Telluserra
Maria Lanciotti: Vacanze in campagna. Terza parte
Cartolina a Maria Lanciotti
Cartolina a Maria Lanciotti 
28 Maggio 2009
 

Frate  cercatore

 

Ogni tanto passa un frate che viene da Bellegra. Al monastero di Bellegra c’è Padre Giacinto, si dice che una volta morto lo faranno santo. I pellegrini già gli sfilacciano l’orlo del saio per prenderne un filo da mettere nella sacchetta delle reliquie che portano appuntata al petto. Una domenica siamo andati a messa a Bellegra, partendo dalle Cone dove c’eravamo fermati a dormire dopo la mietitura. Dalle Cone sembrava che Bellegra si potesse toccare con un dito, invece la strada era lunga e in salita e senza nemmeno una fronda per ripararsi dal sole che picchiava. Ma lo spirito era alto e noi c’eravamo arrampicati come capre tra una giaculatoria e l’altra. Dopo la messa avevamo mangiato in un grande refettorio che odorava di minestra antica, una scodella fumante e una fetta di pane ad ogni fedele, che non viene mai rimandato a casa a pancia vuota.

Questo frate che viene da Bellegra è un burlone, gli piace bere un goccio in compagnia e raccontare storie che non si scordano più. Dice che lui guarisce le ferite con la lingua. Metti caso uno si fa un taglio e la ferita s’infetta lui si inginocchia prega e lecca la parte malata e solo quando vede la carne rosea e sana si tira su. Poi ordina di fare impacchi di acqua e sale tre volte al giorno e di coprire la ferita con pezzuole di lino imbevute di olio di oliva. Funziona, la saliva del frate ha grandi proprietà taumaturgiche, solo che dopo gli viene una gran sete, è capace di scolarsi una brocca di vino.

Il frate cercatore racconta fatti straordinari, che però a Bellegra succedono tutti i giorni. Certe storie sono comiche, come quella del contadino che voleva cambiare l’acqua in vino e passava la notte in cantina a fare le prove, e prova che ti riprova una notte svegliò tutto il paese con urla di giubilo perché gli era riuscito il miracolo come alle nozze di Cana, ma si scoprì che tra un travaso e l’altro aveva solo scambiato recipiente, e dove prima c’era l’acqua ora c’era il vino. Da quel giorno lo chiamarono Nazareno anche se il suo vero nome era Duilio, e divenne lo zimbello dei paesani che gli offrivano da bere solo l’acqua, tanto lui la poteva convertire in vino. Racconta anche di un bifolco che gli negò un fiasco d’olio dicendo che non l’aveva e invece ne aveva tanto, e il giorno dopo trovò un barilotto d’olio rovesciato, vuoto a metà, senza che nessuno l’avesse toccato, e dunque per punizione celeste, chiaro come il sole. Questa storia non è divertente, ma il frate non la racconta per far ridere. Vorrei sbagliarmi, ma la racconta per impressionare i contadini prima di iniziare la questua.

 

 

 

 

Il 26 luglio, nel giorno di sant’Anna e san Gioacchino, si va in pellegrinaggio alla Santissima Trinità. Si parte di notte e si cammina svelti, con le provviste e le coperte in groppa all’asinello. Qualcuno fa strada con la torcia e nessuno sta zitto in questa oscurità popolata di mille fantasmi. Il cielo è fitto di occhi lucenti,  il fiume chiacchiera senza posa, come un circolo di comari. Si cantano inni, si recitano rosari, si prega per i vivi e per i morti. Si racconta dei pellegrinaggi passati, e di persone che ora mancano, richiamate di là, si raccontano le cose belle ma anche i guai, grossi guai. Il diavolo ci mette sempre lo zampino, nelle cose degli uomini, per avvelenare quei quattro giorni di vita che invece si potrebbero vivere in pace. Come quei fratelli che per un pezzo di terra si ammazzarono di botte e uno andò in galera e l’altro al camposanto, come certi vicini che non si scambiano un pugno di sale e vivono come lupi e non come cristiani.

