Guido Hauser. Teledurruti, o sulla differenza tra satira, goliardia e kitsch
29 Ottobre 2009
 

Da alcuni giorni la prima cosa che faccio dopo pranzo, con lo spazzolino schiumante ancora in bocca, è andare su internet per controllare se ci sono nuovi interventi su Teledurruti. Ma cosa è Teledurruti? Semplice: è una tv monolocale, per dirla con il suo mono-autore Fulvio Abbate - o meglio lo scrittore Fulvio Abbate, come lui ci tiene a precisare. Una specie di blog visivo in onore di Buenaventura Durruti, il celebre combattente anarchico morto nel corso della guerra civile spagnola.

 

Tecnicamente si tratta dunque di questo. Un sito internet. Una web-cam sopra al pc, con microfono incorporato. Attraverso cui Fulvio Abbate – lo scrittore – da casa sua registra brevi commenti audiovisivi ai fatti del giorno, oppure inscena fulminanti rappresentazioni domestiche (delle “fiction” vere e proprie) in cui il corpo diventa lo strumento euristico per avvicinarsi al nucleo opaco o fantasmagorico del reale, se così possiamo dire. O ancora meglio, Abbate utilizza ogni elemento a sua disposizione per smascherare la retorica falsificante dell’informazione, della propaganda politica e culturale, le mode, i quotidiani e perfetti delitti del conformismo. Insomma, la tattica per avvicinarsi alle sostanza delle cose è quella tipica delle avanguardie storiche: sottoporre l’inautentico ad iperbole ridondante. Così da implicare, per opposizione, il timido principio di una verità reattiva.

 

Va be’, l’abbiamo detto, ci è scappato: Teledurruti è arte d’avanguardia in corso d’opera. Ma per capire cosa questo significhi, è utile intendersi sulla categoria di “retroguardia”, a cui lo scrittore Fulvio Abbate tenacemente prova ad opporsi con il suo duttile corpo. Ecco, secondo me la retroguardia verso cui Teledurruti è in rivolta espressiva, si precisa dentro le nozioni estetiche di kitsch e di goliardia. Provo a spiegarmi con un esempio.

 

In una delle sue performance drammaturgiche, lo scrittore Fulvio Abbate si dichiarava addolorato per la ventilata separazione tra Carolina di Monaco ed Hernst di Hannover – “terzo divorzio alle porte per Carolina”, titola il magazine Seidimoda affiliato al gruppo Espresso la Repubblica (nome che per altro la dice lunga sulla deriva di quello che dovrebbe essere il principale gruppo di opposizione culturale in Italia, prima ancora che politica…).

 

Bene, il modo per commentare la notizia da parte del factotum di Teledurruti è stato quello calarsi in testa un berretto bianco e blu con la visierina, stile capitano di fregata, dichiarando che lo scenario evocato era sconvolgente al punto da ammutolire ogni parola. Serissimo, ha aggiunto che per essere vicino ai due in un tale drammatico momento, non rimane che l’estremo tentativo di superare l’impasse verbale nell’unico possibile modo: fisicamente. Lo scrittore Fulvio Abbate, in abiti marinareschi, inizia così a ballare sulle note di una vecchia canzoncina di Brigitte Bardot, invitando la figlia Carla ad unirsi a lui.

 

Immaginiamo dunque questa scena. Un uomo di cinquant’anni travestito da motoscafista nella Saint-Tropez di un film di Roger Vadim. Una bambina di cinque arrampicata sopra una sedia da ufficio con le rotelle, gli occhi scuri e penetranti indirizzati alla camera che la riprende. Quindi una musichetta ye-ye, all’improvviso. Con i corpi di padre e figlia che iniziano a muoversi al ritmo della musica, con convinzione, solo musica e nervi che la seguono, l’accompagnano, per esprimere solidarietà agli “amici” Carolina ed Ernst, colpiti da malaugurio sentimentale.

 

Ecco, secondo me questa è purissima arte d’avanguardia!

