Diario di bordo
Droga. Il nuovo nemico si chiama Ser.T.
31 Ottobre 2008
 

La furia ideologica del proibizionismo ha aperto un nuovo fronte nella guerra alla droga: il nuovo nemico si chiama Ser.T., Servizio per le tossicodipendenze. Chi come noi si batte per una diversa politica sulle droghe, viene quindi emarginato come minoranza ideologica o addirittura pro-droga, anche se l'obiettivo è quella minima assistenza sanitaria che permetta ad alcuni tossicodipendenti di rompere con il mercato illegale, di smettere di delinquere per procurarsi la dose e ricostruirsi una vita normale.

Prendiamo ad esempio le dichiarazioni del vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato (An): «I Sert sono da chiudere. Sono oggi un focolaio di spaccio più che luogo di cura». Direte voi: ma queste sono dichiarazioni isolate di un folle. Purtroppo non è così, come ci dimostra un recente episodio di cronaca. Un bambino di un anno è tragicamente morto per aver (forse) ingerito del metadone dato in affidamento dal Sert.T. ai genitori.1 L'affidamento, una pratica diffusa in quasi tutti i Paesi europei, evita al paziente di doversi recare ogni giorno presso il proprio Ser.T., un enorme perdita di tempo e di risorse che senza dubbio costituisce un ostacolo al recupero della normalità. Se dovessimo tutti i giorni recarci in una clinica, magari dall'altra parte della città, e aspettare il nostro turno per ricevere la dose quotidiana di insulina o di antidepressivo, di cardioaspirina o di betabloccanti, sarebbe difficile avere una vita normale, mantenere un lavoro, avere del tempo libero da passare con i propri cari, viaggiare.

Ebbene, questo singolo episodio ha scatenato reazioni furiose contro i Ser.T. L'onorevole Isabella Bertolini (foto) ha tuonato: «Si aprono interrogativi inquietanti sulla bontà e sull'efficacia delle leggi che regolano la somministrazione e la prescrizione del metadone ai drogati» (notare bene la parola 'drogati'). Andrea Muccioli, patron della comunità di recupero San Patrignano, che sul proibizionismo ha costruito le sue fortune, sentenzia: «Queste morti sono solo il risultato più visibile ed eclatante della dissennata politica di cronicizzazione della tossicodipendenza, chiamata “riduzione del danno”».

Gli onorevoli Alessandra Mussolini e Domenico Di Virgilio si spingono a chiedere l'obbligatorietà del test antidroga per tutte le donne incinta (e allora perché non controllare se consumano anche alcool o tabacco, oppure troppi zuccheri, visto che le conseguenze sul feto possono essere altrettanto disastrose?).2

Alla fine è arrivato anche il braccio destro di Giovanardi, il medico-scrittore-compositore-pittore Giovanni Serpelloni,3 che annuncia la revisione delle linee guida sull'affidamento del metadone.

 

Per capire quanto intellettualmente disoneste -per non dire insensate- siano queste dichiarazioni, basti pensare a quanti bambini muoiono per aver ingerito i farmaci (legali) dei genitori, oppure il detersivo o la candeggina mal custodita sotto l'acquaio. È proprio l'intossicazione da farmaci e da prodotti della casa che costituisce la seconda causa di incidenti domestici per gli under 14 (gli incidenti domestici sono la prima causa di morte per i bambini di questa età). Solo in Gran Bretagna, ogni anno circa 25.000 bambini 'pasteggiano' a pasticche o detersivi – di cui un quinto finisce in ospedale.4 Non ho dati precisi, ma le morti da intossicazione da farmaci o altri prodotti domestici in Italia è probabilmente nell'ordine di decine, se non centinaia. Nessuno si sognerebbe di mettere in discussione l'acquisto di un flacone di candeggina, imponendo l'acquisto massimo di una dose al giorno. Verrebbe considerato uno squilibrato quel politico che chiedesse di vietare la vendita di piu' di un'aspirina al giorno o addirittura definisse la farmacia 'un focolaio di spaccio'. Eppure, questo viene detto dei Ser.T. In fondo, di mezzo non ci sono pazienti 'normali', ma dei 'drogati' – come premurosamente e compassionevolmente li chiama l'on. Bertolini.

 

Ma come si è arrivati fino a questo punto? Come è possibile che sia stato messo a tacere del tutto il dibattito politico intorno alla droga, tanto da arrivare a mettere in discussione uno strumento come il Ser.T. che esiste anche nei Paesi che guidano la guerra mondiale alla droga? La risposta è senza dubbio la mancanza di informazione, di giornalismo d'inchiesta.