Tra chiacchiere preghiere e canti divoriamo la strada e la notte. L’aurora sboccia e il cielo si apre. Paesaggi indescrivibili, l'acqua gelida e purissima della sorgiva lucida i sassi e fa tremare le alghe. E saliamo in alto percorrendo i viottoli sullo strapiombo ed ecco la montagna santa. A metà dell’altissima parete si vede l’aratro che precipitò dall’alto e rimase incagliato nella roccia. “Due buoi da tanta altezza son caduti sopra i massi, riprendendo i loro passi si rimisero a camminar...”, dice la canzone. Sul pianoro dove i buoi atterrarono sani e salvi, grazie all’ invocazione del padrone devoto, sorge la cappellina con i muri affrescati. Occorre mettersi in fila per entrare,  poi si è presi nel flusso dei pellegrini. I ceri gocciolanti e fumosi fanno uno strato scivoloso e si rischia di rompersi l’osso del collo ad ogni passo.

La giornata passa presto e  si cerca il posto per pernottare. La notte quassù è fredda e umida, e si sta tutti stretti sotto le coperte di lana, parenti amici e conoscenti.

Messa comunione e colazione, un’ultima preghiera e si prende la via del ritorno con animo leggero ma ansiosi di fare presto, i lavori aspettano nelle campagne.

Zia mi indica monte Livata e Campo dell’Osso, i boschi di faggio e di querce dove nonno Agostino aveva la carbonara e di quando lei e mamma andavano a turno ad aiutarlo partendo da Subiaco subito dopo la mezzanotte con Pietro, il mulo, carico all’andata di provviste e al ritorno di fascine e sacchi di carbone.

Quest’anno zio Benedetto non è venuto con noi. Quando arriviamo a casa lo troviamo nella stalla e lui ci guarda e ride sotto i baffi: è nato il vitellino e tutto è andato bene; è la cosa più bella che mi potessi aspettare, il latte gli straripa dalla bocca ma lui tremolante sulle zampe continua a ciucciare. Non voglio più lasciare la stalla e il vitellino nemmeno per andare a mangiare.

 

 

 

Il pane nella madia

 

Sopra la stalla c’è la stanza con le balle di fieno, a cui si arriva per la ripida scaletta di legno che termina con un piccolo pianerottolo. Mi piace stare appollaiata lassù, a respirare l’odore caldo che sale dalle fessure del pavimento. Piove a dirotto, zia all’ora di pranzo mi chiama ma io non ho voglia di scendere, sto bene, sotto il cielo oscuro e nervoso percorso dalle saette. Zia riparandosi con un telone mi porta una scodella di fagioli con le cotiche, il pane e l'acqua. Seduta al riparo della tettoia, senza perdermi un solo bagliore del fantastico temporale estivo, ripulisco il piatto e con l’ultimo pezzo di pane ci faccio la scarpetta. Un pranzo che non scorderò mai, come non scorderò l’odore che, mentre il pane lievita, sale dalla cucina fino alla stanza dove mi crogiolo fino a giorno; il forno caldo e ben spazzato, la pala di legno e zia che inforna, rossa sudata e allegra, e mentre cuoce il pane prepara la pizza col pomodoro e mentre cuoce la pizza col pomodoro prepara i dolcetti e la pupazza per me. E le pagnotte messe a riposare nel panno di lana, prima di andare a occupare la madia, dritte in fila come scudi che proteggeranno dai danni della fatica. La madia piena di pane sprigiona il magico potere della spiga e del sudore, è la benedizione della casa. E la casa degli zii è sempre benedetta.

 

 

 

Le galline razzolano libere, rientrano solo al tramonto quando le faine stanno già in agguato. Zia tutte le sere le conta come una doganiera, e quando il giorno dopo deve andare al mercato le tasta col dito per regolarsi sulle uova che porterà a vendere. Stasera non le tornano i conti, manca Rossella e non è la prima volta. “‘sta pipa da un po’ di tempo è strana”, dice zia. Chiama e chiama ma Rossella non si vede e zia chiude il pollaio rassegnata, la povera bestiola avrà fatto una brutta fine. Non si vede nei giorni seguenti e alla fine quasi non ci pensiamo più.

Invece una sera eccola risalire dal fosso, tronfia e pettoruta, seguita da un nugolo di pulcini pigolanti. Rossella ha depositato le uova, le ha covate di nascosto e terminata la schiusa ora conduce a salvamento la numerosa figliolanza. Non crediamo ai nostri occhi, è uno spettacolo commovente e divertente, Bebetta fra il riso e le lacrime dice che la natura è una continua meraviglia.

