Diario di bordo
Valter Vecellio. Buongiorno a Veltroni, che si accorge del gioco di Di Pietro 
Ma non č il PD che gli ha dato (e gli dā) spazio e visibilitā e lo nega ai radicali?
15 Dicembre 2008
 

Sarà l’aria di Parigi con quel suo non-so-che che si respira tra l’Ile St.Louis e Montmartre; sarà che prima o poi tutti si svegliano, e ieri è toccato a Walter Veltroni; sarà che siamo a poche ore dal voto in Abruzzo, con il suo triplo prevedibile negativo risultato (vittoria del centro-destra; secca sconfitta del PD; incremento dell’Italia dei Valori), e che dunque bisogna pur trovarla, una giustificazione per la politica masochista fino ad oggi seguita (e che non mostra segni di inversione significativi). Fatto è che Veltroni, intervistato da Aldo Cazzullo per Il Corriere della Sera finalmente si accorge che la destra dà molto spazio a Di Pietro. Cita poi una lunga intervista pubblicata l’altro giorno su Libero, e ne ricava che sia «lo stesso gioco che Berlusconi faceva con Bertinotti: dargli spazio, polarizzare, individuarlo come alternativa, ovviamente non spendibile per il governo…».

Tutto vero, beninteso. Da tempo si sostiene che Berlusconi (e dal suo punto di vista, come biasimarlo), si sceglie gli avversari e li valorizza: l’ha fatto appunto con Bertinotti, poi ha giocato la carta Diliberto; oggi Di Pietro: è mio “amico” il “nemico” del mio “nemico”. Quello che Veltroni non dice è che Libero arriva buon ultimo, in questa operazione. Vada, per esempio a consultare in archivio la raccolta dell’Unità, il giornale che partito da Antonio Gramsci ora si ritrova la “minigonna”: vada a vedere le tre pagine e passa di intervista concessa a Di Pietro; poi, magari chiedendo l’assistenza di quel che resta del Centro di Ascolto Radicale si faccia dare la documentazione relativa alle presenze televisive di Antonio Di Pietro: presente ovunque, nei telegiornali, nei programmi di approfondimento politico, nelle reti pubbliche e in quelle private… Chi ha promosso e promuove Di Pietro come antagonista? Certo, Berlusconi, la destra; ma loro fanno il loro mestiere, il loro interesse. Ma Veltroni vuole spiegare le ragioni per cui con Di Pietro si è saldata un’alleanza elettorale che ha consentito all’Italia dei Valori di gonfiarsi di deputati e senatori, mentre i radicali sono stati mortificati, accusandoli di far perdere voti e consensi, mentre tutti i sondaggi e i rilevamenti demoscopici, univoci, dimostrano che i temi e gli argomenti di cui si occupano i radicali e per cui si battono, incontrano il consenso più che maggioritario del paese? E vuole spiegare Veltroni perché ha sistematicamente, pervicacemente, programmaticamente respinto ogni apporto, ogni contributo, ogni aiuto che poteva e può venire dai radicali? Cominci a rispondere a queste domande, il leader del Partito Democratico, e avvii una riflessione su questo. È la riflessione che ottimamente è stata sollecitata (e frustrata) da Luigi Manconi: sull’Unità, due giorni dopo la conclusione del congresso radicale di Chianciano ha pubblicato un bell’intervento, con molti interrogativi che attendono, ancora, risposta.

 

C’è un’altra parte, dell’intervista di Veltroni che merita una chiosa: «In realtà, l’unica alternativa siamo noi. Siamo una comunità di destini. Per questo chi pensa di sottrarsi a un nostro insuccesso, sbaglia. Se vinceremo vinceremo insieme, se falliremo falliremo insieme».

È un discorso tutto interno al PD. Non c’è dubbio che si illudono i D’Alema, i Bersani, i Rutelli, i Fioroni, i Marini, se credono che la sconfitta del PD in Abruzzo, nelle amministrative, alle europee, non sia cosa che riguarda anche loro, che sia “affare” del solo Veltroni. È “affare” e “cosa” che riguarda tutti loro. Ma deve essere chiaro che non sono l’alternativa. Loro oggi sono la seconda faccia della stessa medaglia. L’alternativa sono i radicali e le proposte, gli argomenti, le soluzioni che offrono. È questo il senso dell’apparente “folle” e paradossale candidatura di governo di cui da qualche giorno parla Pannella.

Un Pannella che, ancora una volta, viene trattato come il nonno brontolone che in un angolo inveisce contro il mondo, considerato a metà tra il rimbambito e uno che ha alzato un po’ il gomito, che grida ma alla fine è innocuo. È un trattamento miope e stupido non di oggi; si può dire che ci si è fatti il callo. Ma non significa che si è rassegnati. Veltroni e tutti gli altri se ne facciano una ragione: si fa sul serio, e tra le doti dei radicali c’è quello di essere ostinati, “duri di cervice”.

 

Valter Vecellio

(da Notizie radicali, 12/12/2008)


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