulsi dalla morte. O che si ammazzi un nemico, o che sia abbruciato e le sue ceneri sparse al vento, oh, i suoi atomi restano giù nel laboratorio della vita universale, nell’immenso seno della natura, e forse domani li assorbiranno i nostri figliuoli e li porteranno sul loro cuore. Ma gli odii degli uomini sono tali che non si spengono neanche nella pace della morte. Contemplando il Camposanto di Pisa, io pensava innanzi a que’ morti di tutte le generazioni e a quei monumenti di tutte le età, che come abbiamo nei nostri corpi minute particelle di tutti gli esseri e nella nostra coscienza idee di tutte le generazioni, così abbiamo nella nostra vita parte di tutti i secoli e che non c’è nulla di tanto stupido e contrario alla umanità, quanto l’appartarci dagli altri uomini per via delle credenze, mentre, figli di tutti i tempi, individui della umanità intera, per questi altari che ci paiono pieni di superstizione, per il dolmenceltico, per l’ara degli dèi Lari, per le piramidi egiziane, per le sfingi babilonesi, per questa trafila è passato lo spirito umano innanzi di raggiungere la sua presente perfezione, come trascorrono per letti di gelo, di pietre e di fango i grandi fiumi, innanzi che mettano capo nell’immensità dell’Oceano.
Questo è il vero Cimitero di un popolo, il vero Pantheon del Medio Evo, In que’ giorni preoccupava più la morte che la vita; il Camposanto era la città eterna; l’inferno e il purgatorio l’epopea; il giubileo la grande associazione delle razze e la crociata la grande guerra. Il Medio Evo gravita tutto attorno a un sepolcro. I più forti o i più ricchi tra i pisani hanno intagliato la loro barca, hanno teso la vela e si son messi pei mari di Oriente rivolti a Costantinopoli, alla Siria, per muover per di là verso Gerusalemme e, dopo mille combattimenti, dopo perigliosissime scorrerie, carichi del peso dell’enorme armatura e con la croce sul petto, scorgere negli spazidel deserto, sotto un cielo torrido, sopra colline infiammate, ravvolto nei turbini di un vento che somiglia ad un vorace incendio, il sepolcro di Cristo, e morire accanto ad esso e restare eternamente nella terra santificata dalle lacrime dell’Orto e dal sangue del Calvario. I cittadini, che restavano in Italia, voleano pur essi partecipare a cotal benefizio, dormire nel seno della terra promessa, mescolar le loro ceneri con le ceneri dei profeti; e l’eguaglianza repubblicana non potea consentir privilegi nella morte. Il gran commercio della città soddisfece al desiderio dei cittadini. Le squadre vennero fino al porto cariche di terra di Gerusalemme, ed in questa terra si depongono tuttavia le ossa dei pisani. Questa terra era voracissima; in ventiquattr’ore consumava le spoglie confidate al suo seno, come se fosse una terra di fuoco. La maggior parte dei sali per cui si sperava cotanto prodigio sono svaporati nel succedersi dei secoli; però, secondo l’erudito Valéry, anche adesso in quarantott’ore si consuma un cadavere. Io la contemplava tutto fuori di me. Un manto di vellutata verdura, sopra cui sembrava fosse caduta una pioggia di rose, la adornava; il rovo distendeva i suoi rami spinosi per ogni verso, e nuvoli di farfalle bianche e gentili raffiguravano a’ miei occhi le anime dei bambini, immerse in quella fragranza, e bevendo il dolce succo di quelle piante che distendevano i tralci e le ghirlande della vita sulla dimora dei morti. Terra, terra santissima di Gerusalemme, che i miei piedi calpestano, in te è germogliata l’idea di Dio, e tu l’hai custodita lungo tempo nel tuo seno, perché l’età odierna riposasse alla sua ombra; tu hai raccolto le ossa di quei profeti che accesero la fede nella coscienza umana; della tua argilla tu cementasti la cuna della nostra civiltà, e quel martire divino che lasciò immolarsi sulle tue montagne per salvare il mondo dalla servitù e dal giogo infame del fato, ti ha reso feconda e sacra come i semi del martirio. Terra di Gerusalemme; filosofo o cristiano, giudeo o cattolico, uomo del passato o dell’avvenire, chiunque ti calpesti, deve sentirsi profondamente commosso, perché tu entri, terra immortale, in grande quantità nel primo muovere della nostra vita.
