Telluserra
Maria Lanciotti: Quei fichi dolci colti alla luce della luna
12 Luglio 2009
 

E’ quasi l’ora di cena. Mio padre coglie i fichi sull’albero vicino alla fontana e ne riempie una scodella. Mia madre si fa sulla porta di casa e gli parla con tono aspro e mio padre non risponde. Mia madre insiste e mio padre non risponde. Con la sua scodella di fichi in mano sta per entrare in casa quando mamma gli ripete per la terza volta la stessa cosa, in tono sempre più aspro e mio padre non risponde.

Quando succedono queste cose io mi rifugio sempre in un posticino che so io vicino al cancello e conto le formiche che vanno sempre di corsa e quando s’incontrano si scambiano il saluto sfiorandosi con le antennine. Lì in giro c’è anche la mia tartaruga che ogni tanto sparisce sotto terra, ma poi si rifà viva.

Mamma parla con papà e papà non risponde. Se mamma se ne stesse zitta papà entrerebbe e potremmo metterci a tavola. Stasera mamma ha preparato la zuppa di lenticchie che a papà piace tanto. Mamma ora grida, grida a papà: “Rispondimi almeno, avrò il diritto almeno a una risposta”. E papà non risponde. Io gli faccio tante domande e lui mi risponde sempre senza spazientirsi, e la tira per le lunghe perché a lui piace parlare, piace essere ascoltato. Mio padre è un tipo fatto così; tu gli chiedi per esempio come è andata oggi la giornata e lui ti racconta tutto per filo e per segno, da quando ha suonato la sveglia alle quattro di mattina e lui si è alzato e si è fatto la barba  e si è bevuto l’uovo fresco con la marsala e poi è andato in bicicletta a lavorare alla  solfatara dove tutto è giallo, pure la pelle, pure gli occhi degli uomini, pure i panni che indossano, pure la bicicletta che papà inforca la sera per tornare a casa prima che tramonta il sole, e subito va alla fontana per levarsi di dosso tutto quel giallo e quell’odore di zolfo prima di mettere i piedi dentro casa. E dopo ci sarebbe la cena insieme alla famiglia, con la moglie e i figli e col gusto di dire “anche oggi ho vinto la mia battaglia e la vita mi ricompensa”, ma i miei fratelli stasera non sono a casa all’ora di cena, e questo non dovrebbe succedere mai perché mio padre vuole tutta la famiglia attorno quando lui siede a capotavola.

Mia madre sta ancora urlando con la voce stridula di quando sta per piangere, ma non capisco quello che dice e forse non lo voglio sapere. Con un calcio mando a monte il formicaio e le formiche scappano in tutte le direzioni, la tartaruga non si vede e forse se n’è scappata nell’orto del vicino e chissà se torna, i miei fratelli non rientrano e questo è strano, ieri sera c’è stata una discussione fra loro e papà  a proposito di soldi e del tetto da riparare,  e anche a proposito di tornare puntuali a casa per l’ora di cena, e a chi non stanno bene le regole di casa – ripeteva papà – si cerchi un’altra sistemazione, qui finché ci sono io  sono io che comando, io chiedo solo rispetto per le regole e di stare tutti insieme quando si mangia, e di stare tutti insieme quando c’è un problema, come quando c’è da riparare un tetto che fa acqua, insomma nel bene e nel male e queste sono le regole di questa casa e chi non le rispetta va fuori di casa.

E infatti i miei fratelli non sono ancora tornati e mia madre urla a mio padre “E’ colpa tua, io vado a cercare i miei figli”.

Io sono lì. Dietro a mio padre e di fronte a mia madre, quando la scodella con i fichi vola verso la porta e va a sbattere contro il muro e i fichi si vanno a spiaccicare a terra fra i cocci della scodella e mia madre smette di urlare, si porta una mano alla bocca  e fissa mio padre con gli occhi sbarrati e finalmente comincia a piangere e mio padre prende la scopa e comincia a pulire per terra, raccoglie i fichi e i cocci della scodella con la paletta, pulisce il muro con uno straccio, va alla fontana e si lava le mani, torna e affronta mamma  e tenendola per un braccio le parla piano, le parla a lungo, e mamma non la finisce di piangere e vuole scostarlo, ma mio padre insiste, fermamente insiste e la guida dentro la cucina, poi siede al suo posto e aspetta che lei gli serva la cena, sta per iniziare a mangiare ma mamma non siede accanto a lui e papà lascia andare il cucchiaio sul tavolo, si prende la testa fra le mani con le unghie gialle di zolfo, io gli resto seduta vicino in silenzio, mi fa tanta pena, mi fa tanta rabbia, sono in pensiero per i miei fratelli, mi dispiace per mamma che si è vista volare una scodella piena di fichi sopra la testa, la cena si raffredda e nessuno che mangia, la tartaruga se n’è scappata nell’orto del vicino, lo fa spesso e il vicino me la dà sempre quando la ritrova, ma stavolta forse ha camminato di più e chissà in quale altro orto è andata a sbucare, forse l’ho persa per sempre, me l’aveva portata una sera papà che l’aveva trovata per strada mentre tornava dal lavoro, poi dicono che le tartarughe vanno piano e invece guarda questa qui quanto cammina, per questo l’ho chiamata Razzo.

