Lo scaffale di Tellus
Alejandro Torreguitart: Oggi hanno rieletto Fidel
Fidel Castro
Fidel Castro 
24 Febbraio 2008
 

Ti buttano giù dal letto di primo mattino, ché qui alle nove è sempre madrugada e si sta così bene a letto che non te lo immagini neppure, ti caricano su una camionetta scassata e poi via per il Vedado che si arranca che è un piacere. Caldo che si soffoca tanto per cambiare, appiccicaticcio di gente e puzza di sudore da non poterne più.

Ce l’avete il carnet?” fa un poliziotto.

Ce l’abbiamo sì, pezzo di fesso vestito di blu, penso. Ma non lo dico, mica voglio finire in qualche campo di lavoro a tagliare canna…

Qui senza carnet non fai un passo, caro mio. Vuoi comprare qualcosa da mangiare, ammesso che hai soldi e che la roba si trovi? Serve il carnet. Vuoi rivolgere la parola a un poliziotto? Prima il carnet. Vuoi andare alla playa e fare l’autostop? Il carnet. Il carnet segue la tua vita, ne segna le tappe fondamentali e sopra ci si annota ogni trasgressione. Se sei una donna c’è scritto pure quante volte ti hanno beccata a parlare con un turista, o se ti hanno portata via da una discoteca di quelle dove i cubani non ci possono andare. Sul carnet ci mettono pure se voti e come voti, ci mancherebbe altro. E allora tutti a fare sì con la testa, a dire che sì il carnet ce l’abbiamo e figurarsi se lo lasciavamo a casa, il carnet.

Oggi è un gran giorno, lo sappiamo.

Oggi si vota. Si rielegge Fidel.

Candidati? Lui.

Pure troppi.

E scendi dalla camionetta che si entra nella scuola tutti in fila per due, belli ordinati. Scendi che facciamo presto così poi magari torno a casa e mi finisco Alejo Carpentier, che ieri l’ho lasciata a mezzo la storia del secolo dei lumi. Sono proprio curioso di sapere come va a finire, se l’uomo davvero è artefice della sua storia e se l’America Latina ha trovato la sua strada, perché se lo dice Carpentier dev’essere vero di sicuro, ci mancherebbe che lo mettessi in dubbio io che sono solo uno studente e su Carpentier mi ci devo pure laureare. Scendi, scendi, facciamo in fretta che magari finito Carpentier mi leggo pure due o tre poesie rivoluzionarie di Nicolas Guillén e allora mi prende l’ardore anche a me e mi ci metto di brutto a dire: Buenos días, Fidel!/ Buenos días, bandera; buenos días, escudo… e poi magari vado avanti e do il buon giorno a tutti, all’operaio in armi, al fucile, al trattore, allo zucchero, a quel benedetto uomo che era Nicolas e che se vedesse tutto questo casino ci sputerebbe sopra invece di salutare, perché rivoluzionario era di sicuro, lui, ma fesso no, non mi pare.

E io invece voglio strafare, oggi.

Entro nella scuola tutto baldanzoso e afferro la scheda.

Dov’è che si vota, amico?” chiedo.

Un tipo dall’aria annoiata mi dice che le schede con sopra scritto “sì” vanno nell’urna a destra, quella così piena che penso ne dovranno portare un’altra prima di sera perché tutte le schede c’entrano mica.

Quelle contrarie invece vanno là dentro” conclude.

Poi scuote la testa e indica un cesto vuoto.

Mi chiede nome e cognome, annota tutto e mi dice di votare.

Di scrivere “no” non mi passa neppure per la testa. Mica sono fesso, anche se non sono Guillén. Mica sono un eroe. A me Che Guevara che se ne va in Bolivia invece di starsene a casa con la moglie e i figli mi fa una tenerezza… Io già che ho scritto un libro che se lo sapessero qui dentro mi basterebbe scappare a nuoto a Porto Rico, mi basterebbe. Altro che Guillén. Altro che saluti alla bandiera e allo scudo.

Qui ti prendono il nome e il cognome, l’indirizzo e poi bravo Alejandro che ha risposto no al plebiscito di Fidel, bravo il nostro controrivoluzionario, ora vieni qui da noi che ti facciamo barba e capelli, pelo e contropelo.

Però accanto al voto ci voglio scrivere una di quelle cose piene d’ardore che t’insegnano a scuola, dài. Una delle tante cose del poeta nazionale che faccia la gioia di chi conta i voti la sera. Già perché li contano pure, poi. E il Granma fa un’edizione speciale e dice che il popolo è tutto con Fidel. Certo. Ci mancherebbe altro che non lo fosse.

E allora impugno la mia penna e metto una bella croce sul sì e mi sento subito meglio. Alejandro Torrerguitart ha fatto il suo dovere di bravo rivoluzionario. Accanto al voto il nome e il cognome e l’indirizzo della casa di mio padre, a Luayanó, poi vergo rapido due righe di conferma: Brilla Maceo en su cenit seguro/ Alto Martí su azul estrella enciende.

Fidel sarà contento, penso.

E poi Guillén è sempre Guillén.

C’è poco da fare.

 

Alejandro Torreguitart Ruiz

(traduzione di Gordiano Lupi)


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