Però uscimmo dal prato e tornammo a guardar di nuovo le arcate, contemplando non le tombe, ma sì le pitture.
Gli italiani sono artisti per eccellenza, e non comprendono che un’arte possa vivere da sé sola e isolata. Impiegano pe’ loro monumenti la scultura, la pittura; li riempiono tutti di versi e di iscrizioni, perché abbiano un pensiero, e di musica perché abbiano una voce. Il Camposanto di Pisa è stato fabbricato nel secolo decimoterzo, non ci esca di mente;per comprenderlo bene è mestiere comprendere il secolo del suo nascimento, perché l'architettura non perde giammai, in ispecie ne’ monumenti religiosi, il suo carattere simbolico.
Il secolo decimoterzo fu sul principio il secolo del cattolicismo, da ultimo fu il secolo dell’eresia. Lo spirito umano da principio si esalta con la fede. Quel secolo si apre con Innocenzo III, che mira la coscienza umana protesa a’ suoi piedi;l’Europa inginocchiata dinanzi ai suoi altari; e si chiude con Bonifazio, che sente sulla sua guancia lo schiaffo dei laici, e muore di rabbia per la sua impotenza. Lo apre Ferdinando III di Castiglia, che merita di esser annoverato tra i santi e lo chiude Alfonso X, che merita di esser annoverato tra i filosofi. Pietro II di Aragona nasce con grande inclinazione per la chiesa, è nutrito nel suo seno, vive per dar la battaglia di Navas contro gl’infedeli, e muore per mano degli eretici nella battaglia di Muret. Cotali subiti cambiamenti sono una legge generale di quella età. Giacomo I d’Aragona, nella prima metà del secolo, regala terra soprra terra alla chiesa, e Pietro II leva i feudi al Papa. I santi che dirigevano le crociate e i loro eserciti fanno a un tratto miracoli innanzi ai muri di Genova contro i soldati del Papa; si sospendono le guerre pel sepolcro di Cristo; la scienza araba domina le scienze teologiche; il dubbio discende nella ragione; l’ironia nella letteratura; il sentimento della natura nell’arte; la coscienza umana è passata dal periodo della fede al periodo della ragione.
Lo comprendete adesso perché nel Camposanto di Pisa appare tanta tolleranza? Chi mira le sue arcate, le sue pitture, vede come due emisferi del tempo.
Negli archi ti si mostra un’idea, nelle mura un’altra: eccoti lì il gotico, qui uno sprazzo lontano del Rinascimento; chi non riconosce questo Camposanto per uno dei luoghi onde presero nascimento le Belle Arti, non potrà scrivere la storia dell’arte. Non si può entrare nel Camposanto senza che la mente ricorra alle età nelle quali fu costruito;né si ricordano simili età senza che venga alla memoria il nome di Nicola Pisano. Nato proprio nel fiore dei tempi mistici, muore quando già erano bene innanzi i tempi nuovi; fra la sua culla e il suo sepolcro vi sono due mondi; durante la vita di quest’uomo, che varcò i settant’anni, mutò forma lo spirito umano. Però egli aveva sentito tal cambiamento, aveva annunziato l’occaso del misticismo; i suoi parenti, i suoi maestri lo avevano fatto inginocchiare, giunger le mani davanti alle statue bizantine, curve sotto il terrore del Giudizio Universale; ed esso, più tardi, andò a prostrarsi innanzi alle figure greche, raggianti di bellezza, erette come quella civiltà tutta umana, nutritasi al seno fecondo della libertà. Nicola nacque nell’anno settimo del secolo decimoterzo, e morì nell’anno settantottesimo. Se io volessi ritrarre con un simbolo questa età, torrei una delle sue figure e si vedrebbe in