Lo scaffale di Tellus
Harry Wu. Laogai. L'orrore cinese 
L'inedita testimonianza editoriale del dissidente vittima dei “laogai” (termine da imparare e ricordare), campi cinesi di lavoro forzato
06 Ottobre 2008
 

«La differenza con i gulag? Nei laogai non si ha tregua, fino al lavaggio del cervello».

«In Cina il 95% degli organi trapiantati proviene da detenuti giustiziati».

«Il mio successo è che laogai sia divenuta una parola di uso comune, inserita nell'Oxford dictionary».

 

 

Harry Wu

Laogai. L'orrore cinese

Spirali, 2008, pagg. 227 (con inserto a colori), € 25,00

 

È in distribuzione il libro Laogai. L'orrore cinese di Hongda “Harry” Wu, edizioni Spirali. Il dissidente cinese, recluso per 19 anni nei campi di concentramento del suo paese, è attivista per i diritti umani di livello internazionale noto per aver rivelato al mondo l'esistenza di famigerati campi di lavoro forzato per detenuti politici, i “Laogai”, letteralmente “riforma attraverso il lavoro”. Nel volume l'autore parla di tali orribili lager di stato ma allarga le sue considerazioni anche ad altre realtà repressive totalitarie, agli ambigui rapporti capitalistici mantenuti dall'occidente, alla censura dell'informazione, alle discriminazioni civili e religiose, al trapianto di organi provenienti da condannati a morte, a piazza Tienammen. Un testo essenziale per la comprensione della realtà contemporanea.

Due con uno. Dice Harry Wu: «Con il lavoro forzato i leader comunisti ottengono due risultati: l'eliminazione di qualsiasi opposizione interna e la produzione di merci a basso costo da destinare ai mercati. Regola n° 1 della detenzione: devi amare il partito, ovvero dimenticare la propria visione politica, la propria religione salvo rimanere in prigione. Entrati nel campo bisogna confessare subito il proprio crimine e ripetere l'ammissione di colpa ogni settimana; così si perde la dignità personale, o si muore. Regola n° 2: ogni campo ha due nomi, uno di facciata come insegna produttiva e uno burocratico come carcere; nei rapporti commerciali si usa il primo, negli affari interni il secondo. Non mi sorprende che gli americani abbiano eliminato la Cina dai 10 paesi contrari ai diritti umani: come farebbero sennò a mantenere così intensi rapporti economici con quel paese?»

L'imperatore comunista. Secondo il prof. Wu, l'ideologia cinese è unica perché fondata su una tradizione feudale millenaria e profondamente radicata: «Di fatto non c'è mai stata differenza tra un imperatore e il successivo. Anche Mao, conquistato potere, si è comportato da imperatore comunista. Il comunismo è una coperta esterna sul sistema cinese».

Tienanmen. Lo studioso crede che il movimento di piazza Tienanmen non sia stato ben compreso: «Un fenomeno popolare riformatore, non rivoluzionario: i suoi leader volevano correzioni al sistema e non la sua caduta, lottando contro burocrazia e corruzione. La memoria del popolo svanisce: oggi nei campus universitari si parla di soldi, non di politica».

Diritti umani. Sollecitato su cosa proporrebbe all'ONU, l'intellettuale risponde con la Dichiarazione universale dei diritti umani: «Chiederei al governo cinese: quante persone vengono giustiziate ogni anno? quante mandate in galera per “sovversione”? a quanti viene imposto di rinnegare il proprio credo? quanti sono liberi di manifestare il proprio pensiero?»

 

IL VOLUME

Una lucida analisi, arma di civiltà. L'autore spiega la "rieducazione" concepita dal regime di Pechino, fenomeno che riguarda milioni di detenuti cinesi e l'intera opinione pubblica mondiale, vittime della tenace censura governativa. Un saggio prezioso con un ritratto sconcertante della Cina, sospesa tra ambizioni di leadership e violazione dei diritti civili.


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