La Fondazione della rivista Tellus:
Fascicolo 7. Confine per testa fine
– Stiamo raggiungendo il confine padre mio? È questa l’avventura nostra?
– Non c’è confine, risponde Libertario detto Lalo al Provinciale, si sposta continuamente …finché io non avrò scelto di fare la vedetta e tu il soldato in arrivo.
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Il confine si scioglie lento dentro ai fiati contrapposti dei provinciali. Flette la linea quando la attraversi restandone impigliato soltanto con i pensieri spugnosi. I corpi dicono all’unisono: frontiera sei fatta per venire violata e come vedi lo facciamo teneri e determinati.
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Il Provinciale vive al limite. Intuisce crepe fragorose e schianti nell’altrui lingua che fanno tremare eppure desidera l’attraversamento. E sa che la sua vita come quella dell’altro s'incastona in un senso più profondo dell’esistenza, simile a strada pronta a biforcarsi.
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Sembrano brune isole le schiene oltre la frontiera. S’incurvano sul pallore della terra innevata e giù nelle gole dal tenero verde si ispessiscono come insetti predatori di virgulti. Se piove appena, ognuno riscopre la sua saggezza primordiale e immagina spighe da impiantare appena sarà primavera su quella pista sconosciuta che la sua volontà ha scoperto.
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Quante sono le immensità mentali?, si chiede il Fondatore della rivista mentre sfoglia le pagine del fascicolo numero sette. Simile al lucente scongelarsi delle radure appena sotto alle creste delle vette è la volontà che animò la vocazione del personaggio Jekyll a superarsi nella sua stessa carne.
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Scesi sull’altra riva del Serchio, i vecchianesi si inoltrarono in una oscurità fitta. La macchia si allungava fino alla città di Pisa. Non vedemmo neppure una stella. E molti rabbrividivano, animali spauriti. Dov’è finito il vostro fiuto di antichi cercatori di piste?, li apostrofai. Temete questo corno che arriva debolmente alle vostre orecchie o i latrati dei cani che ne azzannano la melodica mitezza? Silenzio. Sembrava non avessero mai camminato nella notte sotto il gocciolare delle foglie. Ma forse quella volta, oltre la frontiera del fiume, eravamo noi i cacciati.
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Loro sono più abituati di noi a vivere su questo limite del padule, disse il più vecchio della compagnia. Alcuni compagni che non individuai, era troppo buio, chiesero cosa volesse dire: non abbiamo forse anche noi buoni muscoli e ferri taglienti? Sentii che rispondeva dicendo che loro erano anche abituati a pensare su quel limite incrostato di foglie dentro cornici di rigogliose felci e che dunque, disse proprio così, sono più forti. Confusamente, anni dopo, incontrando l’uomo che mi stava porgendo il fascicolo numero 7 di Tellus, capii che in quella mia missione di provinciale che varcava i limiti della sua terra vecchianese avevo già incontrato lui, il Fondatore della rivista.
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Oltre il confine mi prese una specie di ebbrezza, come se fossi nel vibrato di un volo senza meta. La mia età m'abbandonava come cenere sparsa da spazzole invisibili. Il richiamo che sentii in me, quasi un'inascoltata fino ad allora giovinezza, consisteva nell’attesa di vedere gli altri, di ascoltarli, di misurarne l’ampiezza delle pupille.