essa che il pensiero balena ancora dalla sua fronte, ma che però le forme greche rivestono tutto il suo corpo come una nuova pianta che sboccia dalla terra rorida per fresca rugiada. Giovanni Pisano, architetto del Camposanto, anch’esso scultore, vede con gli occhi di Nicola Pisano. Paragonate le opere di questi due eletti ingegni con i mosaici giganteschi e con le stravaganti pitture che si riscontrano, lì a due passi, dietro la cattedrale, opere tratte da Bisanzio o condotte a bene da artisti bizantini! Le vergini, i santi, gli angeli di Bisanzio hanno una espressione di sublime terrore, però scorgi in esse anche il freddo, la rigidezza della morte; nelle vergini, nei santi, nelle statue di Nicola e di Giovanni Pisano, già vi è un lampo della serenità e della perfezione greca; è il mondo della natura che si dischiude all’alitare del nuovo spirito; è la bellezza umana, che si spoglia nel fondo oscuro dei claustri, il velo della bellezza monastica. Queste pietre sono trofei delle lotte dello spirito, o, a dir meglio, trofei delle sue vittorie.
Mentre Nicola e Giovanni modellavan le pietre per cavarne statue, per costruire camposanti, un pastorello, guardiano di povero gregge, disegnava nella polvere o nella rena rozze figure. Questo pastore toscano doveva essere il padre della pittura, Giotto. La sua gloria riempie tutto il secolo decimoquarto. Quest’uomo meraviglioso è rispetto alla pittura ciò che Nicola Pisano è rispetto alla scultura. Nel suo ingegno c’era già il primo germe dell’ingegno di Raffaello. Le braccia de’ suoi santi sono ancora irrigidite, i corpi smilzi e stentati, i piedi deformi, come se non potessero posarsi in terra; però le teste son tutte amore, le fisionomie tutte grazia, quella grazia a cui mai pervennero gli artisti bizantini, disperati com’erano di venire alla eccellenza dell’arte; quella grazia figlia della serenità dello spirito e sorella gemella della speranza. Si vede lì che se i corpi disegnati da Giotto appartengono ancora, nel suo tempo, alla terra, le teste già toccano il cielo dei tempi nuovi; que’ volti sono accarezzati dallo zeffiro mattutino, inondati dalla luce dell’aurora. L’artista si è messo proprio nel seno della natura e vi ha trovato la ispirazione immortale. Muove il pennello e ti pare come se lo spirito umano metta nuove ali. Guarda in questo muro della sinistra ove è raffigurato Giob. E’ mezzo cancellato come le ricordanze di quei giorni, si va dissolvendo come la fede da cui ebbe origine e si scorge come attraverso ad una nube, a molta, ma molta distanza, guasto dall’umidità e dal vento marino che staccano i pezzi dalla parete, raffazzonata, macchiata dai restauri posteriori; lo vedi al modo che si veggono figure fantastiche, nelle nubi indorate dal sole del tramonto; ora ti rassembra un penitente che si lamenti di Dio, senza che gli basti l’animo di maledirlo, circondato da’ suoi amici infedeli, fra il diavolo, che dà terrore, come di quelli di Dante, e l’angiolo della diritta, dolce e bello, già nuotante in orizzonte luminoso. Non so perché, ma quell’affresco sciupato mi parve il simbolo che, senza pensarvi e senza proposito deliberato, aveva tracciato Giotto o qualche altro suo contemporaneo, delle condizioni critiche e straordinarie in cui si trovava il suo secolo, fra il demonio del feudalismo, che combatteva per vivere, e l’angiolo del Rinascimento che allora allora veniva fuori dalla sua larva.
