Diario di bordo
Mao Valpiana. Da città dell'amore a città della violenza. Verona può rinascere con la nonviolenza
06 Maggio 2008
 

Il tragico pestaggio di via Leoni è l'ennesimo campanello d'allarme. Guai a non prestare la dovuta attenzione. Sbaglia il Sindaco Tosi a minimizzare e limitarsi ad invocare la mano pesante della Magistratura. Quei giovani naziskin (liceali modello figli della borghesia, o semianalfabeti figli di manovali) con il mito della violenza fine a se stessa, sono il frutto di una società carica di violenza strutturale. Proviamo a pensare cosa sarebbe accaduto se gli aggressori fossero stati stranieri. Si sarebbe invocata la pena di morte. Sarebbe stato chiamato l'esercito a presidiare il territorio. Sarebbero accorsi Calderoli e Borghezio invocando l'autodifesa padana. E le teste rasate sarebbero immediatamente diventate il baluardo della civiltà, i difensori dei valori cattolici contro gli islamici. Invece si scopre che la violenza cieca viene dal ventre molle della città, dai suoi figli coccolati. Probabilmente sono i figli più fragili di una città malata; vittime psicologiche che diventano carnefici fisici.

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Non sono fatti isolati. È un fenomeno che esiste da anni. Troppo spesso sottovalutato, a volte addirittura tollerato o giustificato. È a Verona che prende corpo la “violenza purificatrice” di Ludwig, prime metastasi di un corpo malato. Poi, negli anni, le violenze dentro e fuori lo stadio, le scorribande del sabato sera, le aggressioni di gruppo, i pestaggi e le bombe, i saluti romani, i manichini impiccati, le bandiere naziste. Ogni volta tutto viene messo a tacere come caso unico, estremisti isolati, frutti marci. Invece, forse, si tratta della manovalanza che fa il lavoro sporco, necessario al mantenimento dello status quo con la faccia pulita. Verona deve imparare a guardarsi, senza nascondere il proprio lato impresentabile.

Vivere solo sullo stereotipo della “città dell'amore” non serve più.

Occorre ammettere di essere anche una “città violenta”. Violenta nei disvalori, nella ricchezza, nell'ipocrisia. La città dei due pesi e due misure.

Solo riconoscendosi per quello che è, nel bene e nel male, Verona potrà ritrovare se stessa. Bisogna saper essere impietosi anche nella ricerca della verità storica recente. Questa è una città che si è arricchita ed è cresciuta durante il fascismo, che ha fatto affari d'oro anche negli anni bui della Repubblica di Salò. Pochi anni dopo è stata pronta a fare nuovi affari con gli americani liberatori e occupanti. Poi è stata una città che ha ospitato oscure trame eversive. Analizzare senza paura e senza rancore il proprio passato aiuta spesso a scrivere un futuro migliore.

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Tocca alle agenzie educative diventare protagoniste. Alle istituzioni, alla scuola, alle chiese, alle famiglie, anche e soprattutto ai mezzi di informazione. Per curare la malattia bisogna creare gli anticorpi. Bisogna valorizzare le tante realtà positive che esistono, dare spazio alle iniziative nonviolente, riscoprire e sostenere la Verona dell'accoglienza, della tolleranza, dell'ospitalità, della solidarietà, della cultura.

Bisogna anche avere l'umiltà di farsi aiutare. I nuovi veronesi, gli immigrati che contribuiscono all'economia della città, possono immettere fiducia, creare confronto, dare una spinta di novità.

La nonviolenza attiva (che è stata ignorata, irrisa, sbeffeggiata, ridicolizzata) è lo spartiacque, la pietra angolare su cui ricostruire rapporti civili. La nonviolenza è l'antidoto. La nonviolenza può essere la chiave per ritrovare l'anima di Verona. Bisogna, però, prenderla sul serio.

Iniziamo dalla compassione per Abele, la vittima, e dal rispetto del monito “nessuno tocchi Caino”. Per vivere in pace, bisogna saper essere pacificatori.

 

Mao Valpiana

(da Notizie minime della nonviolenza in cammino, 6 maggio 2008)


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