Lo scaffale di Tellus
Alberto Figliolia. I canestri della Sala Borsa 
Storia e gloria del basket bolognese nel dopoguerra
03 Gennaio 2009
 

Marco Tozzi (a cura di)

I canestri della Sala Borsa

Storia e gloria del basket bolognese

nel dopoguerra

Fotografie Walter Breveglieri

Minerva Edizioni, 2004, pagg. 144, € 29,00

 

 

C'era una volta la Sala Borsa. Ma nessun crack finanziario in vista, nessun rischio per i risparmiatori. Era la Sala Borsa di Bologna, nata sul luogo dell'antico Orto Botanico di Ulisse Aldrovandi (dal 1568) sopra il quale furono edificati gli appartamenti del Cardinal Legato e... «dal 1765, la corte di addestramento dei Vigili del Fuoco. Sala Borsa, in tutto e per tutto, dal 1886 al 1903, quando l'attività fu sospesa per scarso volume d'affari (all'epoca, nei locali ebbe spazio anche un ristorante popolare), risorta nel 1926 con una ricostruzione che mise in luce più antichi utilizzi, rivelando le vestigia della Basilica e del Foro di epoca romana». La Sala Borsa dove si sarebbe cominciato a giocare a basket, un'epopea della palla a spicchi della città della Garisenda e non solo.

Anni Quaranta e anni Cinquanta, Bologna è fra le grandi della pallacanestro. Addirittura nel 1951-52 può vantare ben tre squadre nella massima divisione: Virtus, Gira e Oare. Erano gli anni di Jimmi Strong, di Silvio Cina Lucev, di Frank Germain (giocava con gli occhiali), “ambidestro e universale”, all around come si direbbe adesso - «Fa il pivot contro i pari altezza, si sposta fuori contro avversari più alti» -, Antonio Calebotta, detto Nino o la terza torre di Bologna, Achille Canna, velocità allo stato puro... Per dir di Calebotta: è alto 204 cm e non se n'era mai visto uno simile in circolazione. Un'arma impropria sul parquet, con l'uncino nel suo bagaglio tecnico. Parquet? Diciamo piuttosto fondo piastrellato. Ma la passione sopperiva e faceva da trampolino di lancio per ogni fase del gioco e per le imprese future.

I canestri della Sala Borsa (Storia e gloria del basket bolognese nel dopoguerra), a cura di Marco Tarozzi e con l'apparato fotografico di Walter Breveglieri, è un libro datato 2004, in realtà senza tempo. Magnifico sia dal punto di vista delle testimonianze – per esempio, Renzo Ranuzzi: Smontai dal lavoro e vinsi lo scudetto. Veramente il segno di un'altra era – sia per il corredo iconografico.

Rinascono, nelle splendide foto in bianco e nero, le epcihe sfide con la Reyer, la Victoria Pesaro, l'Itala Gradisca, Pavia, il Borletti del triestino-milanese Cesare Rubini, gran rivale da sempre dei felsinei, la romana Stella Azzurra, l'Oransoda Cantù, gli infuocati derby, il greco Moroutsis, Bough, l'egiziano Chaloub della Moto Morini (anche lui con gli occhiali), Roubanis,il pubblico che discute con i giocatori a fine gara, lo stesso pubblico che alita sugli atleti, ai bordi del rettangolo agonistico, i ragazzini, con quei vestitini degli anni Cinquanta poveri ma dignitosi, che a fine partita si disputano il pallone tentando d'imitare gli idoli, i tabelloni in legno, la Nazionale italiana, la pallonessa.

Un libro di ricordi. Un libro sognante.

 

Alberto Figliolia


TELLUSfolio - Supplemento telematico quotidiano di Tellus
Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276