Non so perché questo Camposanto mi sembra per tutti i rispetti il Camposanto del Medio Evo. Un discepolo di Frate Angelico, di quel mistico, nella cui retina si dipingevano gli angioli e i cherubini, dalle cui mani non uscì una Vergine e un Cristo, salvo che in mezzo ad orazioni e lacrime; un discepolo di questo frate sublime, che dipingeva in ginocchio, ha lasciato una graziosa figura negl’immensi affreschi seminati dalla sua mano in quasi tutta l’arcata occidentale del Camposanto; una figura che solo poteva nascere in tempi più sensuali, che rappresenta la curiosità infinita pei segreti della natura. Noè si vede nudo ed ebbro disteso al suolo: una ragazza si copre il volto con le mani; però a traverso le dita mezzo aperte si compiace di rimirare quella nudità. Frate Angelico avrebbe maledetto il suo discepolo Gozzoli; però questa è la nuova età, l’età del Rinascimento della natura, maledetta sino allora; l’età del risvegliarsi dei sensi, sino allora assopiti; l’età in cui il fauno stamperà di nuovo l’orma del suo piede fesso sui campi, e si adornerà le corna con ghirlande di edera; l’età in cui le ninfe sopra un letto di rose si daranno in balia all’allegrezza più sfrenata del vivere; l’età in cui le pive intoneranno un inno di egloghe nuove, e, fra il delirio priapesco di tutti i sollazzi e il risorgere di tutte le antiche divinità, verrà un nuovo Prometeo, però senza catene, che con la sua mano domini i mari e scopra un nuovo mondo, co’ suoi piedi dia impulso alla terra e la obblighi a rotare per gli spazi infiniti, e raggiunga le stelle col suo telescopio, come il cacciatore gli uccelli con la mira, e le costringa a posarsi nella sua mano e a mormorare al suo oecchio i segreti del cielo.
Sì, quel Camposanto è il testamento del Medio Evo. Mi par di vedere ne’ suoi muri l’ultimo dipartirsi, l’addio ultimo di quei tempi che precedettero i nostri come il caos la luce. Il Medio Evo, sullo spirare, in tutte le letterature riproduce la Danza dei Morti; questo tetro poema non poteva mancare nel Camposanto di Pisa e fra le sue immortali pitture del secolo decimoquarto e del secolo decimoquinto, l’Orcagna, il grande Orcagna, lo ha ritratto qui. Miratelo, riducetevi a memoria gli altri monumenti, che avete visti, ed eccovi tutta la genealogia dell’arte. La tomba dove riposa la principessa Beatrice quasi è la cuna del nuovo pensiero; in essa ha studiato Pisano; nelle opere di Nicola Pisano ha studiato il suo figliuolo Giovanni Pisano, architetto scultore del Camposanto; nelle opere di Giovanni ha studiato Andrea Pisano, nelle opere di Andrea ha studiato l’Orcagna. Dopo l’Orcagna verrà il Ghiberti, che scolpirà le porte del Battistero di Firenze, le porte trionfali del Rinascimento, chiamate da Michelangelo le porte del Paradiso, e su queste porte si studieranno d’imparare il disegno; e l’arte ci sarà, dopo questa grande e gloriosissima creazione, ed avrà questa genealogia sublime; imosaicisti di Venezia, i mosaicisti di Pisa, Cimabue, Nicola Pisano, Giotto, Giovanni e Andrea Pisano, l’Orcagna, il Ghiberti, Masaccio, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello. O spirito immortale dell’uomo! mai non fosti così grande, come dopo