Diario di bordo
Valter Vecellio. Perché no al PD (per ora, almeno). Appunti per una discussione
19 Luglio 2009
 

I lettori di Notizie Radicali, almeno nelle grandi linee, conoscono le ragioni che hanno spinto la nostra compagna Mina Welby a chiedere l’iscrizione al Partito Democratico, una tessera che da qualche giorno “convive” con quella radicale e delle altre associazioni che compongono la cosiddetta “galassia”. Mina si è iscritta al PD per poter concretamente sostenere la battaglia ingaggiata da Ignazio Marino, candidato alla segreteria in alternativa a Dario Franceschini e Pierluigi Bersani. Un atto di “disobbedienza civile”, ha spiegato, dal momento che lo statuto del PD è “monotessera”. Da qui si è rinfocolato un mini-dibattito: è intervenuto Luigi Manconi, che da tempo è “doppia tessera”, e non solo: è anche “doppio-dirigente”, ricoprendo incarichi di responsabilità politica sia nel PD che nei radicali. Una lettera aperta al Garante Luigi Berlinguer, pubblicata da Europa, per ribadire la sua volontà di tenere in tasca le due tessere: non alternative, ma una integrazione dell’altra. Berlinguer, sempre su Europa (poi anche ieri sul Corriere, ndrTF) ha risposto sostenendo da una parte le ragioni statutarie; ma nel caso di Manconi e dei radicali di non ravvisare contraddizione o violazione, dal momento che i radicali non sono incompatibili con la politica del PD. Nelle stesse ore, a Radio Radicale Marco Pannella si confrontava con esponenti di primo piano del PD: l’ex presidente del Senato Franco Marini, Francesco Rutelli, Marco Follini. Nessuno dei tre ha espresso contrarietà a una presenza dei radicali, con la loro identità e la loro specificità, nel PD; nessuno dei tre ha ravvisato un’incompatibilità tra le due tessere. Mentre il dibattito si sviluppava, altri amici e compagni radicali qua e là maturavano l’intenzione di seguire l’iniziativa di Mina Welby. Se la loro richiesta sia stata accolta, o se no non lo sappiamo; di certo non è percepita come una provocazione come quella, per esempio, di queste ore da parte di un Beppe Grillo. Per quanto i radicali possano essere considerati fastidiosi, non si nega (magari a denti stretti) la valenza politica dell’iniziativa; è un fatto positivo che va riconosciuto.

 

Questo il “preambolo”. Va da sé che ogni radicale risponde alla propria coscienza; e dunque non c’è problema – almeno per il soggetto politico radicale in quanto tale – se un iscritto, un militante, un dirigente, decide di condividere la tessera con il PD o con altri partiti, PdL, Partito Socialista, Lega che sia. Se problema, e contraddizioni ci sono, sono sue, non del Partito Radicale.

 

È un discorso che affonda le sue radici dagli ormai lontani anni Sessanta: quando i radicali di allora, a Faenza prima, a Bologna poi, concepirono ed elaborarono uno Statuto che è unico al mondo, e dovrebbe/potrebbe costituire un modello di studio e di analisi anche per le altre organizzazioni politiche: mancanza di probiviri, impossibilità di espulsione; iscrizione che si accoglie e non si “concede”, congresso annuale e a data fissa; partecipazione al congresso di tutti gli iscritti che desiderano farlo, ecc.; e, appunto, possibilità di doppia tessera.

 

La tessera, l’atto dell’iscrizione, è un qualcosa che per i radicali è sempre stato un qualcosa di estremamente importante; è il decidere di essere “parte”, di condividere un progetto politico. A costo di provocare malintesi, s’è sempre sostenuto (per chi scrive, a ragione) che radicali si è e si può essere solo se si è iscritti; se non c’è la tessera, si può essere simpatizzanti, sostenitori; ma radicale è solo chi è iscritto; e questo proprio per l’importanza che si annette alla tessera, all’atto di iscriversi, di versare la quota associativa: che assume il valore di un preciso impegno.

 

La storia radicale è ricca di doppie-tessere. Loris Fortuna, iscritto al PSI e ai radicali, è forse il più conosciuto; ma negli anni Settanta si iscrisse il senatore Giorgio Fenoaltea: socialista per un quarto di secolo, vedeva nella tessera radicale una necessaria, indispensabile integrazione; senza tradire la sua fede, il suo impegno e la sua iscrizione nel Partito Repubblicano, prendeva la tessera radicale Federico Bugno; e non vedeva contraddizione tra la decennale appartenenza repubblicana e la richiesta della tessera radicale Dario Manfredi. Stesso discorso per un consigliere nazionale del PLI, Ennio Bonea, e tanti altri.

