One Shot
16. Silvia Monti domanda ad Alberto Pellegatta
01 Giugno 2009
 

Ogni tanto mi soffermo a pensare: e se le mie domande risultassero fastidiose? Da cosa lo potrei capire?

Anche questo mese, comunque, mi è andata bene. Una schietta domanda, una schietta risposta.



Cosa risponderesti se ti dicessero che sei uno dei cocchi di Cucchi?

 

Se lo fossi, le mie poesie sarebbero uscite sul primo numero dell’Almanacco dello Specchio, e non sul quarto, dopo almeno un centinaio di altri nomi – evidentemente più “cocchi” di me. Ho conosciuto Maurizio Cucchi che ero ancora al liceo e siamo diventati amici, poi ho dimostrato (penso anche a lui) di essere indipendente e autonomo. Se ho avuto qualche successo è dovuto alla qualità di ciò che scrivo e alle mie idee. Quanti, poi, non hanno mai bussato alla sua porta? Mi sembra il colmo che qualcuno (magari proprio chi si affanna a promuovere versi anemici e balneari) abbia il coraggio di definirmi “cocco". Sono l'unico che non ha un briciolo di potere, semplicemente perché non ho mai approfittato delle stime di cui godevo – Raboni, De Angelis ecc. Allora anche Caratti, Bellintani e tutti quelli che sono stati pubblicati da Cucchi sarebbero raccomandati. Mi preoccupa piuttosto vedere personaggetti diventare direttori di collane e critici mentre io, che dovrei essere il “cocco”, faccio fatica a pubblicare un libro che ho pronto da tempo. Anche se, effettivamente, dopo la Nuovissima, e per pigrizia, non mi sono dato molto da fare in questo senso.




Da «La salute»:


Vedo dure campate di pietra

da questo schermo d’ingegno.

Sono le due direzioni

del corpo, elaborate e eventuali.

Salivano da una curva a dieci metri

dall’acqua, ferme all’albero vincolato

e ultramorto. I circuiti di siepi,

il grande salone del mondo e la veranda,

il posto delle seghe nella torre.


Negli anni sessanta è stata una casa

di cura, un posto imbiancato nel verde,

un acquario tiepido. I mobili non so,

sono spariti; le palafitte nel lago, per difendersi

e resistere, a noi non sono servite.

Ciò che rimane scende nel parco e nei vincoli

condominiali, insieme ai miei gattopardi.



Alberto Pellegatta, nato a Milano nel 1978 e laureato all’Università degli Studi, ha pubblicato su riviste (Specchio della Stampa, Pordenonelegge, Nuovi Argomenti ecc.) e nell’antologia di Mario Santagostini I poeti di vent’anni (Stampa 2000). È autore della raccolta Mattinata larga (Lietocolle 2002, Premio Amici di Milano e Premio Nazionale Città di Meda). È presente nella Nuovissima poesia italiana (Mondadori 2004). Ha vinto il primo Premio Cetonaverde e ha pubblicato Paratassi (Edb Milano). Un’anticipazione del suo libro è uscita su Almanacco dello Specchio 2008. Ultimamente ha collassato nella prosa (l’ultimo racconto su Nuovi Argomenti 44). Collabora come critico a Gazzetta di Parma, Nuovi Argomenti, Epolis, La Provincia e Juliet. È corrispondente dalla Spagna della rivista svizzera Galatea.

http://albertopellegatta.blogspot.com

 

s.


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