Mio padre si alza e si avvicina a mamma che sta in piedi a lucidare il lavandino con la paglietta di rame senza aver fatto prima i piatti, la prende per la vita e mia madre si irrigidisce come un bastone, mio padre la lascia andare e le sue braccia gli pendono come morte, mi guarda e con gli occhi mi chiede scusa, io gli vorrei volare fra le braccia ma così facendo potrei dare un dispiacere a mia madre, che brutta cosa essere piccola e non sapere che fare, come aggiustare le cose.

Mio padre esce fuori e siede sullo scalino, poi si alza e va verso la fontana, verso l’albero di fichi  e prende a sgrullarlo, e i fichi maturi cadono a terra ed è un peccato perché così si spaccano tutti, mentre mio padre quando coglie i fichi lo fa tastandoli delicatamente e mettendoli uno ad uno sulle foglie del fico allargate nella scodella, e per ogni fico che coglie gli scappa  un sorriso, una contentezza per quel frutto dolce che porterà in tavola per noi tutti, la sua famiglia per la quale si batte come un leone tutti i giorni che manda Dio e senza mai un lamento, una recriminazione, ricco e felice per quello che ha, per quello che è, ma qualcosa di sbagliato stavolta lo ha fatto se mia madre è così arrabbiata con lui, non solo per la scodella di fichi che ha lanciato contro il muro, ma anche per la lite con i miei fratelli, per essere stato così duro con loro, per essersi picchiato con mio fratello maggiore attraverso la recinzione, divisi da una rete, chi dentro e chi fuori casa, come nemici, come uomini che si contendono un potere e non come padre e figlio, brutta cosa da vedersi, come una rissa tra ubriachi.

Io di queste cose non ci capisco nulla, ma sono brutte, sono brutte e tristi, fanno piangere mamma, fanno saltare i nervi a papà, fanno freddare la cena senza che nessuno mangi, mi stringono il cuore, mi fanno sentire più piccola di quello che sono.

Sono vicina a mio padre, nel buio della sera, mentre la luna si butta nella fontana e resta a tremare nell’acqua, e le luci di casa sono spente e nessun rumore arriva dalla cucina. Mio padre nel buio mi afferra una mano, me la stringe piano, come tastasse un fico per capire se è maturo al punto giusto, se è ora di coglierlo, e sento la sua voce triste, la sua voce incerta, la sua voce di bambino impaurito: “Ho sbagliato, tua madre non mi rivolgerà la parola per chissà quanto tempo e io questo non lo posso sopportare, dimmi tu cosa devo fare, come posso rimediare. Se tua madre mi volta le spalle io non so più che fare, io veramente non so più che fare”.

 

Ero piccola e avevo sempre visto mio padre come un uomo sicuro di sé, che sapeva sempre quel che andava fatto e guidava la sua famiglia giorno per giorno con severità e tenerezza, forte delle spalle di mia madre, di quegli sguardi che si davano da sopra la mia testa pensando che io non li vedessi ma io vedevo la loro complicità, e mi dava gioia, mi dava certezza. E ora mio padre era un uomo sconfitto, senza l’appoggio di mia madre si sentiva perduto, tanto da chiedere aiuto a me, a una bambina di pochi anni, ma ero la sua bambina, quella che non si perdeva un suo gesto né una sua parola, quella che stava a sentire i suoi racconti, sempre gli stessi, con interesse e curiosità, quella che gli teneva la mano quando la domenica andavamo a spasso per le strade del paese, che gli aggiustava il nodo della cravatta prima di uscire e lui mi faceva sentire una principessa quando mi dava il braccio per entrare in chiesa.

Mio padre si mostrava a me in tutta la sua fragilità e io perdevo un mito, lo perdevo con dolore e sconcerto e quasi gliene facevo una colpa. Ma poi non so come diventai grande e più forte di lui in quel momento, gli dissi: “Non aver paura, tutto si aggiusta” ed entrai in casa, presi una scodella e gliela portai, mio padre colse alla luce della luna altri fichi maturi, e insieme rientrammo e posammo il piatto al centro della tavola.

Guardai mia madre che aveva gli occhi rossi ed era ancora molto arrabbiata, la pregai con lo sguardo di calmarsi, di sedere a tavola, di dire insieme a noi le parole di ringraziamento per quel cibo che insieme avremmo mangiato, ma lei ancora non riusciva a superare il suo dolore e la sua rabbia e mio padre già si stava scoraggiando, già si stava facendo prendere di nuovo dall’ira, ma in quel momento per fortuna rientrarono i miei fratelli, rientrarono insieme come se si fossero accordati e forse si erano  davvero accordati, loro che non si accordavano mai tra di loro, entrarono e restarono sulla porta, io guardai mio padre e mio padre capì la mia richiesta, guardò mia madre e i miei fratelli e per ultimo me, chiedendomi ancora aiuto, e poi disse: “Credo di avere sbagliato e ne dobbiamo parlare, ma prima è meglio mangiare la zuppa di mamma, che è buona anche fredda”. Invece mamma prese il tegame e riscaldò la zuppa di lenticchie e mise ad arrostire altro pane, e il profumo si spandeva per la cucina scacciando gli ultimi cattivi umori, e quando arrivammo ai fichi eravamo di nuovo una famiglia unita, che lotta per restare insieme nel bene e nel male.

Io non ero più piccola come quando mi ero alzata quella mattina, e anche se avevo perduto il mito di mio padre non mi sentivo tradita, avevo compreso la grande umiltà dell’amore, e quanto amore mio padre aveva per tutti noi, e in quanti modi era capace di darcelo.

 

                                                                              Maria Lanciotti

 


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