 

Un'arte che, proprio perché le tace, ci racconta, mostrandole, un sacco di cose. Ad esempio la soggezione della stampa e della cultura egemoni a un’idea ancora premoderna dei rapporti tra le persone: un’italietta da boom economico e caroselli, Cynar sorbiti in mezzo al traffico. Dove il cumenda milanese, grazie al solco schiumante sollevato dal suo Riva Acquarama, insegue lo spruzzo battesimale di una simbolica che intravede nell’araldica nobiliare, vero convitato di pietra al banchetto della nuova società affluente. E così la distintività aristocratica e del sangue, che ancora manca ai nuovi ricchi quale ordine implicito del discorso - il “discorso” sono i soldi, ovviamente -, viene sussunta tramite un galateo posticcio ed imitativo, una postura grottesca che ad un tempo escluda i non abbienti - la plebe inurbata - scimmiottando dall’altro la nobiltà blasè dei titoli, dentro cui sprofonda la trivella dell'invidia. La famiglia Ranieri, casata europea di seconda fila, diventa così l’emblema di questa rincorsa al prestigio, alla visibilità sociale nel segno della nuova spettacolarità. Un mix tra una commedia hollywoodiana e un peplum di Cinecittà, con Gianni Agnelli che si allaccia l’orologio sul polsino, appena un poco più sotto al tatuaggio del dragone.

 

Tutto ciò era nel silenzio danzante dello scrittore Fulvio Abbate e di sua figlia Carla, sulle note liquide di Brigitte Bardot.

 

Immaginiamo ora un’altra scena. La swinging London degli anni ’60, i primi beat, la controcultura giovanile. Poi quegli stessi umori, quelle musica e quei movimenti ritmati e sgrammaticati delle membra, dentro una rappresentazione scorporata del contesto sociale di riferimento: solo una sintassi esagerata e barocca, che vuole emblematizzarne le atmosfere senza però penetrarle con le emozioni e il pensiero. Insomma, niente più che rumore di fondo.

 

Bene, se avete seguito gli sfrigolii di questa lanterna pop, vi sarete ritrovati dentro un balletto di Raffaella Carrà, Canzonissima o giù di lì! Perché quel che faceva Raffaella Carrà era esattamente questo: prendeva l’espressività artistica che alitava nel suo tempo, quindi la depurava degli elementi drammatici o di contingenza sociale, per restituirla infine in una forma stilizzata, semplificata. Non è un caso che una delle sue canzoni più celebri si intitolasse proprio Rumore. In altre parole Raffaella Carrà aderiva all’estetica del kitsch, che così potrebbe essere forse riassunta: un’adesione enfatica, ma depurata da ogni elemento di problematicità o di sforzo interpretativo, ad un modello alto e riconosciuto, a cui si accordi un consenso preventivo. O detta in forma più icastica, con le parole di Abraham Moles: “il kitsch è l’eccesso nella mediocrità”.

 

Arriviamo infine alla terza scena. C’è un giovane teologo polacco, è il 16 ottobre 1978, silenzio e dirette televisive, quando giunge infine l’attesa fumata bianca: Karol Wojty³a è stato nominato 264° vescovo di Roma e Pontefice della Chiesa Cattolica Romana. Un fatto importante, storico. Il teologo è in realtà più giovanile che giovane, ha cinquantotto anni e nessuna inclinazione teologica “progressiva”. Ma sono proprio gli aspetti di irritualità gioviale all'austero canone cardinalizio, la sorniona confidenza con l'arte teatrale, a colpire di più l’opinione pubblica. Tanto che un famoso disc jockey dell’epoca, Federico l’olandese volante, esprime questa impressione di amichevole sconcerto in una canzone che ottiene un discreto successo: Wojtyla disco dance.

 

Come si ricava dallo stesso titolo, più che di una canzone si tratta di una “danza”, un tormentone musicale – la disco music è al vertice del suo successo internazionale – che accosta ripetutamente il nome del nuovo Papa con il sostantivo dance, in una replica stranita e stordente.

 

Quando il brano cominciò il suo tam tam radiofonico, ricordo che frequentavo il catechismo per prepararmi all’ultimo dei sacramenti dell’infanzia, o meglio a quello che dall’infanzia mi avrebbe finalmente liberato: la cresima. Sarà forse per questo – l’antipatia verso quei saloni intrisi dagli incensi, le ore sottratte al mini basket e allo skateboard – che provai un’immediata simpatia per quel pezzo. Lo trovavo trasgressivo, per così dire.

