Lo scaffale di Tellus
Marco Furia: Amorose parole. Su “Il Bene” di Mario Fresa.
10 Gennaio 2008
 

Introdotto dalla riproduzione di un’enigmatica “Menade danzante”, il poemetto “IL BENE”, di Mario Fresa, si presenta quale turbinoso succedersi di articolate cadenze, nel cui àmbito il sentimento d’amore risulta protagonista di versi dalle forme nitide, precise nella loro fulgida essenzialità.

La multiforme, incalzante, dovizia di complesse immagini, che si susseguono non prive di esclamazioni e interrogazioni, di contestazioni e dichiarazioni, nonché di riferimenti alla natura in senso fisico, tale ricchezza iconica, dicevo, proposta con atteggiamento risoluto, ruota, tutta, attorno alla cruciale pronuncia «ogni gesto è una risposta / al buio».

Dal buio, in questo caso sinonimo di silenzio, origine di gesti e parole, da quel vivido crogiolo nel quale il linguaggio è fuso e da cui, nel contempo, sgorga, da quel nucleo d’ energia, indicibile in sé, capace di conferire tono e significato, il Nostro giunge al mondo, manifestando comportamenti che costituiscono “risposta”.

Si è in presenza, qui, di urgenze insopprimibili: non si collegano atti e vocaboli a (peraltro inesistenti) paradigmi aprioristici, non si riempiono col dire fittizi stampi predisposti, ma si reagisce a impulsi in modo diretto, genuino.

Aspetti di marca intransitiva ed espressionista, senza dubbio: «Non si rincorre, dunque: si è solo presi da».

Rispettoso della sintassi, determinato nel proporre immagini composite ed enigmatiche per via di una versificazione tale da non concedere alcun attimo di tregua, con qualche ironico tocco di gusto pop («c’è un’ ansiosa galleria / di soluzioni che annunciano miracoli e biscotti») e dada («sii tutta pioggia rara e grattacielo»), Mario Fresa non teme di riferirsi a un oggetto, l’amore, così spesso preso in considerazione dai poeti e, fiducioso nelle proprie capacità di trattarlo dal di dentro, proietta, con affettiva sapienza, luminose catene verbali da una postazione soltanto sua, nemmeno ignota ai più, bensì irraggiungibile per chiunque altro.

Poetica postazione, davvero.

 

Marco Furia

 

 

 

Da IL BENE di Mario Fresa, Edizioni Marocchino Blu, Lucca 2007

 

 

*

Qui di colpo si annuncia un altissimo cielo bagnato

di colori: così  passandoti vicino le mie vene

fanno moltiplicare, adesso, fontane sconosciute

sulle mani. Le braccia poi risplendono avidissime

di favole sottili e già discendono, vedi, sulla fresca

sostanza delle stelle precipitate ancora sulle dita:

ma sulla soglia della voce si respira

una visione che tenta e che sorride; che inventa e che

ricade; ma dentro un gioco di così dolci impasti noi

ci destiamo e già ci carezziamo.

Dentro quei nuovi flutti si disperde all’improvviso

un sole così gonfio di lame e di sorprese;

ma poi tu guardi al fiume nel riflesso di questo pieno

intendersi che subito rinasce ma non parla di giustizia;

ma custodisce morbide sostanze che inventano una

vincita di farmaci segreti e di timori.

Le leggi del volere riferiscono: gite annunciate

sopra la luce delle parole nuove.

 

*

E i tuoi capelli permettono al vento

di proclamare: furore sopra i muri e

candida bellezza. Così che tu rapisci i risultati

alle celesti perfezioni dei bambini;

e l’inquadrarsi della fervida giornata

in un cristallo vero. Ed ecco, dici: ecco la strada;

ed ecco il resto dei velluti, ecco il piano delle armonie

che dicono e disfanno; che toccano e disfanno.

E rivedere le sorprese significava poi danzare

tra quegli alberi solenni, rintracciare quei gioielli

sulle famose strade ricoperte di pazzie, di curiose

bilance destinate a misurare quelle attese;

così le mani già guidavano sentenze di fiorite

ribellioni, forme di visi che sùbito invadevano

la pace di un destino indovinato.

 

E quel tuo passo! Quell’incedere sul fiume,

sulla morbida stanza della porpora trovata

soltanto per ventura: quell’incedere che piano

raccontava di vincite furiose, di teneri clarini

che intanto sfioravano sonate sbigottite.

E nessuno, davanti a te, restava: ma ti voleva;

ti voleva come un docile stormire di piante colorate;

e io, poco lontano, già dicevo:

pietà di questo buio: fuggi, finisci, vieni.

Ma tu ristora questa serale gloria e inventa una

difesa che sappia moltiplicarsi ancora e poi cantare:

sul mio corpo si sprigionano i respiri di quei fiori

generosi; ma non restare, ascolta: sii tutta intendimento e

resistenza; sii tutta pioggia rara e grattacielo.

