Tiziano Salari nel recensire l'Autoantologia di Isella flette le nervature anche filosofiche che attraversano la produzione del poeta svizzero e a noi lettori, io per primo - che di questa operazione editoriale nata dal grembo dell'annuario Tellus e dalle feconde rive di Tellusfolio (sul portale compare l'Autoantologiaweb di Marco Cipollini) sono il convinto sostenitore - vien voglia di leggere nuovamente i versi antologizzati e magari di stamparne una seconda edizione dato che la prima è esaurita. Intanto, però, i lettori di Isella o incuriositi anche dalle recensioni che si possono leggere su Tellusfolio, potranno trovare il poeta in Tellus 27 distribuito nelle librerie Feltrinelli. Notizie su altre autoantologie, quella di Giorgio Luzzi; antologie, quella di Flavio Ermini su Anterem; e cataloghi legati a Tellus, quello sulla Galleria Peccolo di Livorno; si trovano nella fotografia qui a fianco perché riproduce la mia postfazione al libro di Isella. Basta clikkarci sopra. (Claudio Di Scalzo)
MONDO ANIMALE E VEGETALE NELLA POESIA DI GILBERTO ISELLA
Oltre gli armenti che ci spiano/da specole lucide d’erba/e gli sguardi taglienti delle piante […] Proprio verso la metà della sua Autoantologia, Gilberto Isella inserisce due liriche estratte dalla sua opera del 1996, Apoteca, appartenenti entrambe alla suite Leonessa. A che cosa rinviano questi versi? Perché dovremmo andare oltre i greggi, le erbe e le piante, e cioè l’inquietante familiarità del mondo vegetale e animale che ci circonda per attingere il livello ancora più profondo di estraneità in cui ci proietta il seguito della poesia?
[…] sei fragore di pupilla,/ caduta in basso firmamento,/ bella icona straniera scintilla/ che il cuore asciuga precoce/ dentro il suo roveto indiviso
L’autore ci dice, nella nota a piè di pagina, che «all’insondabile sacralità dell’animale (che irrompe in noi manifestandosi come ‘icona straniera’) è dedicata questa poesia, così come la seguente». E nella nota apposta alla lirica seguente viene fatto riferimento al fatto che «l’animale conosce l’Aperto, secondo il velato dire di Rilke», con un implicito rinvio all’VIII delle Elegie duinesi. Mit allen Augen sieht die Kreatur/ das Offene. Con tutti gli occhi la creatura vede l’aperto L’ Aperto che si rivela profondamente nel viso dell’animale. Frei von Tod. Libero da morte. Ora, oltre che a Rilke, e soprattutto ad Heidegger interprete di Rilke, Isella sembra rifarsi anche a Leopardi. Beati voi se le miserie vostre/ Non sapete, suona un appunto dello Zibaldone, (pp. 69/70) che diventerà grande poesia nel Canto notturno nel contrasto tra vita senza affanni del gregge e vita affannosa dell’uomo. Per Heidegger, interprete di Rilke, piante e animali stanno nell’Aperto, ma anche messi al sicuro e protetti dall’essere posti dentro i limiti della Natura. Solo l’uomo si arrischia oltre questi limiti e rimane senza protezione. La nostalgia di Isella è della traccia animale in noi «che censure culturali d’ogni tipo (paradossalmente anche religioso) reprimono. Resti di quell’animalità, ormai privi di splendore, ci accompagnano nell’ingorgo, nei luoghi della complessità obliosa dove arrischiamo le nostre esistenze» (nota di p. 18).
L’arrischiarsi dell’uomo è dimenticanza dell’origine e della traccia animale che possiamo soltanto presentire nell’«icona straniera» della leonessa, i cui sensi si sono affievoliti in noi. Qualcuno canta dal fondo della sua carne lenta […] Fioco il ruggito […] (p. 18) La poesia di Isella nasce sotto il segno di questa estraneità e di questa nostalgia. Da Le vigilie incustodite del 1989 (dove incustodite suona come non protette) a Fondamento dell’arco in cielo, ultimo libro di Isella qui non antologizzato, il poeta insegue immagini che riescano a trapassare il velo di familiarità del reale, per attingere una dimensione più profonda rispetto «al tardo stato d’animo della natura» (Benn) rispecchiato dal nostro Io. E questo oltre, sia che venga chiamato cadenza rotta del divino (p. 17) o il vortice/ di qualche anteriorità (p. 19) che risale all’Urmensch africano di un passato lontanissimo (nota di p. 19), o il suono di uno “strumento emblematico” come il corno che irrompe da un fondale leggendario nella caotica mescolanza di elementi dell’essere (p. 24), o ancora la labirintica immagine di una spugna perforata da Dio che assorba il reale nella sua totalità in un istante di raccoglimento in una stanza da bagno, è quanto viene delegato al poetico per impedire l’obnubilamento degli strati preistorici da cui proveniamo e gettati nel presente (per risalire alla vernice/ delle cose vere/ che hanno denti naturali/ per afferrarmi e sbranarmi).
Ma le Autoantologie, anche se di un autore solo, così come le Antologie, danno una visione parziale di un poeta, o di tutta una categoria di poeti, e la loro utilità è quella di rinviarci alle opere complete, e concepite organicamente, di quel poeta o di quei poeti. Per Isella, ad Apoteca (L’Angolo Manzoni Editore, Torino, 1996), Nominare il caos (Dadò, Locarno, 2001), In bocca al vento (Lietocolle, Faloppio 2005), e al già citato Fondamento dell’arco in cielo (Lugano, Alla chiara fonte 2005), in cui l’ananke che regge tutta la sua ricerca, distillata nell’Autoantologia, si dispiega nella scrittura poetica che cerca di chiudere la ferita aperta nell’uomo dall’essersi distaccato dalla natura primigenia, dal sogno che si ritrova nel suo corpo: «un sogno, un animale» (Gottfried Benn).
Tiziano Salari
Da Apoteca, Torino, 1996
Oltre gli armenti che ci spiano
da specole lucide d’erba
e gli sguardi taglienti delle piante
sei fragore di pupilla
caduta in basso firmamento,
bella icona straniera, scintilla
che il cuore asciuga precoce
dentro il suo roveto indiviso.
Non altro spettro ridente
alberga nel limbo del viso.,
non altro che un dardo felino
soccorre il tedio
del non raggiungimento,
questa cadenza rotta nel divino.
***
Qualcuno canta dal fondo della sua carne lenta
abolita nell’insidia del sole
o per i pollini d’un farmaco
che corre per le vie dell’ipocondrio
rapidissimo, puntino
della morte
su foglio immenso che ha biancore di campagna
sovraesposta, incandescente.
Fioco il ruggito
da una veste sacra inapparente
si stacca come angelo d’asma,
contumace vola nei vacuoli
in rotta, fantasma
o aquilone sopra l’ingorgo.
***
Da Nominare il caos, Dadò, Locarno 2001
Due segnali di corno
incalzano
la sordina di un esterno naturale,
le onde si dividono sui fiori e al gioco degli stami
perde peso ogni polline, si scompagina
l’etere frattale.
Questo non è ancora un accordo,
la nota bina e domestica,
questo imprendere non è che mescolanza
di nascimenti ingrati nella materia vasta,
l’impalpabile che sfionda, la somma carica e vuota
di elementi a venire, forse di sensi.