 

Risentendolo adesso su Youtube – confesso che la musica mi piace ancora – mi accorgo che ciò che mi era apparso come innovativo, spregiudicato, ora lo trovo fradicio del più greve dei conformismi. Mi sembra cioè di scorgere un gesto caricaturale, volgare non tanto per la presunta dissacrazione teologica, ma perché ci ritrovo l'atteggiamento di chi, quando non abbia inteso qualcosa di nuovo o ambizioso, provi a riportarlo alla misura della propria pigra consuetudine. Ebbrezza irrazionale del corpo, dunque, versus negazione dello stesso dentro la dogmatica religiosa. Un affiancamento che fa sorridere, un ossimoro irridente che provoca un cortocircuito del pensiero.

 

Non sto, attenzione, dicendo che il nome e il ruolo di Carol Wojtyla dovessero essere un tabù, un uomo santo da tenere rigidamente separato dall’orizzonte plebeo di una canzonetta – non sto dicendolo ma nemmeno negandolo, semplicemente non sono cattolico – quanto che quell’elemento di novità, di irritualità e perfino di “emergenza”pop dentro una tradizione calcinata, invece di essere interrogato con gli strumenti di un’arte vigile e curiosa, veniva conformato agli stereotipi culturali più corrivi. Detto altrimenti: un papa che non è canuto e imbronciato, allora è uno dei nostri, come noi proprio come noi, cazzo, che zampettiamo sopra i riquadri cangianti e psichedelici di una discoteca di provincia, al ritmo di Wojtyla Wojtyla Wojtyla disco dance…

 

Ebbene, questa postura del pensiero io la chiamo goliardia: l’abbassamento di qualsiasi tema alla sua figura caricaturale, che nell’iperbole comica arresta lo sforzo proteso nell’interpretazione.

 

Abbiamo dunque tre esperienze che si somigliano, unite dallo sfondo corporeo della danza. Lo scrittore Fulvio Abbate che, insieme alla giovane figlia, balla per esprimere solidarietà agli “amici” aristocratici, sui cui si è abbattuta l'ennesima saetta di una crisi coniugale; Raffaella Carrà colta in un ludico parossismo del corpo: emulazione semplificata, “sintattica”, in cui si dimena facendo il l verso alla controcultura giovanile degli anni ’70; una canzone il cui tema verbale richiama il nome di un'importante autorità religiosa, semplicemente giustapposto all’altro tema verbale che è la nuova musica da discoteca.

 

Le tre esperienze, equivalenti nel contenuto, da un punto di vista che potremmo definire “geometrico” sono però a bene vedere assai diverse. In Wojtyla disco dance, come già abbiamo osservato ci troviamo di fronte ad un abbassamento dell’interpretazione a stereotipo; in Raffaella Carrà, al contrario, il tentativo è quello di innalzarsi al livello di un modello alto, generando in questo sforzo un’involontaria caricatura; mentre in Teledurruti l’utilizzo della caricatura ha piuttosto una funzione ermeneutica, nient’affatto ridanciana. Ossia la caricatura è qui mezzo e non fine, con cui viene mobilitato il punto di osservazione sul fenomeno che si desidera interpretare – uno spostamento di lato, o come lo chiamavano i situazionisti: detournement. Inteso quale riposizionamento prospettico, che così finisce per evidenziare i tratti comici e grotteschi già presenti nel modello originario, solo resi più riconoscibili per il tramite del suo artefatto comico.

 

Il comico al servizio dell’interpretazione critica della realtà ha dunque un aspetto progressivo, che si chiama satira. Mentre quando la caricatura ha la semplice funzione di normalizzare ogni evenienza innovativa, incontriamo il ghigno ottuso della goliardia, se non il sorriso beota del kitsch.

 

Sia dunque benedetta l’epifania telematica della famiglia Abbate: lo scrittore Fulvio, la figlia Carla e la professoressa Gemma Politi, madre quasi novantenne, pure coinvolta in questo estroso teatro dello smascheramento, una sorta di “ovvioclastia” di una modernità confortevole e light. Peccato che non glielo si possa dire di persona, perché tutti e tre, in questo momento, si trovano a bordo del loro Riva Acquarama, zizagando allegramente tra le boe di un eterno conformismo.

  


Guido Hauser


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