Lo scaffale di Tellus
Valter Vecellio. “Radicale ignoto”, di Sergio Ravelli
14 Febbraio 2009
 

È il libro che da tempo si desiderava poter leggere; di più: è il libro che si sarebbe voluto scrivere: Radicale ignoto di Sergio Ravelli (pag. 133, 10 euro, Cremonalibri edizioni) è esattamente quello che annota Lorenzo Strik Lievers nella nota di prefazione: «Un racconto che non nella forma del saggio, ma in quella della narrazione – spesso così più efficace nel portare a capire – spiega tanta parte della realtà radicale».

Dal momento che non bisogna provare vergogna per i sentimenti che si provano, aggiungiamo che la lettura di questo libro ha commosso. Perché Sergio, raccontando di “fatti, aneddoti e ricordi” che costituiscono il suo essere “appassionatamente radicale”, ha anche raccontato la nostra storia, i nostri “fatti”, la nostra carne e il nostro vissuto. Lui che racconta di quando va all’edicola e assieme a Lotta Continua si trova tra le mani Liberazione, il quotidiano radicale che per qualche giorno uscì come suo inserto, e da allora ne viene irrimediabilmente contagiato, racconta il nostro contagio. Lui legge della prima campagna per “gli otto referendum contro il regime”, ed è un tutt’uno decidere di andare a vedere chi sono questi radicali che si danno convegno a Verona; e racconta di noi: che all’edicola a Bologna ci si trovava, per sole cinquanta lire (allora tanto costavano i giornali) l’intero pacco di Liberazione, venti-trenta copie, perché l’edicolante non era abituato a dar via un foglio di appena due pagine, e pensava che quelle venti-trenta copie in realtà fossero un’unica copia; e così ci si trovava un buon numero di giornali da poter vendere per strada, come gli strilloni. Quando Sergio racconta delle prime manifestazioni comizio-concerto, dei tavolini per la raccolta delle firme che sono di fatto le nostre sedi, delle avventurose campagne elettorali, delle emozioni della prima campagna elettorale che assicura quattro presenze radicali in alla Camera dei Deputati, o le avventure in quel treno per andare al congresso di Budapest, è un tuffo nel nostro passato, nella nostra storia; ed è un passato che Sergio racconta con “semplicità” e il sorriso, l’aria e il tono è di chi ti racconta cose che non potevano che essere quelle, e fatte in quel modo: «Mi trovavo lì, quel giorno... bisognava fare quella cosa, l’abbiamo fatta...».

 

Avrei voglia di dire, a Sergio: ma l’hai riletto il tuo libro? Ti accorgi, ti rendi conto, della bella vita che hai, che abbiamo vissuto tutti insieme in questi ultimi vent’anni? Ti capaciti della fortuna che abbiamo avuto e abbiamo ancora, per esserci trovati a fare quelle cose che ti sembra “normale” aver fatto? Guarda la galleria di personaggi con cui ti sei trovato a militare: Marco Pannella ed Emma Bonino, Adele Faccio e Adelaide Aglietta; Gianfranco Spadaccia e Enzo Tortora; Angiolo Bandinelli e Sergio Stanzani, Luca Coscioni e Piergiorgio Welby, e i tantissimi amici e compagni con cui hai raccolto le firme, ti sei tassato per pagarti la sede, hai fatto digiuni, manifestazioni, sit-in, marce… davvero Sergio: come scrivi nelle pagine finali, che straordinaria militanza è la tua e la nostra, e che fortuna hai e abbiamo avuto, noi che possiamo dire agli “altri”: ragazzi, non sapete che cosa vi siete persi!

 

Scrivo queste note in ore che non sono liete: un presidente del Consiglio-kapò per compiacere il potere vaticanesco da una parte, e sulla base di un calcolo elettorale meschino dall’altra, si è posto a capo del partito della tortura e della sofferenza inutile, sul corpo della povera Eluana sta giocando una partita cinica e lo abbiamo sentito tutti, amplificato da televisioni compiacenti, con le sue frasi volgari su quella povera ragazza e suo padre. E uomini che si dicono di fede, pronunciano frasi terrificanti: “mano omicida”, “sentenza assassina”, “delitto di stato”. I francescani dell’Immacolata giungono a paragonare Eluana al loro ispiratore e confratello, Massimiliano Kolbe: «rinchiuso nel bunker della fame, con altri compagni che consumò lentamente il suo martirio per la fede e per la carità». Kolbe è morto ad Auschwitz, in un lager nazista. Se Eluana è come Kolbe, chi saranno mai i nazisti?