Per i mass media, l'evidente fallimento della pluridecennale guerra alla droga non è più –forse non lo è mai stato– un tema degno di essere approfondito. Questo ha permesso alle posizioni più estremiste ed ideologiche di mascherarsi da pensiero mainstream. Al punto che è ormai fatto normale invocare la chiusura dei Ser.T. senza che un singolo giornale a tiratura nazionale si degni di analizzare il merito di tale proposta (e del proponente).

Eppure ogni giorno, questi stessi organi di 'informazione' scrivono delle conseguenze di questa guerra:

- galere stracolme di tossicodipendenti e giovani il cui unico reato è stato il possesso di sostanze vietate;

- migliaia di morti per overdose;

- droghe killer, messe sul mercato senza controllo alcuno da narcotrafficanti senza scrupoli;

- l'enorme espansione economica e territoriale delle organizzazioni criminali (la 'Ndrangheta è ormai una potenza mondiale nel commercio della cocaina) e terroristiche (Talebani, Al Qaida, Farc, etc.);

- centinaia di milioni di euro destinati alle forze dell'ordine e al sistema giudiziario, che riescono ad intercettare una risibile percentuale del fenomeno (invece di investirli in educazione, prevenzione e cura);

- aumento esponenziale del consumo di sostanze illegali (ogni giorno sembra suonare l'allarme 'droga');

- diffusione di Aids e altre malattie.

Ma l''informazione' continua a riportarli come fatti di cronaca isolati, invece di porsi l'elementare interrogativo: queste sconfitte sono forse riconducibili ad una scelta politica sbagliata?

È inevitabile che l'evento di cronaca, specialmente quando qualche giovane ha finito per rimetterci la vita, ispiri nel lettore un senso di sdegno e vendetta verso il colpevole più facilmente individuabile: lo spacciatore, l'amico che ha condiviso la sostanza, e così via. Ed è proprio su questa comprensibile reazione che il politico in cerca di consenso interviene, invocando maggiori sanzioni, più guerra, “tolleranza zero”. E così fioccano le proposte più stravaganti: via per sempre la patente a chi è condannato per droga (ma non a chi è condannato per terrorismo o mafia); nuovi divieti, dal rave party ai siti Internet che promuovono la legalizzazione della marijuana; cani antidroga e poliziotti nelle classi scolastiche; kit antidroga gratuiti ai genitori per testare i figli; eliminazione dei programmi di scambio delle siringhe (gli unici attualmente in grado di diminuire il contagio fra tossicodipendenti).

 

Il problema è che se scegliessimo una strategia diversa, magari legalizzando e controllando il mercato e la distribuzione delle sostanze stupefacenti, molti di questi episodi non avrebbero motivo di esistere. Certo, la piccola vittima del genitore irresponsabile che lascia del metadone incustodito, continuerebbe purtroppo ad esserci, come ci sarà sempre la madre che non allaccia le cinture di sicurezza al figlio o il padre che lascia i figli incustoditi nella vasca da bagno piena d'acqua. Ma il tossicodipendente, come già il farmaco-dipendente, non finirebbe in carcere, ma in una struttura socio-sanitaria. Soprattutto, non sarebbe costretto a delinquere per procurarsi la sostanza (avete mai letto “Svaligia supermercato per procurarsi il sonnifero”, oppure “Si prostituisce per comprarsi l'ansiolitico”?). Così come gli enormi guadagni della 'Ndrangheta sarebbero trasferiti alle compagnie farmaceutiche e al sistema sanitario nazionale. E lo spacciatore sarebbe sostituito dal medico curante e dal farmacista, figure che potrebbero offrire garanzie sulla composizione delle sostanze, oltre a percorsi di disintossicazione e reinserimento sociale.

Vabbe', ormai siamo lontani anni luce da questo dibattito. Regna la cronaca dell'emergenza e della superficialità.

 

Pietro Yates Moretti, vicepresidente Aduc

http://droghe.aduc.it

 

 

1 http://droghe.aduc.it/php/articolo.php?id=18860

2 http://droghe.aduc.it/php/articolo.php?id=18868

3 www.giovanniserpelloni.it/index.php?pa=26

4 www.dica33.it/argomenti/pediatria/farmaci/pediatria8.asp


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276