aver rinvenuto di nuovo la forma umana, la bellezza plastica, mediante sforzi immensi, dopo otto secoli di macerazione, di digiuno e di penitenza. L’affresco dell’Orcagna è l’affresco della morte. Il disegno è tuttavia scorretto, i corpi delle figure senza proporzioni, ci manca la prospettiva; però le fisionomie hanno una espressione sublime, e un’anima emanatrice di pensiero si mostra per gli occhi e illumina la fronte. Alla sinistra una cavalcata di donne e di gentiluomini in abiti di gala si ferma innanzi a tre re; l’uno morto di fresco e tutto rigonfio, l’altro già in decomposizione e divorato dai vermi, il terzo, scheletro già scarnito. Non può dirsi che brivido dia il veder quelle tre spoglie della morte in mezzo alla fronte de’ cavalieri, vestiti riccamente di velluto e di ermellino, delle dame col loro splendido abbigliamento, dei cani e dei falconi da caccia, a tutti que’ segni della vita dedita alla guerra e al piacere. Nel mezzo i vecchi, gl’infermi, i moribondi, invocano altamente la morte con versi che il pittore ha scritti per accrescere l’espressione Oh, morte! medicina d’ogni male. Però la morte non li ascolta; fugge coloro che la desiderano, per ferire quei che la dimenticano; per entrare con la sua falce tagliente in amena selva, alle cui ombre riposano due amanti, che si guardano estatici, ascoltando il ritornello del trovatore, che canta le delizie della passione, attorniati da’ fiori e dagli amorini. Colà, in un’altra montagna, i penitenti pregano per tutti; però, proprio lì sotto, tutti insieme, re, nobili, paggi, vescovi, muoiono; e le loro anime sono raccolte ora dagli angiol, ora dai demoni di ceffo orribile e con ali di pipistrello. Si vede che i tempi monastici vengono a fine; le anime raccolte principalmente dai demoni sono anime di frati; e accanto a un tale affresco vi è il Giudizio finale e l’Inferno, come per suo compimento.
Anche dopo aver visto la Cappella Sistina, ci commuove la collera di Gesù, la dolce pietà di Maria che intercede, il dolore dei reprobi, l’estasi dei beati; Salomone che, uscendo dalla sua tomba, e scotendo la polvere dei secoli dalle sue palpebre, non sa se gli tocchino in sorte le altezze celesti o gli abissi infernali; il genio della vendetta che tira pei capelli verso le tenebre eterne un frate, che erasi nascosto fra i beati; e il genio della misericordia che conduce alla beatitudine un giovane già mescolato fra i maledetti; la donna che contorce le braccia dalla disperazione sull’orlo dell’incommensurabile eternità, e il vecchio che si fa incontro per ricordare le sue opere e chieder la grazia divina; e l’Angelo Custode, in mezzo al quadro, punto di dolore infinito, mirare co’ suoiocchi grandi e espressivi ove s’agita una tempesta d’idee, il precipitare negli inferni, nei mari di piombo liquefatto, delle anime che aveva indarno cercato proteggere nel mondo contro il vizio, e che aveva cercato di salvare dalla giusta ira divina con le sue orazioni nella ora suprema del giudizio: epopea terribile di terrori e di desolazione; sembra proprio che sopra quelle tombe, in quell’asilo della morte, in quelle figure magre, rigide, fredde, sia raffigurato l’ultimo giorno dell’Universo.