 

La scommessa giocata da sempre dai radicali è quella di essere il Partito della Democrazia: ricondurre cioè i partiti al posto che la Costituzione prescrive, ponendo un freno alle loro prevaricazioni: per ristabilire le regole del gioco per cui le leggi devono essere applicate, i cittadini sono tra loro eguali, ed egualmente titolari di diritti e doveri, e non sudditi rispetto allo Stato ed ai potentati, e con il Parlamento che recupera la sua funzione di luogo nel quale effettivamente si prendono le decisioni. In una parola: lo Stato di diritto contro lo Stato della partitocrazia.

È accaduto così che di volta in volta, al Partito radicale hanno aderito e vi hanno militato persone con alle spalle le più diverse esperienze e culture, ma con un comune denominatore: riconquistare lo Stato di diritto e la Costituzione. Ed è questa l’importanza dell’iscrizione, il suo valore.

«Un Partito Radicale», disse una volta Jean Paul Sartre, «internazionale, che non avesse nulla in comune con i partiti radicali attuali in Francia? E che avesse, ad esempio, una sezione italiana, una sezione francese… Conosco Marco Pannella, ho visto i radicali italiani e le loro idee, le loro azioni; mi sono piaciuti. Penso che ancora oggi occorrano dei partiti, solo più tardi la politica sarà senza partiti. Certamente dunque sarei amico di un simile organismo internazionale».

 

Un partito, quello dei radicali, capace di attrarre alcuni tra gli scrittori più significativi del Novecento italiano: da Elio Vittorini a Leonardo Sciascia, da Ignazio Silone a Pier Paolo Pasolini. E ancora, alla rinfusa: la figlia di Benedetto Croce, Elena; Piero Dorazio, Adriano Sofri, Dario Argento, Franco Brusati, Liliana Cavani, Damiano Damiani, Salvatore Samperi, Giorgio Albertazzi, Pino Caruso, Ilaria Occhini, Raffaele La Capria, Sergio Citti, Carlo Giuffré, Nantas Salvataggio, Ugo Tognazzi, Mario Scaccia, Carlo Croccolo, Lindsey Kemp, Pierangelo Bertoli, Miguel Bosé, Angelo Branduardi, Lelio Luttazzi, Domenico Modugno, Claudio Villa, Vasco Rossi, Franco Battiato, Oliviero Toscani, Erminia Manfredi, Barbara Alberti, Goliarda Sapienza, Enzo Tortora, Bruno Zevi… Non solo: dall’estero, si iscrivono Eugene Ionesco («Lo giuro: tutte le mie deboli forze saranno dedicate a far vivere il Partito Radicale, questo partito di cui non so nulla e di cui ignoravo l’esistenza…»); Marek Halter, il premio Nobel George Wardl, Arturo Goetz, Aristodemo Pinotti, Saikou Sabally, Vladimir Bukovskij, Leonid Pliusc…

Dalla solitudine e dal dolore del carcere sono giunte al Partito Radicale centinaia di iscrizioni, detenuti comuni e politici. Sa Rebibbia i ventidue detenuti della cosiddetta “area omogenea” Franceschini, Cavallina, D’Elia, Cesaroni, Calmieri, Busato, Frassineti, Cozzani, Di Stefano, Lai, Potenza, Gidoni, Cristofoli, Litta, Piroch, Vitelli, Martino, Bignami, Melchionda, Maraschi, Scotoni, Andriani. Si iscrivono, tra gli altri i pluriergastolani Vincenzo Andraous, Giuseppe Piromalli, Cesare Chiti e Angelo Andraous.

Centinaia, migliaia di iscrizioni e di adesioni che restano “ignote” anche quando l’iscritto per la sua storia e la sua attività è un “personaggio”. Il radicale non fa, non è “notizia”. Eppure dal “pretesto” di questo o quell’iscritto si poteva avviare un dibattito-confronto sulla forma partito, la libertà di iscriversi a più partiti, l’impossibilità di espellere chiunque dal Partito radicale che accoglie l’iscrizione, non la “concede”. Invece nulla, silenzio: non un solo dibattito pubblico sulle ragioni che hanno indotto migliaia di cittadini a iscriversi al Partito radicale, nessuna trasmissione che abbia ascoltato e registrato le loro ragioni.

