Maria Lanciotti: Pasolini e le 120 giornate di Sodoma
Scena da
Scena da 'Salò o le 120 giornate di Sodoma' 
21 Ottobre 2009
 

Un’immensa fossa dei serpenti, così Pier Paolo Pasolini definì l’Italia già negli anni ‘70. E per ribattere all’Italia del consumismo coatto produce Salò. Un film scioccante. Perché Pasolini vuole sconvolgere, vuole provocare un fremito, sia pure d’orrore. Gli italiani stanno cedendo al potere economico, stanno diventando gli strumenti della loro stessa distruzione. Pasolini non si rassegna. Sa con estrema chiarezza che la storia farà comunque il suo corso, come un bulldozer spianerà ideali e coscienze al suo passaggio. E lui vuole che sia almeno una morte sensazionale, quella che aspetta l’uomo moderno. Una morte che resti bene impressa. Salò è il film della violenza più agghiacciante, eppure non soddisfa Pasolini. Nessuna finzione filmica potrà mai rendere l’idea della violenza reale, quella che lui ha conosciuto e assorbito durante la pazzia fascista – assistette dall’alto di un campanile all’uncinamento di quattro giovani, una atrocità che nessuna regia potrà mai rendere appieno – e quella più mascherata e sottile, ma non meno feroce, anzi più abbietta, che marca e imbarbarisce il suo tempo. Salò o le 120 giornate di Sodoma, film scandalo di Pasolini, l’uomo più scandaloso dei nostri tempi perché il più aderente alla realtà, passato di censura in censura arrivò finalmente al cinema negli anni ’90, ma mai è approdato nei nostri schermi tv. Troppo violento e osceno, come la sua vita e la sua morte. E qui da noi come altrove la violenza e l’impudicizia non piacciono e non sono ammesse, se non funzionali a scopi di lucro e a segrete e inammissibili godurie private. Da consumarsi a schermo oscurato.


Maria Lanciotti


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