E tuttavia nelle figure di tutti questi quadri si scorge che i tempi mistici sono trascorsi; e che i tempi del Rinascimento non sono per anco venuti. In alcuno di essi, in alcuno degl’infiniti personaggi dipinti in queste pareti, ci è l’idealismo di Frate Angelico o il naturalismo del Buonarroti. La storia degli uomini è tutta una lotta fra il pensiero e la realtà; in questi quadri si vede che l’idea si dilegua; ma la natura ancora non si manifesta; lo spirito mistico si spenge, ma tuttavia non lo surroga quella adorazione dell’organismo umano, per cui divennero pittori e scultori tanto eccellenti gli artisti del Rinascimento. Michelangelo si gettava sopra un cadavere con l’avidità di una iena, anatomizzavalo e studiavalo per modo, che se lo metteva in mente osso per osso; lo studio del nudo egli anteponeva ad ogni studio, come se si fosse proposto di ricondur l’uomo alla innocenza dell’Eden. E’ vero che nel Medio Evo l’anatomia era proibita; quei poveri artisti del secolo decimoquarto e decimoquinto non han potuto studiare il nostro corpo; le loro figure sono ravvolte nei panni come dentro a un sacco, o ad un lenzuolo funebre; l’uomo ha sempre troppo, dinanzi agli occhi, la sua colpa e sta in sospetto del suo corpo, che è l’ombra eterna del peccato. Ma, nonostante tal decadimento, si vede che germina in esso una nuova idea; le figure del Cimitero di Pisa son figure del crepuscolo, esseri che sorgono, esitando, fra i limiti di due epoche. Del resto, se si ponga mente alla storia degli uomini, li vedremo sempre così; sempre condannati a seppellire la metà delle idee apprese e la metà dei cari desideri della vita; sempre menati dalla corrente interminabile dei fatti, senza saper dove; sempre lasciando gli abiti dell’anima, l’innocenza della fanciullezza, la passione della gioventù, la fede della culla, qua e là, nel loro cammino, sempre cadendo, trafelati di stanchezza e di fatica sopra un mucchio di aride illusioni, perché i loro eredi se li tolgan dinanzi con un calcio, li gettino in una fossa e continuino rinnovellando gli stessi erculei lavori senza fine, e rappresentando, senza interruzione, la stessa tragedia.
Credete che la morte sia un’ interruzione? Io non l’ho mai creduto, altrimenti l'Universo sarebbe stato creato per la distruzione; Dio sarebbe come un fanciullo, avrebbe fatto sorgere i mondi, come un castello di carte, per divertirsi a buttarli giù. Il vegetale è come la terra, il bove e la pecora come il vegetale, noi come il bove e la pecora; esseri invisibili, che chiamiamo la morte o il niente, ci divorano; nell’ordine della vita certe creature non servono se non a divorare le altre; l’Universo è un polipo immenso con un immenso stomaco, o se avete vaghezza di una immagine più classica, un catafalco sopra il quale arde il sole come una face funerea, e sorge, come una statua eterna, il destino. Alcuni nascon pazienti, perché hanno molta linfa; altri eroi perché hanno buon sangue; altri pensatori perché hanno molta bile; altri poeti perché hanno i nervi molto agitati; però tutti muoiono per le loro stesse qualità e tutti vivono quanto durano le loro viscere, il loro cuore, il loro cervello, la loro spina dorsale, per riaccostarsi tutti definitivamente al nulla. Ciò che noi riteniamo virtù o vizio sono tendenze dell’organismo; ciò che crediamo fede, poche gocce di sangue meno nelle vene, o un po’ di bile al fegato, o pochi atomi di fosforo nelle ossa; e ciò che crediamo immortalità una illusione: di vero, di sicuro non c’ è altro che la morte; e la storia degli uomini è una processione di ombre che passano, come i pipistrelli, fra giorno e notte, per cader tutte, le une dopo l’altre, in quell’oscuro abisso, vuoto, incommensurabile, che si chiama il nulla, atmosfera unica dell’Universo.
Ma no, no, lo non le posso credere tali cose. La malizia umana non riuscirà mai a ottenebrare, nella mia anima, le verità divine. Io, come distinguo il bene dal male, distinguo la morte dalla immortalità: io credo in Dio, nella visione di Dio in un altro mondo migliore. Io lascio qui il mio corpo, come un’armatura che mi opprime, per continuare la mia infinita ascensione alle alte cime ove sfolgora la luce eterna. E’ vero che c’è la morte, ma è anche vero che c’è l’anima; contro la realtà, che vuole stringermi nella sua cappa di piombo, ho il fuoco del pensiero; e contro il fatalismo, che vuole avvinghiarmi nelle sue catene, ho la potenza della libertà. La storia è un risorgimento; i barbari avevano seppellito le antiche statue greche ed eccole qui, vive in un cimitero, dando origine a generazioni immortali di artisti con i baci delle loro fredde labbra di marmo. L’ Italia era morta come Giulietta; ogni generazione gettava uno strato di terra sopra il suo cadavere, e aggiungeva un fiore alla sua funebre ghirlanda ; e l’Italia è resuscitata. Oggi i tiranni cantano il Dies irae sui campi, ove si veggono i membri mutilati dalla Polonia. Però vedrete gli uomini accorrere, raccogliere le ossa che scarnificano coi loro becchi taglienti gli avvoltoi della Neva, e la Polonia rinascere come una statua della fede, con la croce nelle braccia, sopra i suoi antichi altari. Io ho sentito sempre l’immortalità nei cimiteri; la sento anche di più in questo Camposanto di Pisa, rigoglioso di tanta vita, popolato di tanti esseri immortali, da cui emana l’ispirazione, e, per conseguenza l’immortalità, come dai tronchi delle querce secolari, brulicanti di api, rigurgita il miele.