Zia è nata e cresciuta in campagna, non è mai uscita dalla corolla dei monti che cinge Subiaco. Si stupisce di ogni cosa che pure vede ripetersi, ogni mattina scopre che il sole si alza per maturare i raccolti, far aprire i fiori e riscaldare gli uomini, per esempio. Ma la cosa più bella è che zia ride per cose da niente e si commuove con facilità.

Per molti anni ha assistito la suocera rimasta cieca per il diabete, ha dovuto imparare anche a farle le iniezioni di insulina. Spesso vengono a casa persone che hanno bisogno di fare le iniezioni, zia prende il bollitore con la siringa e l'ago e lo mette sul fuoco, intanto si insapona e sciacqua bene le mani e se le stropiccia con l’alcool per evitare pericolo di infezioni. Strofina la pelle con l’ovatta imbevuta di alcool  poi con un colpo secco infila l'ago nel didietro delle persone che stanno in piedi, fermi come statue. Nessuno mi ordina di uscire e resto a guardare quanto è brava coraggiosa e scrupolosa mia zia. In cambio non vuole niente, anzi offre il caffè. Qualcuno si presenta con un pacco di zucchero e tanto insiste che zia deve accettarlo per forza, ma in cambio gli mette in mano una bottiglia di vino o un pacchettino con le uova.

Zia mi racconta tante cose, vita morte e miracoli dei santi, storie e leggende del paese. Sa leggere e scrivere, ha fatto la terza elementare. Sillaba solo le parole lunghe e difficili, per il resto legge veloce. Tutti i giorni devo fare per regola un compitino, la sera dopo cena ripasso a voce alta storia e geografia o leggo brani dell’antologia, che agli zii piacciono tanto.

Come tutte le donne di casa zia  è brava a fare la sfoglia, sottile come un’ostia per i capellini in brodo, più spessa per i tagliolini e le fettuccine, che sono speciali col sugo di rigagli di pollo. Mi piace aiutarla, man mano che lei taglia la pasta io la stendo ad asciugare sulla canna poggiata su due sedie. Una volta, per la solita impazienza, ho allungato la mano troppo presto e la lama ci è calata sopra, il sangue zampillava. “Non ti mettere paura, non è niente” zia mi diceva, mentre lei sbiancava. Dopo avermi disinfettato e fasciato il dito ferito, zia mi consolò con un confetto di quando si era sposata, vent'anni prima.

 

 

 

I miei cuginetti

 

Ho tre cugini speciali: Augustarello, Antonio e Pierina. Abitano a piazza Palma nella casa grande che era dei nonni e ogni tanto li vado a trovare. Mi guardano curiosi, qui a Subiaco mi chiamano la romanina. Giochiamo a prendere al volo le mosche sul tavolo di cucina. Gli diamo la caccia a turno, vince quasi sempre Augustarello, il più allenato; posa di taglio la mano al bordo del tavolo di marmo, pretende il massimo silenzio e che nessuno si muova. Appena le mosche si mettono a passeggiare tranquillamente sul tavolo la sua mano sfreccia e le imprigiona nel pugno. Anche Antonio è bravo, io miglioro verso la fine dell’estate, dopo tanto esercizio,  mentre Pierina è fuori gara perché troppo piccola.

La casa di Piazza Palma ha il cesso nel cortile interno: un buco con un tappo di marmo. Un gran lusso, ma l’aria del cortile è irrespirabile. Antonio sembra sempre triste, anche per questo gli voglio bene. Ha conosciuto il padre che era già grandicello, quando zio Pasqualino è partito volontario per la guerra d’Africa lui non era ancora nato, poi zio è stato fatto prigioniero ed è tornato a casa dopo tanti anni, e subito è nata Pierina.

Pierina, che non va ancora a scuola, ogni tanto viene a Riarco con nonna Maria e io bado a lei mentre gli altri lavorano.

