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Lo scaffale di Tellus
Alessandro De Francesco: Lo spostamento degli oggetti. Anterem-Cierre Grafica
Alessandro De Francesco in performance poetica
Alessandro De Francesco in performance poetica 
09 Gennaio 2008
 

Pisancosmopolita De Francesco lo è per scelta e vocazione; e stando nomade tra parola e sussurri flautati dall’elettronica ha pubblicato, recentemente, nei tipi di Cierre Grafica, una sua raccolta di poesie. La collana “Opera Prima” ospita, detto meglio accoglie, con serenità appunto grafica e candore francescano, poeti che sperimentano nuove vie per la parola poetica, e ciò sotto l’occhio benevolo di Flavio Ermini che ne cura la scansione. Nel panorama di tanta poesia ritualmente mimetica o stancamente tardo-realistica questa collana è una novità da tenere ben presente. E Tellusfolio che annovera De Francesco fra i suoi collaboratori è lieta – fra l’altro con questo poeta si apre il 2008 poetico in questa sezione della rivista-on line – di rimbalzare tutta la visibile versificazione possibile dalle sue pagine elettroniche per questa ricerca letteraria. Scommessa letteraria con tanta scia filosofica ricamata sul pinzetto di Husserl. Lo stesso Alessandro De Francesco ha approntato il file antologico innervando il contributo critico di Martin Rueff con i testi letterari: per un’agile lettura e comprensione. E gliene siamo grati.

 

Claudio Di Scalzo

 

 

Da Per tutto l’amore del mondo, postfazione di Martin Rueff (docente di Teoria della letteratura all’Università di Parigi 7, scrittore, critico letterario, redattore in capo della rivista Po&sie, diretta da Michel Deguy)

 

Per tutto l’amore del mondo

 

Audacia del giovane poeta: riattizzare un antico fuoco senza preoccuparsi troppo delle ceneri. Non che Alessandro De Francesco sia un novizio: è un giovane colto, conoscitore delle poetiche francesi e italiane, critico attento, lettore profondo. Ma è la poesia ad esigere che ogni sapere si cancelli di fronte alle prerogative del poema. Essere poeta vuol dire abbandonare ogni desiderio di controllo – o lasciarsi andare ad un’autoconoscenza che sconvolge i saperi tradizionali. Non sono forse le stesse vecchie nozioni di ispirazione e possessione poetica, rinnovate da Kant nella sua dottrina del genio, a contenere tale prospettiva? Nessuno meglio del poeta sa ciò che fa, ma il suo sapere deve restare per lui stesso un enigma.

Tentiamo di approcciare tale enigma attraverso i verbi sostantivati che indicano rispettivamente le tre parti della raccolta: dormicchiare (dormiveglia), percepire (percezione del mare), spostare (spostamento). Le poesie sono oggettivazioni di questi atti di coscienza ispirati dai particolari. Abbiamo pensato che se il titolo dell’ultima parte corrisponde al titolo del libro è perché ne esprime l’insieme della poetica.

 

Dormicchiare

 

Il poeta del tra(mezzo) si situa nell’intervallo. Viene in mente Luciano Erba, l’autore de L’altra metà. La sonnolenza dice la percezione confusa e l’incoscienza: façons d’endormi et façons d’éveillé nel passaggio sotterraneo della coscienza. Come nel primo, cesellato testo: “srotolamenti / di coscienza / senza esserci”. Esserci senza esserci, come il sonnambulo (nell’oscurità fuori) o il sognatore (siamo tutti nel corridoio):

 

tra noi il sonno e la realtà

è una specie di resina

che incolla ma attutisce

[la luce pomeridiana]

 

È importante sottolineare come questa prima parte, precisamente situata in uno scenario domestico, sia consacrata agli “spostamenti” degli stati di coscienza - la formula è data dalla composizione nell’oscurità fuori: “uno spostamento nella percezione”.

Per De Francesco l’io è un teatro di percezioni di cui il poema registra gli scivolamenti, gli slittamenti, le giravolte – “srotolamento” (bolle nel tempo), “scorrimento” (dopo la presentazione delle larve e ascesa) – se non la dissoluzione (esercizio elegiaco al tempo futuro). E se il poeta si cura di definire “lo stato di cose”, se segue i movimenti del soggetto quasi a voler uscire da esso, quasi a voler scendere nel passaggio sotterraneo (di quel saluto di notte, mentre discendendo), è per aderire piú profondamente ai movimenti interiori. Il paesaggio in decomposizione (si noti la forte presenza della neve in gli sorride immobile e la condivisione) rinvia alla difficoltà dei legami, alle partenze, alle separazioni (cfr. ancora la condivisione, e anche mancano quattro minuti e ventotto), alle comunicazioni difficili, come nella dolorosa scena della poesia “telefonica” (gli sorride immobile), che ritorna nel bell’esercizio elegiaco al tempo futuro. Il paesaggio urbano è fatto di luoghi inabitabili che sono luoghi di passaggio: parcheggi, fermate dell’autobus, corridoi, stazioni. Si ricordi questi celebri versi di Vittorio Sereni:

