Manuale Tellus
Marco Cipollini. Alla Venere di... Marc Fumaroli
02 Settembre 2009
 

Alla nota di Marc Fumaroli, accompagnata dall’immagine della Nascita di Venere più celebre al mondo, mi piace dedicare questa ecfrasis imitativa del quadro di Botticelli, tratta dal mio poema in esametri Sirene. Il testo non è semplice sia sul piano linguistico sia su quello concettuale, ma l’opera di riferimento, fondendo insieme elementi neoplatonici e cristiani, lo è assai di più. E chi ha detto che la Bellezza dev’essere facile? (m.c.)

   


Inno a Venere


O Dea che bellissima sorgi dal mare su un’ampia conchiglia

di dodici coste, una statua incarnando di avorio e di oro,

e inclini l’ovale sublime, ove lente si schiudono ciglia

radiose, che dolgono dolci se guardi al mortale tuo coro,


concedici almeno di alludere fiochi alla sacra armonia

del tuo inenarrabile corpo, di cui a malcelare pudica

un tenero seno riesce alla destra, che all’altra par sia

discorde nell’atto e a spiegare le dita, e universo pur dica


l’aureo ombelico in concordia con essa, dal fianco discesa,

che illeso dagli occhi profani fa l’inguine, tortili masse

reggendo di chiome di miele che, sciolte da languida presa,

fin alle affusate caviglie ben più sfiumerebbero lasse.


O già veneranda nel nome, su acque ricamate di spume

tu avanzi così nobilmente flessuosa a soave veemenza

di Zefiro e Borea che aliando nel duplice stretti volume

di braccia e di gambe, con turgide gote di aerea potenza,


t’invelano oh verso le rive beate di Cipro, e di rose

scevre di spine ti gloriano, erranti frammenti di aurora,

e spingono, rapidi Dei dalle chiome frementi, squamose

le onde, da cui ti disgrembi porgendoti nuda a una Ora.


La ninfa, con candida veste di fiori stemmata di eliso,

che triplici in segno di fede profetano l’Uno ternario,

d’innocuo roseto recinta alla vita e a collana del viso,

perfetto cammeo, di racemi di mirto, tuo grato cifrario,


ti appressa, a coprirti, un regale mantello color di passione,

con cespi di più margherite annuncianti il bel tempo di amore,

e il soffio lo ingolfa, che pare fiammante echeggiar gonfalone

e i seni e le spiagge dell’isola, eterna di dolce pascore,


e in blanda tempesta di pieghe si mescono il manto e la veste

sconvolti e ammansiti dai Venti, di nuvole opache succinti,

e un poco nascondono il bosco stellato di zagare, e queste

esperidi frutti promettono a chi i fieri impulsi avrà vinti.


Ma tu, santità di bellezza, per nostra clemenza e a tua lode

disvolta dal fiume dorato di chiome ebriate dai Venti,

che identiche mai non si videro e come inesausta melode

si sciolgono a perdersi in mille ed in mille sinuosi portenti,


ti ergi bellissima e ignuda per sempre, tu vergine e madre

di tutti i viventi, e la fiamma dei tuoi illimitati capelli

consuma le anime nostre di edenico amore, e leggiadre

le rende e la carne inaureola, e di più ci rapiscono quelli


che il soffio rastrema, esilissimi fili di oro là ai cieli

di primo mattino, una dolce e infinita melode che estenua

di luce una nota e si fa paradiso... Lo svelan gli steli

di umile tifa, che è segno di grazia per l’anima ingenua.


Perché tu non sei, o antichissima Dea, che la idea della donna

che il figlio di Dio generò: la mia stirpe al suo culmine vide

il più giubilante mistero, e in Sistina il Messia e la Madonna

scoprì di ogni velo, e soltanto lo sa chi all’eterno sorride.



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