 

 

Il salvataggio

 

Gli zii sono andati a fare il carico di acqua potabile alla fontanella che il comune ha messo da poco vicino al cimitero, e Pierina ed io siamo rimaste a Riarco con nonna.  Sto cercando nonna per farmi fare le trecce, quando  la vedo correre verso il fosso strappandosi i capelli e gridando mammamea e gesummeo; le vado dietro e vedo Pierina sospesa in aria, appena trattenuta da un ciuffo di arbusti, a rischio di cadere da un momento sulle pietre appuntite che affiorano dall’acqua. E' colpa mia, mi sono distratta e lei ne ha approfittato per curiosare dietro la casa; camminando sul cordolo che rasenta il dirupo chissà come è scivolata ed ora guarda in su senza spavento, curiosa di sapere come andrà a finire. Nonna Maria scivola di pancia aggrappandosi agli spuntoni di radici, e l'ha quasi raggiunta quando il terreno comincia a franare, e lei svelta acciuffa un arboscello, si tira su e sempre correndo scende al fosso, sotto Pierina che dondola nel vuoto, e le urla di buttarsi giù. La mia cuginetta comincia a frignare impaurita, io non so cosa fare e non posso sapere se mia nonna sa quello che fa. Ho ancora il pettine in mano.

Vecchi da nonna, scirica” ordina nonna adesso calma, adesso sicura. Allarga con le mani la sua robusta gonna arricciata e dentro quel grande ombrello nero cade come una piuma Pierina, sana e salva. Nonna senza più una goccia di sangue, rigida e bianca, ci riporta davanti casa. Siede sullo scalino e m’intreccia i capelli mentre Pierina, come nulla fosse, gioca col gatto.

 

 

 

Tutto mi piace di Subiaco, ma per le Cone provo un attaccamento particolare. La casetta tirata su dai bisnonni con i tre scalini di tufo, la porticina con la gattarola, le pietre lucide che pavimentano la cucina, il camino grande e nero, la finestrella da cui si vedono i paesini sparsi sui monti dirimpetto, l’alto gradino che porta alla prima e alla seconda stanza, i soffitti di travi di castagno e un profumo misto di cereali e frutta. Il sole quando esce batte alla porta della cucina e comincia a girare per arrivare verso mezzogiorno a illuminare il retro della casa, dove noi mangiamo di solito su una lunga tavola, all’ombra del pergolato e di una quercia gigantesca.  Intorno ci sono tanti alberelli di frutta, e ornelli sui quali si arrampicano le uve rosate e asprigne. Farfalline azzurre piccole come un’unghia si trastullano di fiore in fiore, i mosconi ronzano, le cicale friniscono, i tafani pungono. Un sentiero scosceso e tortuoso porta alla sorgente dove andiamo a rifornirci con secchi e brocche più volte al giorno, per bere e cucinare, mentre per innaffiare l’orto ed altri usi adoperiamo l’acqua della cisterna. Vado sempre con gli zii o i nonni con i miei due secchielli, solo una volta scesi da sola alla sorgente. Risalivo con i recipienti colmi, cantando per tenere lontani gli animali pericolosi come mi è stato insegnato, quando vidi quello che mi sembrava un bastone messo di traverso sul viottolo. Stavo per passare oltre e quello si mosse come una vertigine nella testa e scomparve nel sottobosco.

Con un certo ritardo compresi che non si trattava di un bastone, i secchi rotolarono quasi senza far rumore sullo strato di foglie e io corsi fuori dal verde cupo. La luce dello spazio aperto mi entrò negli occhi sbarrati, ritrovai la voce e urlai “aiuto” con tanto fiato che non sapevo di avere, volando verso la tenna. Gli zii accorsero e io mi buttai per terra.

“L’ho visto, era lungo così”, e allargavo le braccia.

“Di che parli?” disse zio Bebetto fingendo di non capire.

“Un serpente grosso così, lungo così…”

“Ma va là, te lo sei sognato”.

“Mi dite sempre di stare attenta a dove metto i piedi perché ci sono le serpi, e adesso non mi volete credere?”

Gli zii non me la dettero vinta, non volevano che mi impressionassi; negando il fatto credevano di difendermi. Ma io non scesi mai più da sola alla sorgente.

 

 

 

A ferragosto si festeggia l’Assunzione di Maria Vergine. Le statue della Madre e del Figlio, partendo chi dalla cattedrale di san’Andrea e chi dalla chiesa alla Valle, viaggiando sui baldacchini infiorati e pieni di ceri, s’incontrano a metà strada. È il momento dell’Inchinata, la gente cade in ginocchio gridando per tre volte missiricordia!.