 

Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità

Tendo la mano

[Autostrada della Cisa, in Stella Variabile]

 

Viene in mente allora il pittore E. Hopper (cfr. l’ultima strofa della terza parte di esercizio elegiaco), la precisione della sua pennellata chiara che immobilizza i personaggi per metterli di fronte al loro smarrimento; ma anche l’arte di Michelangelo Antonioni, maestro di solitudini. Ciò avviene forse perché queste scene d’interni offrono l’allegoria dell’affetto e del distacco? Il motivo del filo, del cavo, è molto presente; separa ciò (e coloro) che collega in uno spazio vuoto dove risuonano gli oggetti (cfr. ancora esercizio elegiaco). Più avanti esso diventerà il cordone che collega alla madre (se con il volto).

 

 

Percepire

 

Si faccia bene attenzione: se la seconda sezione porta come indicazione il sottotitolo esercizio di stile, il virtuosismo delle sue strutture rimate non deve far dimenticare il fatto che per un poeta le questioni più radicali dell’esistenza richiedono decisioni formali radicali. Così, tutto accade qui come se la difficoltà di evocare la percezione del mare suscitasse un nuovo rigore che non ha niente di “classico” e ancora meno di “neoclassico” - perché il paesaggio marino è quello dell’indecisione, dell’indistinzione, dell’immersione (I.), ed è questo disturbo della percezione che esige la rima.

 

Dov’è l’interno? Dov’è l’esterno?

 

è forse il dopo più vero del ciglio ?

se l’acqua scivola dentro il cuscino

è un chiudersi di iridi, [...]

 

 

L’occhio è attirato dal gioco delle forme con le luci, dal gioco delle linee e dei piani, dalla bellezza geometrica delle figure della percezione. E, come per evitare ogni malinteso, la stagione di questi paesaggi marini non è un’estate vacanziera, ma l’inverno della pioggia e del freddo sul mare – si pensi allora a F. Benzoni o E. De Signoribus. Percepire il mare è l’esercizio di stile e di attenzione piú difficile che ci sia. Il nostro poeta non ha dimenticato gli imperativi del pittore di All’ombra delle fanciulle in fiore.

 

Spostare

 

Sia fatta la seguente ipotesi: è il tempo che sposta gli oggetti, è lui che li fa spostare da un luogo all’altro. Il movimento nello spazio si opera qui nel tempo:

 

la gomma blu degli ascensori

che è adesso una formazione del tempo


In altri termini, ogni occupazione spaziale (cfr. manifestazione repentina) è un impiego di tempo. Il poeta attraversa da solo il tempo, con l’aiuto degli oggetti che aprono i possibili, secondo quanto suggerito dal bell’esergo tratto da Wittgenstein.

Gli oggetti ci sono, nella loro modernità opaca, ma il loro esserci è un essere per la nostra morte, come indica la poesia che se mai, che offre una delle chiavi di lettura del libro:

 

che se mai ci sembrasse proprio impossibile immaginare

cos’è la morte ci sono sempre gli oggetti a ricordarcelà

 

bambole         soprammobili         poltrone

anche gli elettrodomestici

come ogni altra macchina attivata da energie esterne

e queste stesse energie         questa stessa luce

non sentono         ma ci sono

 

Al nostro poeta piacciono i frigoriferi (cfr. sez. III di esercizio elegiaco al tempo futuro, una pecora di fumo e così le cose della casa). Qui il frigo è occasione di una meditazione profonda. Certo, soltanto l’uomo merita il nome di mortale, perché soltanto l’uomo può la sua morte, secondo l’indimenticabile lezione di Essere e Tempo; ma la lezione degli oggetti non è meno decisiva. L’oggetto ci obbliga a pensare a come sarebbe il mondo se non ci fossi per vederlo. Con ciò non è che la lezione kantiana sia rifiutata. Ma ciò che io mi rappresento quando affronto per un istante gli oggetti in quanto oggetti, è che essi ci sono senza di me e che non smetteranno di esserci quando cesserò di rappresentarmeli. Ecco perché bisogna prendere sul serio i frigoriferi:

 

e alla fine cos’è questa realtà

che se non è un qualcosa non è neppure un niente

 

Si può dire allora che il silenzio del mondo degli oggetti è eloquente, e che si tratta dell’eloquenza di un’orazione funebre.

