Carlo Forin: Quoad, fino a quando, la libertÓ sarÓ in pericolo? (Lodo Alfano bocciato).
08 Ottobre 2009
 

Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio” e ti ringrazio che, Beata Maria del Rosario, hai salvato la faccia alla nostra civiltà giuridica (col nostro Rosario): da ieri, il Paese può affrontare il futuro a testa alta, formalmente, con la messa in fuori legge del ‘lodo Alfano’, ma io non confondo il ticchettìo delle mitragliatrici con quello delle macchine da scrivere; il contenuto resta diverso dalla forma:

abbiamo l’immondizia dentro ad una bella velina!

 

Una memoria storica potrà riconoscere che la nostra Corte Costituzionale sapeva ancora dove stavamo vivendo nel 2009: il Paese aveva lanciato un grido per la sua bocca, il 7 settembre, e non era ancora diventato un Porcile, nella forma.

Ma… non siamo liberi affatto, in sostanza!

Non ho sentito grida di gioia ieri sera, quando dicevo ‘lodi ai lodi’ in mezzo agli amici!

Intendevo esprimere la mia contentezza per la doppia decisione, sul lodo Alfano e sul lodo Mondadori, mentre un amico –non stupido, poverino– accusava la Corte Costituzionale di aver prodotto una ‘decisione politica’.

Per questo motivo, esordisco con quoad, ‘fino a quando’ tu, o libertà,

ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”,

resterai in pericolo dopo tanti e prolungati slittamenti politico-legali?

Il ‘lodo Alfano’ è fuori-legge ed è incauto gioire!

Giuridicamente, siamo in Armaghedòn, cioè nel massacro del diritto:

 

«E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn» Apocalisse 16, 16.

 

Gioisco, allora, sul piano letterario, perché posso tradurre correttamente il passo precisissimo di Venanzio Fortunato, il latinista santo che, vescovo di Poitiers, salutava la sua terra natale alle origini dell’Europa cristiana (nel 575 d.C.):

 

Per Cenitam gradiens et amicos duplavenenses

qua natale solum est mihi sanguine,

sede parentum, prolis origo patrum, frater, soror,

ordo nepotum quos colo corde fide,

breviter, peto redde salutem…”

 

tr.: Se camminerai salendo su per Ceneda e per i miei amici duplavenensi fin dove è il mio suolo natale per sangue, sede dei parenti, origine di discendenza e dei padri, del fratello, della sorella, dello stuolo dei nipoti che amo con tutto il cuore, dà loro un breve saluto, per favore.

 

Quel ‘qua’ viene usato in stile Varrone per quo ad, ‘fin dove’, ed è il perno semantico che rivela una struttura semplice nella forma, molto complessa nella sostanza.

Venanzio, partito da Ravenna per adempiere alla grazia avuta da san Martino che gli aveva ridato la vista, era arrivato, dopo un lungo viaggio in mezzo ai Franchi di Austrasia, nella Gallia che stava virando in Francia.

Finiva il suo poema Vita Sancti Martini facendo camminare a ritroso la sua opera sul percorso fatto.

Questo andare –del poeta– e venire –del poema– è il contesto del pezzo.

Quando arriverai a Ceneda, poemetto mio, sai che troverai un’area urbanizzata ristretta –un chilometro– e questa è Cenita, latinizzazione di Zeneda, in sumero-venetico ZEN E DA, ‘immagine casa illuminata’; passerai anche per l’area non urbanizzata adiacente, fatta di casupole sparse su sei sette chilometri fino a Revine-Lago, dove i torrenti del Piaveson de sora e il Piaveson de sotto confluiscono nei due laghetti.

Là sono i miei.

Con buona pace, e con un evviva agli amici di Valdobbiadene con i quali brindiamo col loro prosecco!

 

Carlo Forin


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