La “Valli del Bitto” a un 'quadrobbio'...
 
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   25-01-2006
Egregio Mazzoli,
1. vedo che a lei piace stare dalla parte dei forti e non della logica che dovrebbe difendere la vera tradizione
2. vedo che qui - in questo sito intendo - non gliene frega niente a nessuno di dialogare su questo tema
3. vedo che per lei contano personaggi come i cosidetti “maestri assaggiatori onaf” (maestri di che, se accettano i fermenti industriali?); a mio avviso, visto il nome “altisonante” (“maestri”!, che ridere!) fanno colpo su chi non li conosce (non voglio generalizzare quindi non li condanno a priori tutti, ma neanche vorrei santificarli!)
4. vedo che - dovendomi io adeguare ai suoi tempi lunghi, Mazzoni - il discorso si frammenta e diventa ingestibile
5. le nostre posizioni sono così distanti che è inutile discutere; che ognuno resti con le proprie!
Buone cose.
Roberto Vanni
Roberto Vanni   
 
   17-01-2006
Ecco, appunto! ho trovato il tempo per continuare... Se non lo ha saputo, il Ministero ha ritenuto non valida la marchiatura a fuoco "Valli del Bitto" che i produttori aderenti all'Associazione Valli del Bitto, potevano opporre sulle forme da loro prodotte, in aggiunta al Marchio a fuoco BITTO. Sono seguite sulla stampa locale alcune dichiarazioni: le solite che Ciapparelli fa in questi casi, con una aggiunta: ..."attenderemo la mediazione politica"... Cosa abbia voluto dire non lo so, a meno che io sia tonto (un po' si lo ammetto). Lei come interpreterebbe questa dicharazione? Che differenza c'è tra la filosofia del CTCB (Consorzio Tutela Casera e Bitto)e le Valli del Bitto, per dare l'incomincio alla nostra discussione? Il Consorzio dice che produrre il Bitto alla "vecchia maniera", va bene. Tant'é che riconosce(riconosceva) ai produttori che sostengono che il "vero" Bitto si può produrre solo in quella maniera, il Marchio suppletivo "Valli del Bitto". I "Talebani" della situazione sostengono che anche tutti gli altri produttori di Bitto, devono "lavorare" in quel modo: alla "vecchia maniera", ...alla loro maniera, s'intende! E' qui si innescano tutte le problematiche che causano la diatriba. Un conto è se il Consorzio proibisce loro di fare come ...hanno sempre fatto. Un conto è produrre come il Disciplinare consente; Disciplinare approvato democraticamente dai produttori iscitti al CTCB.
Sulla questione "gusto", ognuno ha il suo. Vi sono consumatori che preferiscono il Bitto di Gerola, e altri che preferiscono il Bitto di Livigno, dello Spluga, dello Stelvio o di Parissolo (Val Brembana)... Dire che il "vero" Bitto è solo quello prodotto nelle valli da cui ha preso il nome, è "falso"! Prova è che, alla Fiera del Bitto, non sempre il Bitto di quelle valli vince. Se pensiamo che la giuria, negli ultimi anni, formata da assaggiatori e da Maestri Assaggiatori Onaf, si è sorbita, senza fiatare (sich), l'epiteto di "incompetenti", capisce che il livello culturale dialettico è un po' basso... e che l'unica volta che le forme del "classico" Bitto, hanno avuto "punteggi alti",è stato quando la giuria ...forzatamente, ha dovuto essere per metà formata da Assaggiatori ONAF e per metà da cittadini di quelle terre... Mi consenta (che va di moda) due righe sul prezzo. Si sa che i contadini, gli agricoltori onesti, hanno sempre immesso sul mercato il meglio delle loro produzioni, per spuntare un prezzo più alto e per non fare brutte figure... lasciando per se e la propria famiglia il ...resto. Andando avanti con questa logica, il produttore di Bitto, dovrà andare pure lui a Milano a comprarsi un buon pezzo del suo Bitto (risich!)... Provi ad interpretare questo ultimo passo? At majora!
'l casèer   
 
   13-01-2006
Caro Mazzoni,
la devo immaginare in uno dei tre seguenti modi:
1. o molto preso da altre cose, tanto da non star dietro ad un dialogo su un argomento peraltro da lei stesso intavolato
2. o a concertare con terzi una replica
3. o senza argomenti
Prenda quest'ultima come una bonaria provocazione. Lei, d'altronde a differenza di me, essendo valtellinese Doc e per giunta casaro e pubblicista, ne sa di cose che io non so...
In ogni caso io - e immagino anche qualche altro lettore di questo sito - avremmo il piacere di leggerla.
Dopotutto la "bellezza" di internet rispetto alla carta stampata è quella di non dover diependere - appunto - dai tempi di stampa!
Cordiali saluti.
Roberto Vanni