 

ma subito ci appare inverosimile

restiamo senza dire niente

continua questa inspiegabile assenza di dati su tutto

le cose tacciono poco a poco

[così le cose nella casa]

 

In tal modo si comprende ancora meglio la meticolosità estrema con la quale il poeta si sforza di restituire la percezione degli oggetti. Al modo di un Cézanne, egli decompone la percezione degli oggetti e la ricompone secondo una geometria che, a forza di precisione, diventa allucinatoria (la gomma blu, lo stato orizzontale). Come nei giochi in cui ci viene chiesto di riconoscere un oggetto a partire da un ingrandimento di un dettaglio, eccoci di fronte a oggetti divenuti pure forme, geometrie vaghe, rêveries fatte di “dilatazioni” e di “aderenza” (tre eventi), e che potrebbero talvolta evocare il cubismo (il riferimento al museo di arte moderna in cosí le cose della casa dev’essere preso sul serio).

Proiettarsi nel mondo degli oggetti permette di abitare il tempo, di tornare al mondo dell’infanzia (anche noi), di percorrere il tempo in tutti i sensi. Quando utilizza la tonalità dei poeti crepuscolari, De Francesco non dimentica di situarla all’altezza della sua ricerca ontologica. Bisognerebbe citare per intero nella percezione degli oggetti. Dice tutto l’amore del mondo.

 

nella percezione degli oggetti         il profumo di mia madre

nella bottiglietta a forme di cono la luce bianca

di quando ancora non ti avevano regalato il paralume

la fuoriuscita imprevista

dell’idea di morte quella mattina davanti allo specchio

 

*


 

Scrivere


Evocare gli oggetti per dire il mondo e la morte degli uomini, tenerli stretti il più possibile per spostarsi nel tempo; è questo che interessa al nostro poeta. Tale sforzo necessita di un’attenzione estrema e anche di tatto. De Francesco procede con pennellate discrete: i testi sono brevi, quasi per afferrare l’attimo stesso dell’oggetto, discreto esso stesso (le poesie, lo si sarà notato, spesso non hanno titolo, o sono intitolate tra parentesi, come per non predeterminare la percezione) e deliberatamente modesto – secondo una delle migliori tradizioni elegiache della poesia italiana del XX secolo. Ogni percezione, ogni oggetto detta la sua forma al poema, e se alcuni tratti stilistici sono riconoscibili, essi non diventano mai maniera. Si evocherà lo spostamento di una parola sul verso deportato, sganciato, dis-locato anch’esso.

È il poema a spostare gli oggetti nella lingua e nel tempo.

 

 

 

Scelta di testi da Lo spostamento degli oggetti



di quel saluto di notte a marina di pisa

ricordo tutto

 

mi è concesso forse citare qui

il muricciolo lo sciabordio

degli scogli la giacca

e il fatto che piangevi

 

preme la finestra         una sequenza d’inverni

 

mi ha seguito nell’armadio

forse nel sottopasso

 

trovo         nella lampada

l’odore del legno

 

 

 

mentre discendendo

al di sotto del ponticello si trova verso due figure

al bordo dell’acqua non si volgono

 

in diagonale sul letto dentro ai battiti del sudore

 

ci è ricordata la retromarcia verso il bosco

la notte al di là della casetta piena di birra e adesivi

partivamo dal parcheggio

 

dal grido in lingua straniera pronunciato nel sonno

il braccio sul ventre nell’oscurità

 

 

 

la condivisione di due corpi in una mamma

discute nel vuoto in fila indiana allontanandosi

dal capannone nero

per attendere l’autobus

nello slargo dove ti chiedo che cosa abbiamo fatto

si intravede un bambino nella neve nei tuoi corpi

a lato della strada deserta

 

 

 

sparizioni

 

 

viene dentro

 

 

forse negromanzie dai tubi del deumidificatore

ai piedi del letto

 

tessuto organico         si dilata

nella stanza         occupa spazio

 

 

 

gli sorride immobile come sempre

accanto allo scivolo nella neve

ma non capisce se è lei

 

mentre inconsapevole entra da una finestra

svolazzando a giro spacca i soprammobili bisogna prenderlo

lo getta nell’aria ma non può accettare

di sentirlo scendere

 

in cucina squilla un telefono nella strada deserta

accanto al duomo                   percorre il corridoio

sotto al lettone di metallo vede articolarsi la bocca

con gli occhi sgranati cerca di risponderle

emette un brusio i battiti aumentano

alle prime ombre del mattino

in una stanza vuota d’albergo             nel letto di neve

 

