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Avicenna, L'intelletto e gli intelletti
Avicenna
Avicenna 
23 Gennaio 2009
 

Intelletto è un nome che si usa in sensi multipli. Si chiama intelletto la salute mentale originaria nell'uomo. La sua definizione è allora: una facoltà mediante la quale si opera la distinzione tra il bello e il brutto. Si dice ancora intelletto ciò che l'uomo acquisisce di leggi universali mediante l'esperienza e si definisce: significati raggruppati nello spirito, premesse da cui si scoprono i vantaggi e i fini. In altro senso si dice che l'intelletto è una lodevole disposizione che appartiene all'uomo nei suoi movimenti, i suoi riposi, la sua parola, la sua scelta.

Questi tre sensi sono quelli in cui la massa degli uomini usa il termine intelletto; ma presso i filosofi questo ha otto significati:

1. L'intelletto di cui parla Aristotele nel libro del sillogismo. Esso differisce dalla scienza. Questo intelletto, egli dice, designa i concetti, e gli assentimenti che provengono dall'anima mediante lo spirito, mentre la scienza è ciò che risulta da acquisizione esteriore. Poi vengono gli intelletti ricordati nel Libro dell'anima.

2, 3. L'intelletto speculativo e l'intelletto pratico. Il primo è una facoltà dell'anima che riceve le quiddità delle cose universali in tanto che esse sono universali. Il secondo è una facoltà dell'anima che è principio motore della facoltà appetitiva, verso ciò che essa ha scelto di particolare in ragione di un fine intravisto. Si chiamano intelletto anche numerose forze dell'intelletto speculativo.

4. L'intelletto materiale, facoltà dell'anima preparata a ricevere le quiddità delle cose astratte dalle materie.

5. L'intelletto in abito, che è l'intelletto materiale perfezionato in modo da divenire una potenza vicina all'atto mediante attuazione di ciò che Aristotele chiama intelletto nel Libro del sillogismo.

6. L'intelletto in atto, che è il perfezionamento dell'anima in una forma qualunque, ossia una forma intelliggibile al punto di intendere quest'ultima e racchiudere mediante l'atto la stessa allorché lo vuole.

7. L'intelletto acquisito, che è una quiddità astratta alla materia, la quale è fortemente impressa nell'anima come un'attuazione proveniente dal di fuori.


8. Gli intelletti che si dicono agenti, che sono tutti quiddità completamente pure da materia.
Ed ecco la definizione dell'intelletto agente: esso è, in quanto intelletto, una fama sostanziale la cui essenza è di essere quiddità fusa da ogni mescolanza con la materia e ciò per se stesso e non per astrazione che altri ne faccia fuori dalla materia e delle connessioni della materia, al modo che viene ottenuta la quiddità di ogni ente. In quanto intelletto agente esso è una sostanza avente l'attributo di cui abbiamo parlato e a cui appartiene il compito di far passare, illuminandolo, l'intelletto materiale dalla potenza all'atto.

    

quiddità = le cose così come sono

    


da "Epistole delle definizioni", in Grande Antologia Filosofica, ed.  Marzorati

 

  

NOTA BIOGRAFICA

  

Abû ‘Alî Husain Ibn ‘Abdallâh Ibn Sînâ, meglio conosciuto col nome latino di Avicenna, nacque nel 980 d.C. a Kharmaithen, presso Bukhara (ora Uzbekistan).

Educato dal padre, governatore di un villaggio, Avicenna era un bambino con una memoria e una capacità di apprendimento fuori dall’ordinario. All’età di 10 anni aveva già memorizzato il Corano e la maggior parte della poesia Araba. Proseguendo i suoi studi da autodidatta, studiò logica e metafisica e all'età di tredici anni intraprese gli studi di medicina. A sedici era talmente padrone della materia da essere in grado di avere dei pazienti. La sua reputazione medica fino a Nuh ibn Mansur, capo Samanide, che curò da una malattia. Come ricompensa, gli fu concesso di accedere alla Libreria Regale dei Samanidi, consentendogli lo sviluppo delle sue conoscenze in tutti i campi dello scibile.

La sconfitta dei Samanidi e la morte del padre lo costrinsero a girovagare per diverse città del Khorasan. Visse a Khwarazm, fu maestro a Gurgan e successivamente amministratore a Rayy, continuando ad avere discepoli e a produrre un insegnamento di altissima qualità. A Hamadan, in Persia centro-occidentale (ora Iran), divenne medico di corte del principe sovrano di Buyid, Shams ad-Dawlah, che lo nominò per due volte Gran Visir. A Isfahan entrò alla corte del principe locale e passò gli ultimi giorni della sua vita scrivendo opere di medicina, filosofia e lingua araba. 

Nel giugno del 1037, durante la campagna militare, al seguito del suo patrono, si ammalò e morì di una misteriosa malattia, apparentemente una colica, forse avvelenato da uno dei suoi servi. 

Filosofo, mistico e medico, Avicenna scrisse circa 450 opere, delle quali circa 240 sono arrivate a noi. “Il Canone della Medicina” è il più famoso e il più diffuso testo di insegnamento e compendio di scienza medica in Medio Oriente e in Europa. Nel XII secolo fu tradotto in latino, influenzando gli sviluppi della Scolastica filosofica e medica a Montpellier e nelle altre facoltà mediche medievali. 

Nel 1491 il Canone fu tradotto in ebraico e nel 1593 fu il secondo testo mai stampato in arabo. Ma Avicenna diede il massimo apporto soprattutto in ambito filosofico. Combinando aristotelismo e neoplatonismo, discusse di ragione e di realtà, negando, come molti filosofi medievali, l'immortalità dello spirito individuale, sostenendo che Dio è puro intelletto e che la conoscenza consiste nella comprensione di quanto è intelligibile, grazie a ragione e logica. Per le sue dottrine divenne il bersaglio principale dei teologi Sunniti, come Al-Ghazali. 

Oltre che di medicina e filosofia, scrisse anche di matematica, psicologia, geologia, astronomia, logica, scienze naturali, geometria, aritmetica, alchimia e musica. Sulle sue opere si formò Nostradamus e Dante mostra una riverente considerazione per Avicenna, che nella Commedia colloca rispettosamente nel limbo, piuttosto che nel profondo dell’inferno, in compagnia di Maometto. 

La parte alchemico/mineralogica della sua opera enciclopedica venne tradotta in latino col titolo “De congelatione et conglutinatione lapidum”. In essa era contenuta la critica radicale alla possibilità della trasmutazione che fu all'origine della disputa scolastica sull'alchimia. Tuttavia in una delle opere alchemiche che tratta dell'elixir, tradotte in latino sotto il suo nome, la “Epistola ad Hasen regem de re recta”, sembra testimoniare un suo forte interesse per l'alchimia, successivamente sottoposta a critica. Certamente apocrifo è invece il “De anima in arte alchemiae”, che ne fece agli occhi degli occidentali una delle massime autorità alchemiche.


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