Eppure è il partito che con pochi militanti e un numero irrisorio di iscritti (se paragonato a quello di altre organizzazioni politiche), grazie a criteri di organizzazione nonviolenta, rigorosissima e libertaria, ha saputo realizzare quanto non hanno fatto in milioni, tutti gli altri partiti messi insieme. Questa, evidentemente, è una delle ragioni per cui dei radicali non si deve e non si può parlare?

 

Per tornare alla questione della doppia tessera: non si tratta di risentimento, di voglia di rivalsa, di recriminazione; è piuttosto, un dato politico; come tale il nodo va affrontato e sciolto: avendo chiaro che i radicali sono disponibili a un confronto e a un dibattito-dialogo, ma non accettano mortificazioni né, tantomeno, di essere accolti dalla porta di servizio, come s’usa fare con i fornitori. I radicali sono un soggetto politico che tratta, discute e dibattiti alla pari: come, per fare un esempio, nel lontano 1959, quando su Paese duellarono Pannella e Palmiro Togliatti: e questo evidentemente è il primo dato che attende d’essere riconosciuto.

A Pannella, da sempre sostenitore della necessità di un “partito democratico” il PD ha detto NO due o tre volte: quando si è candidato alla segreteria; quando si sono predisposte le liste dei “nominati” per il Parlamento italiano; in occasione delle elezioni per il Parlamento Europeo. Tre NO che evidentemente vanno superati e riconosciuti come errori politici, gravi, commessi.

Pannella lo ha fatto presente ai suoi interlocutori durante le trasmissioni a Radio Radicale, e loro hanno fatto finta di non capire; l’Istituto Cattaneo ha certificato che i radicali, ad esclusione di Roma, hanno raccolto la maggior parte dei loro consensi strappandoli al centro-destra. Come al tempo della Rosa nel Pugno: quelle centinaia di migliaia di voti portati in dote, venivano da ambienti che mai avrebbero votato per Prodi e il centro-sinistra. Hanno votato radicale sulla fiducia: sapendo che tipo di campagna elettorale conducevano, cosa denunciavano, che alternativa prefigurano e costruiscono. Pur sapendo, si sono fidati dei radicali e li hanno votati. Come è accaduto per queste ultime consultazioni. I radicali giungono in luoghi e situazioni che ad altri sono inaccessibili. Possibile che questo dato non lo si voglia considerare, e non si consideri la “ricchezza” del valore aggiunto portato dai radicali, e che per vincere i radicali sono non solo utili, ma indispensabili? Che i temi e le questioni che agitano e sollevano sono in piena sintonia con il comune sentire del paese, che sempre risponde positivamente, quando viene assicurata un’adeguata informazione?

 

Il PD di oggi, insomma, si ha ragione di credere non sia molto differente da quello di ieri; come ieri si rapporta con la “cosa” radicale con sufficienza, arroganza, prosopopea. Un atteggiamento che tradisce timore, imbarazzo. Pannella viene percepito come “ingombrante”, “incontrollabile”, “ingestibile”. Ma il pregio, la ricchezza, il valore aggiunto sono dati proprio da questo essere ingombrante, incontrollabile, non gestibile. È questo il “sale” di cui ha bisogno il PD. Non rendersene conto, non volersene rendere conto, è davvero un’imperdonabile miopia politica. Fino a quando queste resteranno, non ci si sente davvero di imitare Mina Welby e gli altri amici e compagni che hanno chiesto l’iscrizione o si accingono a farlo. L’iscrizione, la tessera non sono dati formali, sono un’adesione a un progetto politico, a una visione delle cose, una progettualità riformatrice. Tutte cose che ancora non si scorgono, non ci sono. La candidatura di Marino alla segreteria non basta, non è sufficiente per superare e annullare i tanti nodi da sciogliere, e le tante questioni che sono ancora sul tappeto. Significherà per esempio qualcosa che la questione della doppia tessera viene molto dibattuta tra i radicali, ma pochissimo nel PD? Per dirla tutta: a parte Luigi Manconi, quanti altri dirigenti, militanti, iscritti al PD si pongono la questione, e – ad imitazione di Mina e di Luigi – decidono di iscriversi ai soggetti radicali? Ecco perché, per quel che mi riguarda, attentissimo al dibattito interno al PD, convinto che col PD occorre confrontarsi e misurarsi, e che quella sia la “sponda” politica su cui occorre lavorare, al tempo stesso dico nel PD, oggi, no. No per ora, almeno.

 

Si tratta, evidentemente, poco più di appunti, una base per una discussione. Ovviamente N.R. pubblicherà tutti gli interventi che ci verranno recapitati. 

 

Valter Vecellio

(da Notizie radicali, 17 luglio 2009)


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