 

 

e alla fine cos’è questa realtà

che se non è un qualcosa non è neppure un niente

perché nella mancanza di suoni

di un pomeriggio opaco         assolato

c’è questo dolore qui che comunque si sente

 

la chiocciola come la bacca

scoppia sotto al passo tonfa

sul selciato il sacco della spesa

quando torno a sera e sono stanco

e scolora il cavo che mi lega al tempo

 

e se è vero che questa lingua sola

la si può dire essente

(o forse anche la vita

nel suo stupefacente movimento)

allora da dov’è che non si pensa il vuoto

se non come una forma un recipiente

 

 

 

tre eventi

 

 

I. (dilatazione)

 

certo inconsapevole ondeggia dal marciapiede alla strada

emettendo versi

quasi subito lo travolge una bicicletta

resta a dibattersi nello stesso punto dell’urto

per il collo spezzato non può spostarsi

le ali che frullano bruscamente nel sangue

private di funzione

 

dalla fermata dell’autobus esattamente di fronte

un uomo si getta lo zaino ondeggia gli è sopra lo finisce

calpestandolo in modo ritmico          tacendo

si gira torna sul marciapiede allargando le braccia è sudato

respira affannosamente

 

resta la dilatazione del corpo deformato sui rumori della città

 

 

II.

 

tentando di premere l’icona desiderata

la freccia si agita sbattendo ai lati dello schermo

quasi incontrollata

 

cerco senza esito un motivo nel pannello di controllo

raggiunto a stento pestando sul sensore

riavvio poi spengo

 

quando riaccendo la macchina è immemore

dell’accaduto

 

 

III. (aderenza)

 

inutile tentare di avvertirlo

nel piazzale degli autobus la corriera in retromarcia

non sa di lui dietro la ruota

e lui senza esserci nella coscienza del movimento all’indietro

non pensando all’azione degli oggetti

anche se nel continuo e non voluto ondeggiamento pare uscirne

come quando noi proviamo a liberare i fatti dalle cause

 

alla fine è uno scoppio d’ossa sul rumore del diesel

 

restano aderenti al pneumatico le ali

 

 

così le cose della casa quando tutti sono usciti

permangono nella luce obliqua

 

e accade di avvistare un frigo o una poltrona

nella finestra del palazzo di fronte

di ricordare quel quadro

in un corridoio del pompidou

e pensarlo sussistente nella notte senza occhi

 

 

salendo le scale

una testa femminile verso la finestra          sul pianerottolo deserto

si volta di scatto non può accettarne il volto

è costretto al risveglio esce a tiergarten

 

mentre cammina guarda i rami

 

ed è la solita vertigine quando si mostra negli oggetti

ma subito ci appare inverosimile

restiamo senza dire niente

continua questa inspiegabile assenza di dati su tutto

le cose tacciono poco a poco

 

 

 

talvolta i volti della gente

appartengono ad un’altra dimensione

 

una storia virtuale dove la funzione undo

rigenera il presente

 

la loro vita esterna sembra quella

di un gruppo d’alberi

che esiste solo dentro una finestra

 

 

 

in questi spazi minimi dove si trova il gesto

che fa crollare il vuoto quotidiano

che per un attimo dopo il caffè

dà la certezza di non poter tornare

nel luogo in cui qualcosa respirava

e sanguinava nell’erba

 

 

(Cierre Grafica – Anterem, Verona 2008)

 

 

 

Alessandro De Francesco (Pisa, 29 settembre 1981) si è laureato in Filosofia all’Università di Pisa, ha compiuto studi letterari e musicali a Parigi e a Berlino ed è attualmente dottorando in Letterature comparate presso l’Università di Siena e l’École Normale Supérieure di Lione, dove tiene inoltre un corso di Poesia italiana contemporanea.

 

È presente con testi poetici, articoli e traduzioni di poesia in varie opere collettive, antologie e riviste, tra cui Caffè Michelangiolo, Atelier, Tratti, Testo e Senso, Carte nel Vento, Tellusfolio, Création Critique, Écritures, Anterem.

 

Collabora assiduamente con poeti francesi, tedeschi e italiani.

 

È stato finalista al Premio di Poesia Lorenzo Montano 2006 ed è stato selezionato per i programmi Nodo Sottile 5 e RicercaBO 2007.

 

È regolarmente invitato in Italia, Francia, Germania, Estonia, Olanda e Stati Uniti per conferenze, letture di poesia, installazioni e performances di poesia elettronica.


Foto allegate

Opera Prima, Cierre Grafica, 2008
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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276