Dopo le funzioni religiose c’è la cena in piazza, ogni famiglia porta il suo tegame di ciammarughe, la pagnotta il vino e i dolci e si cena insieme, accalcati sui tavoli sistemati in discesa davanti alla Rocca dei Borgia.

Mangiare le lumache non è una cosa facile, si tirano fuori con  gli stecchini fatti in casa, e se l’ultimo pezzo non vuole uscire si rompe col manico della forchetta il guscio, dopo averlo ben bene succhiato, e si recupera anche la coda. Questa è soltanto l'ultima difficoltà, la vendetta delle lumache comincia assai prima.

 

 

Cena in piazza

 

I preparativi per la cena di ferragosto cominciano un mese prima. Ci si accorda coi vicini e si esce a tarda sera, quando la guazza già inumidisce il terreno, per scovare le lumache che escono a dissetarsi. Si battono prima le zone rocciose, monachine e terrignole sono le qualità più pregiate, ma non bastano a riempire i grandi tegami di coccio. Allora si cerca lungo il fiume e intorno al cimitero e si riempiono secchi e sacchi di ciammotti; da sotto i coperchi e dalla iuta escono cespugli di corna, e sulle corna si scherza, nella notte appena rischiarata dalla fiammella delle torce che mi strizzano di paura. Tutto è molto eccitante.

Le povere bestiole dopo la cattura subiscono lo spurgo, il digiuno spezzato solo con qualche foglia di lattuga e un pugno di crusca perché non se ne muoiano stupidamente di fame durante il trattamento, devono arrivare in buona salute al giorno dell’ultimo martirio che precede la gloriosa fine.

Un paio di giorni prima di ferragosto si va al fiume col pacco di sale grosso, la bottiglia di aceto e le vittime. Comincia il lavaggio, con le ginocchia a mollo nell’acqua gelata, sulle stesse pietre dove ogni settimana zia s'inginocchia per fare il bucato.  Nella bagnarola con l’acqua si spruzzano aceto e manciate di sale, e vi si immergono le bestiole che sbavano sfrigolando, il moccio denso e giallognolo che le ricopre viene continuamente schiumato, poi vengono sciacquate e ricomincia daccapo il supplizio, fin quando l’acqua non risulta limpida. Le lumache col guscio tenero non superano la prova, mezze tramortite trascinano la casa diroccata sull’erba, e quelle si lasciano pascolare, rimesse alla volontà di Dio.

Corolla e bagnarola in testa, e si torna a Riarco. Strada facendo le povere bestiole si rianimano e quando arriviamo a casa parecchie antennine sono già risorte. In caso di dubbio zia procede alla prova dell'ago, pungendo le lumache sdilinquite e controllando che ci sia reazione. Solo pochissime se ne trovano passate a miglior vita, alle altre tocca sopportare ancora il momento più crudele. Caldaia sul fuoco, acqua calda ma non bollente, le lumache colano a picco e risalgono incerte sul da farsi, non sapendo se ritirare le antenne o esplorare quella nuova zona di orrore. Quando inizia il bollore, per loro è finalmente tutto finito.

Segue la fase regale. Odori che salgono al cielo, alleluia di aromi. Mentuccia di montagna, aglio fresco peperoncino e pomidorelli, il sughetto poco denso per non sopraffare il gusto delle carni nervose. Chi ha più arte la usa, la sera della grande cena ci si confronta col resto del paese. Anche la presentazione ha la sua importanza, quando zia svuota la canestra sulle assi coperte dalla tovaglia damascata, la nostra bella figura è garantita. Nonno Gigi offre il vinello della passata vendemmia, ormai agli sgoccioli, come un re che distribuisca onorificenze. Il risucchio riecheggia per la valle, le pagnotte tagliate da culetto a culetto spariscono in un amen, l’allegria sana e sincera sale alle stelle.