Ci fosse oggi un Georg Groz non dovrebbe lavorare molto per cogliere il grottesco di certi volti che somatizzano la miseria e l’arroganza interiore; si limiterebbe probabilmente a duplicarne la fotografia: i Fisichella e i Poletto, gli Sgreccia e i Barragan, i Ruini e i Caffarra, i Bertone e i Bagnasco, e sopra tutti, lui: Joseph Ratzinger: coperti con le loro ricche tonache, senza pudore e senza vergogna, privi di pietà e di misericordia. Hanno condannato a sofferenze atroci, quelle sì, Luca Coscioni, Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli… E ora fanno scempio di Eluana, e con Eluana del diritto, della regola, della norma. Arrivano a proporre e votare, blindati, un testo di legge retroattivo, che annulla sentenze della magistratura. Per fortuna non tutti sono così, se è vero che per esempio la comunità di base di San Paolo fuori le mura di Roma esprime il suo dissenso contro le gerarchie ecclesiastiche «che sponsorizzano una campagna scandalosa tesa a equiparare ad un omicidio la scelta della famiglia Englaro» e parla di «cinica strumentalizzazione». Perfino il prudente Giulio Andreotti invita il Vaticano alla cautela, e si dissocia da certe crociate! E anche dall’estero si levano voci preoccupate, inquiete. Sul britannico The Observer Mary Warnock, filosofa e membro della Camera dei Lord firma un editoriale nel quale sostiene che il papa «dovrebbe lasciare Eluana morire in pace… con la sua decisione di intervenire nel nome del principio della santità della vita papa Benedetto XVI va molto vicino a trasformare l’Italia in una teocrazia, dove se una legge non è accettata dalla religione non è più legge». È giusto, scrive ancora, che in ogni angolo del mondo la gente sia libera di credere in quello che vuole e di seguire le pratiche della propria fede, ma il caso Englaro mostra come «la fede non debba essere imposta su chi non la condivide, e le credenze religiose, per quanto forti non dovrebbero avere la precedenza sulla legge. È la legge a tenere insieme la società in cui, come esseri umani, ci troviamo a vivere». Parole esemplari, e forse non è per un caso che a scriverle sia una donna.

 

Nella sua “post-fazione” Ermanno De Rosa ad un certo punto scrive di «persecuzione giudiziaria dissimulata oltre l’evidenza, infine reticenze e silenzio anche sul corpo malato offerto alla politica! Prima di Luca Coscioni, prima di Piergiorgio Welby. Per mettere in luce realtà che quotidianamente trascorrono nel silenzio di tante vite nascoste. Ne conoscevo anch’io, e il silenzio mi divenne improvvisamente odioso…».

Quell’«improvvisamente odioso» dice tutto, tutto spiega. Sto divagando, e finisco. Non sono ore liete, dunque; eppure no, questa lettura che dobbiamo a Sergio Ravelli lenisce e fa ben sperare; mette perfino allegria. Quanti sono i radicali ignoti come Sergio, con le belle storie come le sue? Una volta Leonardo Sciascia, rispondendo a non so più a quale invito gli avevo fatto, rispose che accettava volentieri; perché era una causa giusta, ed era giunto il momento di contarsi, come diceva Seneca per gli schiavi. Forse, aggiungeva, non saremo tanti, ma certamente scopriremo di essere sufficienti per fare quell’“opinione” che Francesco De Sanctis opponeva alle “opinioni”. Quella “conta” di cittadini che non vogliono essere schiavi e sudditi, che si battono per la vita del diritto e per il diritto alla vita, Ravelli e i suoi compagni di Cremona la fanno tutti i giorni, da sempre. È per questo che in queste ore tristi, dove un potere arrogante e prepotente sembra potersi davvero permettere di tutto, c’è comunque di che sperare. La “fiammella” di cui parlavano Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi è più che mai accesa. Anche per merito di “matti” straordinari come Ravelli.

 

Valter Vecellio

(da Notizie radicali, 9 febbraio 2009)


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