Quasi senza avvedercene, ci coglieva la notte. Il becchino fornì il suo lavoro e cessò i suoi colpi; il custode venne a sollecitarmi perché uscissi. Però io cercai indurlo a farmi restare un’altra ora in mezzo alla notte ed alle ombre. Volevo ingolfarmi nella tristezza del nulla, anticiparmi in quel luogo di silenzio il riposo eterno, contemplando la terra mortuaria, ove dormono, nell’oblio, tante generazioni.
Restai lì, appoggiato ad una tomba, curvando la fronte sopra il marmo di una delle arcate, gli occhi affissati nel quadro della morte e nei mostri del Giudizio Universale, rischiarati dagli ultimi sprazzi del crepuscolo, aspettando le malinconie più grandi che doveva recarmi la oscurità della notte. Ma invece, un fresco zeffiro venne a svegliarmi da’ miei cupi sogni; i fiori di maggio apersero le loro corolle, sino allora inchinate pel calore del dì; un profumo sottile, inebriante, pieno di vita si sparse nell’aere; le lucciole volanti cominciavano a vagare fra le ombre del chiostro, e le file dei sepolcri a mo’ di stelle erranti, e la luna piena sorgeva sull’orizzonte, nuotando maestosa nell’etere, ornando de’ suoi raggi la fronte delle statue funerarie; ed un usignolo, nascosto nei rami fronzuti degli alti cipressi, intonava la sua canzone d’amore, come una serenata ai morti e una preghiera al cielo.
(Traduzione di Gilberto Beccari)
Le impressioni pisane di Emilio Castelar y Ripoll (1832-1899) sono riprese da un volume edito dalla Carabba Editore. A questo ci affidiamo anche per riproporre, in una sorta di archeologia editoriale - una delle vocazioni di Tellus – il ritmo di una prosa suggestiva. A scrivere è Gilberto Beccari, il curatore del volume: Impressioni italiane di scrittori spagnoli (1860-1910).
Castelar nacque a Cadice. Poco più che ventenne fece il suo ingresso trionfale nella vita politica. Conseguì la cattedra di Storia all’Università di Madrid. Nel 1866, condannato a morte per cospirazione, emigrò in Francia e di là passò in Italia nel 1868 e vi ritornò nel ‘75. Fu durante le sue peregrinazioni che compose la I e la II parte dei suoi Recuerdos de Italia. Fu ministro di Stato nel primo governo della repubblica spagnola e presidente del potere esecutivo nel 1873. Propagandista dell’idea repubblicana, quest’apostolo della libertà fu il più eloquente oratore di Spagna. La sua prosa soffre in genere di quella sovrabbondanza verbale, propria della vena oratoria; risente di spagnolismo per il lusso orientale delle metafore, e di purismo. Il lungo periodare e l’abuso di paralleli e di contrasti stanca spesso, nondimeno la sua parola trascina, convince e conquista.
Alcune opere
Ernesto (1855). Ideas democraticas: la formula del progreso (1858). Defensa de la formula del progreso. Recuerdos de Italia (1871-73). Recuerdos de Italia (1876). Un viaje à Paris (1880). La Rusia contemporanea. Atzales politicos (1881). Galeria historica de mujeres celebres (1886-1887.)