 

*

Questa corsa che non vuole, che non vuole

mai essere sorpresa: ma colleziona nuove resistenze

per questa luce che dichiara di servirti con amore.

Donami ancora queste leggi: non essere una marcia

di casseforti chiuse, di petali solennemente misti

a un vetro minaccioso di regali; ma nel campo noi

dobbiamo ripetere le cose che dipingono cristalli sconosciuti.

Scegli un piccolo suono da rimare sul profilo

di una tela che prepara delicate

pretese, veli superbi come un notturno dono:

la visione delle parole inizia a seminare

bisbigli da richiamo, promiscuità di lotte

e di concerti. Tu rimani indivisa e ti rifiuti

di scendere a contare gli orologi.

Nel tuo sognare ombre tenaci, tu attendi forse

mantelli di smeraldi e insonni

volti dove fiorisce un’eco di sirena.

Ma quanti brividi su quella terra e quale

incenso, quale attesa: oppure una severa

congiunzione di cure sconosciute, pronte

a colpire, a preservare.

Poi le lampade carezzano il tuo corpo: la perfezione

insegna qualche tremore nuovo, chiamami e fuggi,

adesso! Poiché su quella corsa ho costruito un

desiderio di ferite e di digiuni, di un’infanzia

catturata dalle vere meraviglie, sempre

disposte al sonno, all’invadenza, al bene.

 

E poi, la vanità di questa grazia: le chiare variazioni

chiamano oscuri doni. E un’ombra viene sopra

i gesti, e infine questi nidi si faranno più fragili

e sicuri. Ma i visi nel giardino hanno promesso

una severa grazia: fibre, colori, affreschi.

Nei corridoi ti ho ritrovata come sognante e

vinta. Ma qui nel buio come ti avrei sorriso:

prendi, ricerca. Ma qui nel buio come ti avrei

sorpreso. Quei riflessi che tramavano, brillando,

sulla famosa porta dell’inverno.

 

*

Ecco un’offerta, un inventario: tocca, stupisci.

Sulla lingua discendono, adesso, laghi e battaglie.

Questa nuova tranquillità che impone fazzoletti

sul cammino, diademi che inventano perfino

una superba luce rinnovata.

Ma dimmi, ascolta: quale ventaglio di sonniferi

concederà la pace a questo vetro di visioni

che ci osserva, che ci ricorda l’arte di separare

il campo delle intese e delle feste,

quella virtù di prendere e lasciare?

Ma intanto un ramo scende e poi sospira

quando scruta quei tuoi passi, quando ti

mostri, quando vieni: e quando poi

ti mostri, il mondo non è

che una richiesta vana di tranelli.

E quando vieni, tutto il paesaggio ascolta.

E quando ascolti, la distanza si smarrisce,

dimenticando risse, martelli di sentenze,

prigioni e ritornelli.

 

*

Così tu scuoti i documenti dell’attesa.

Sono venuto allora nella stanza prediletta, dormendo

nel segreto delle rose; rinascono i sussurri

nel paradiso antico di una grandine furiosa:

mi abbraccerai vibrando l’aria come un’ansiosa

rapina inaspettata.

 

E invece, intorno a quella tua figura: solo battaglie;

solo nuvole e corone. La raccolta dei baci riscattava

una vera, una indecisa vocazione

al bene. C’era dunque un ansioso

contraffare le stagioni per durare, per colorare

i firmamenti e il viso.

 

Così gli uccelli mischiano le carte della luce

e queste dita poi fioriscono imbrogliando

crudeli precisioni, un’ambiziosa ressa di regali.

E tu non risvegliarti: adesso camminiamo.

Non rivestirti ancora: ma perdonami, rinasci.

 

Attorno a questo luminoso scialle

sia fatta luce e infanzia.

 

 

 

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

 

Mario Fresa è nato nel 1973. Vive a Salerno. Ha pubblicato due raccolte di versi: Liaison (introduzione di Maurizio Cucchi, 2002, Premio Giuseppe Giusti Opera Prima, terna Premio Gatto) e L’uomo che sogna (2004, Premio Capoverso Città di Bisignano per l’inedito). È autore, insieme con Tiziano Salari, di un saggio in forma dialogica sulla poesia: Il grido del vetraio (postfazione di Flavio Ermini, 2005).

Sue poesie e prose poetiche sono apparse sulle riviste Paragone, Gradiva, Caffè Michelangiolo, Semicerchio, Il Monte Analogo, Le Voci della luna, Specchio della Stampa, Capoverso, Erba d’Arno, L’Ortica, L’area di Broca, Nuova Prosa e La clessidra.

È presente in varie antologie, tra cui Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004).

Per Maurizio Cucchi «la sua poesia si caratterizza per una precisa compiutezza formale, lavorando con eleganza e grazia, ma anche con venature di viva asprezza materica» (in “Dizionario dei poeti”, La Stampa, 2005).


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