 

 

 

Andiamo con zia Palmira a fare la foto da Orlandi, a piazza Sant’Andrea. Ho l'impressione che questo sia l'ultimo anno di qualcosa, ho terminato le elementari e cose nuove mi aspettano. Indosso un abito di lana, sì, di lana in pieno agosto; mia madre quando sceglie i tessuti non guarda le stagioni, guarda la qualità. Il vestito della festa è bianco, con tanti mazzetti di fiori variopinti ricamati a mano da Lucietta, la sartina che lo ha confezionato. E’ un bel vestito, ma al solo pensiero di indossarlo tutto comincia a prudermi, a partire dalla testa piena di una selva arruffata di capelli che sono il vanto di mia madre, e guai a parlare di forbici. Tornando alla foto, il signor Orlandi mi fa sedere sullo sgabello, mi slaccia i primi due bottoncini del vestito e mette in mostra la catenina d’oro col crocifisso. Mi raddrizza le spalle e mi solleva il mento, fa due passi indietro e mi rimira. Non soddisfatto, prende posizione dietro la macchina e mi studia attraverso l’obiettivo, mi riguarda senza obiettivo, rifà due passi in avanti, resta pensoso indeciso sul da farsi, poi con rapida mossa mi toglie le mollette ai lati della fronte, scompiglia i capelli e li risistema a suo modo. Mi fa inclinare leggermente la testa e tutto concentrato infila le dita a forchetta tra i capelli, smuove e ancora smuove, poi fa scivolare le dita e i riccioli ricadono tesi sulla fronte, ma subito si riavvitano come molle. Nonostante tutto il signor Orlandi ha l’aria soddisfatta, torna in postazione e fa clic. “Verrà una bella fotografia” dice convinto, mentre intasca un piccolo acconto.

 

 

Via dell’Elcino

 

Prima che io riparta facciamo il giro dei parenti per salutarli. E l’ultimo saluto è per quella casetta attaccata alle mura di cinta della rocca, la casa paterna aju Rucinu, che sta per via dell’Elcino. Non salgo la scaletta ripida, non busso alla porta, qui non ci sono più i miei nonni, la piccola proprietà è stata venduta dalla zia che l’ha ereditata. Ma vengo lo stesso a salutare la casa dove è nato e cresciuto mio padre, dove mia madre ha vissuto nei primi anni di matrimonio, dove sono nati i miei fratelli.

Dalla casa dei nonni, che si affaccia sullo strapiombo, si vede il camposanto con tanti lumini accesi; sembra una torta piena di candeline di compleanno per festeggiare i centenari defunti. Saluto tutti i miei cari che lì riposano e anche quelli che non conosco.

Poi vado. Saluto i sampietrini uno ad uno, saluto le porte e le finestre, saluto i vasetti di basilico, saluto il fiume che scorre tranquillo tra ali di pioppi e salici. Saluto, e già prima di partire mi prende la voglia di tornare.

  Quando rivedo mia madre che è venuta a prendermi, mi sembra più bella ed elegante del solito, col suo vestito nero a fiori grigi, i sandali col tacco e i capelli ondulati raccolti nella retina castana. Zia le mostra orgogliosa il foglietto di carta che attesta come io sia aumentata di peso, garanzia di ritorno per la prossima estate. Le dà anche alcune copie della foto di Orlandi, mentre si tiene l’originale sulla quale zio Benedetto ha scritto sul retro: Agosto 1953, Maria a undici anni.

Prima di salire sull’autobus saluto Giulio, che adesso lavora dal marmista di fronte alla fermata, e quando le porte si chiudono lui mi saluta con un sorriso bello che mi  ricorda i girasoli delle Cone e mi viene da piangere. Gli occhi di zia sono umidi ma lei sorride mentre sventola il fazzoletto e ci accompagna con lo sguardo finché non giriamo alla prima curva. Zia Bebetta, dolce e fresca come il gelato fragola e panna di certi pomeriggi di festa.

Quando non sento più la voce del fiume il mio pensiero corre a Ciampino. Arriveremo a sera, vedrò da lontano la pista e le luci dell'aeroporto e quando passeremo col treno davanti al passaggio a livello vedrò la strada di casa mia, se non sarà tanto buio la vedrò, casa mia, all’inizio di via Giuseppe Verdi, dove papà e i miei fratelli ci stanno aspettando  e io non vedo l’ora di riabbracciarli.

 E penso che è bello partire perché è bello tornare, ma è un pensiero complicato che per ora metto via, aspettando di crescere per tornare a ragionarvi sopra.

   

 

Maria Lanciotti

 

(tratto e riveduto dal libro “Campo di Grano”   Anni Nuovi Editrice 2003)

 


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