Penne all'arrabbiata   
 
   09-01-2006
Egregio Mazzoni,
io non conosco lei e lei non conosce me. Ma io conosco il buon Bitto selezionato dai Fratelli Ciapponi di Morbegno sin dal lontano 1979. E da quel dì me ne approvvigiono ogni volta che capito dalle vostre parti. Si figuri che una volta, partito da Roma per Milano e trovandomi una mezza giornata libera, presi il treno e mi regalai un Tronella e un Bomino - di tre e cinque anni - che ancora mi fanno sorridere di piacere per quanto erano buoni.
Ora deve sapere che, essendomi letteralmente innamorato di quel formaggio, mi capitò di trovare del Bitto al supermercato, nel 1998 o giù di lì. Rimasi sorpreso. Ingenuamente felice, di prim'acchito. Poi, al palato, rimasi incredulo per quanto anonimo e diverso fosse. E non aggiungo altro,ché di disastri caseari in Italia ne abbiamo avuti altri (si vada a “gustare” un po' di Asiago a buon mercato per capire il rischio che correte).
Questa l'altra mia premessa fondamentale, oltre a quelle del mio primo messaggio.
Ho letto quelle che per lei sono le quattro strade, ma secondo me una quinta andrebbe presa seriamente in considerazione: che il consorzio (se fossero furbi, ma sinora non lo sono stati davvero) capisse che anziché combatterli "quelli la" andrebbero tutelati, protetti (sì: come i Panda ormai, anche se di panda ce ne sono assai più di quei malghesi che, unici in tutta la provincia, possono davvero caseificare "a caldo" nei calecc), messi su un podio ad esempio, “punta di diamante” di cui fregiarsi e di cui vantarsi.
Prenda ad esempio una qualsiasi realtà enologica di buon livello. Ecco, prendiamo la Nino Negri. Rese ridotte in vigna (potature verdi), vini di vari livelli qualitativi, ma tutti dal buono all'ottimo, all'eccellente. E la “punta di diamante” (5 stelle Sfurzat, un campione!) che fa da traino a tutti gli altri. Ma che da certe teste escano fuori soluzioni ragionevoli sarà un po' difficile. Nel settore lattiero-caseario - unico nell'agro-alimentare - c'è chi (poveri inetti!) pensa ancora a produrre quantità.
Tornando alle soluzioni che lei paventa, credo che l'associazione non vada sciolta e che Ciapparelli - per quanto discutibile e scomodo possa essere il personaggio - meriti un po' più rispetto, e sa perché? Per la sua capacità di creare il gruppo, e di tenerlo assieme sin dai primi momenti e nelle successive e non poche difficoltà, ovvero quando la Dop nasceva e quando si sentiva parlare di estendere a tutta la provincia la produzione del Bitto e poi via via attraverso i fatti più recenti che lei conosce meglio di me. A mio avviso prima di arrivare alla soluzione "Bitu" sarebbe da tentare le due sottodenominazioni "Gerola" e "Albaredo" (in questo le apparentemente buone relazioni tra Slow Food e il ministero potrebbero risultare strategiche) dopo le quali potrebbero nascerne altre se e dove altri casari onesti e capaci, anche senza calecc ma lavorando davvero "a caldo" dovessero emergere.

Un caro saluto,
Roberto Vanni
Penne all'arrabbiata   
 
   08-01-2006
Caro amico che ti firmi "Penne all'arrabbiata", non hai risposto alle mie proposte, concrete! Se vogliamo entrambi fare e scrivere sull'ultima puntata della Bittonovela, il tuo commento al mio articolo non dice nulla di nuovo se non un convincimento, legittimo, per carità, ma non utile a risolvere la questione. Io ho prospettato quattro soluzioni: se mi rileggi, analizzale una ad una e dimmi la tua opinione. Se ritieni che non ne valga la pena, amici come prima. Spero che qualche altro lettore possa entrare nel merito delle mie conclusioni. Cordialmente
'l casèer.
Alfredo Mazzoni   
 
   07-01-2006
Ragioniamo anche su quel che sta prima dei fatti più recenti, per cortesia.
Perché nessuno s'è scomodato prima a pensare cosa stesse accadendo?
Che il consorzio abbia virato verso metodi d'allevamento spinto (obiettivo? fare più latte! bravi furbi!: mentre tutti i mercati di qualità abbassano le rese in quello caseario abbiamo ancora i geni incompresi che puntano alla quantità! complimenti!), portando gli integratori anche in alpeggio ("figli" dell'alimentazione degli altri nove mesi dell'anno, e talvolta portati con l'elicottero in alpeggi altrimenti irraggiungibili, si dice), e poi i fermenti lattici, per cortesia! Ma di quale tradizione vogliono parlare quelli? Con quale faccia? Il Bitto storico si fa con latte, caglio, sale e onestà. Nient'altro.
L'aver voluto estendere a tutta la provincia la Dop illudendosi che avrebbe portato benefici e cancellando invece di fatto altre meraviglie casearie con l'illusione di un guadagno maggiore è stata un'altra trovata demenziale di certi personaggi che dovrebbero vergognarsi di esistere.
E potrei qui continuare con cento altre nefandezze combinate dalla gestione esasperante di chi ha la "legge" dalla sua...
Penne all'arrabbiata   
 

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