Diario di bordo
Matt Malinowski. Cile. In marcia contro il femminicidio
06 Novembre 2007
 

Santiago, Cile. Cinquantadue donne cilene sono state uccise da mariti o compagni nel mese di ottobre. La Rete cilena contro la violenza domestica e sessuale vuole che il mondo lo sappia. La Rete, che ha sede a Santiago e comprende cinquanta ong cilene, sta pianificando una serie di marce notturne in dodici città diverse per il 22 novembre: lo scopo è portare cittadini e cittadine in strada a denunciare il femminicidio.

Sebbene i numeri di quest'ultimo siano molto minori rispetto ad altri paesi (si pensi che 580 donne del Guatemala sono state uccise nel 2006 in quello che Amnesty International descrive come un femminicidio), la Rete è giustamente già allarmata e attiva: sotto la pressione di questo gruppo, di altri attivisti per i diritti umani e di legislatori cileni, la presidente Michelle Bachelet ha sottoposto al Congresso un disegno di legge per i diritti delle donne l'ultima settimana di ottobre. La legge, che andrà in discussione nei prossimi giorni, raccomanda delle distinzioni rispetto ai femminicidi e creerebbe nove nuove case-rifugio contro la violenza domestica, portando il totale nel paese a venticinque. Bachelet chiede anche indagini più accurate nei casi di violenza domestica, e di creare una speciale divisione di polizia formata a identificare e reagire ai casi di abuso domestico con maggior rapidità. «Ci sono momenti per parlare, per criticare, per discutere e per analizzare», ha detto Bachelet. «Ma la verità è che questo è il momento di agire. Le vittime non possono aspettare più a lungo».

Ai primi di ottobre, un gruppo di parlamentari cileni guidato dalla deputata Adriana Munoz, della formazione di centrosinistra Partito per la Democrazia, ha chiesto al governo di prendere misure più incisive contro il femminicidio. Questi legislatori dicono che la proposta di Bachelet è un passo nella direzione giusta, ma non va molto lontano. «Penso che il piano sia un buon tentativo», dice Adriana Munoz. «Ma è insufficiente. La presidente dovrebbe prendere misure più drastiche. Ha dimenticato ad esempio di includere progetti per riformare i tribunali cileni. E avrebbe dovuto rafforzare maggiormente i mezzi per contrastare questi crimini. Così com'è il suo piano è superficiale, e manca di misure concrete».

Il gruppo di Munoz ha reso pubblico un proprio piano in dieci punti. Oltre ad incorporare il reato di “femminicidio” nel codice penale cileno, esso include la creazione di uffici specifici a cui rivolgersi nei casi di violenza domestica e di un database nazionale sui perpetratori. «Siamo di fronte ad una potenziale catastrofe per le famiglie del nostro paese e per la vita sociale», il gruppo ha detto in un comunicato. «Questo tipo di violenza richiede l'intervento diretto delle autorità nazionali».

Secondo i rapporti della polizia, 23 dei 52 omicidi sono stati commessi a Santiago. Circa l'80% delle vittime aveva una relazione intima con il proprio assassino, perché lo frequentava o era sposata con lui. Le organizzatrici della Rete stanno chiedendo attenzione sui responsi troppi deboli a tale tipo di violenza e sollevano preoccupazioni su un sistema legale che non darebbe ad essa attenzione adeguata. Il concetto di “femminicidio” si riferisce all'uccisione di donne in ragione del loro genere, uccisione che viene compiuta tramite violenza domestica, anziché perpetrata da estranei. I criminologi considerano il femminicidio un'espressione del dominio e del controllo degli uomini sulle donne. È un problema che nella sua forma più estrema dà come risultato l'assassinio, e può essere accompagnato da tortura, mutilazioni, crudeltà e violenza sessuale.

Attualmente, in Cile, le donne possono denunciare la violenza domestica alle locali stazioni di polizia o ai tribunali familiari, designati a risolvere le dispute domestiche. I critici dicono che queste corti prendono spesso due o tre mesi solo per esaminare la denuncia. «Le leggi del paese devono urgentemente adeguarsi alle situazione di violenza che troppe donne stanno affrontando oggi», dice Soledad Granados, avvocata per la sezione cilena di Amnesty International. «La violenza domestica e il femminicidio dovrebbero essere codificati nelle leggi cilene come crimini specifici, e non semplicemente mischiati ad altri crimini. Inoltre, le sanzioni contro chi perpetra tale tipo di violenza dovrebbero essere più severe».

Le attiviste cilene hanno dato inizio alla loro campagna “Attenzione! Il machismo uccide!” tre mesi fa, con una cerimonia solenne dedicata alle vittime. Hanno usato paia di scarpe vuote per rappresentare le più di 300 donne uccise a causa del loro genere dal 2001 ad oggi. Questa iniziativa è stata tenuta simultaneamente in sei città cilene, ed ha dato inizio ad un dibattito nazionale in tv, sui giornali e nei forum su come confrontarsi con la violenza e porvi fine. Sin da luglio la Rete distribuisce volantini informativi e tiene tavole rotonde nei centri comunitari di Santiago. Le volontarie e i volontari si sono attivate/i in cinque delle quattordici regioni cilene (che equivalgono a degli stati) per suscitare consapevolezza attorno alla questione.

Un'indagine della Facoltà di studi sociali latinoamericani, resa pubblica in ottobre, identifica cinque fattori principali che contribuiscono al femminicidio cileno: la giovane età delle vittime e dei loro aggressori; la scarsità di organizzazioni in grado di aiutare le vittime di violenza domestica; le norme culturali che incoraggiano gli uomini a controllare le azioni delle donne; la segretezza in cui la violenza è avvolta, poiché spesso si dà dietro porte chiuse; la mancanza di norme che proteggano efficacemente le donne e sanzionino i loro assalitori.

Maria Lenina Del Canto, che fa parte del Movimento per l'emancipazione delle donne cilene (che ha base a Santiago e promuove l'eguaglianza di genere) ed è una delle ideatrici dell'iniziativa contro il femminicidio, vede due importanti risultati raggiunti dall'inizio della campagna: «Il primo è che numerose donne, le quali in precedenza non avevano mai chiesto aiuto a nessuno, sono entrate a far parte della Rete. Stanno denunciando e rigettando il femminicidio. Il secondo è che c'è una discussione sulla questione, vasta come non era mai stata. C'è maggior copertura da parte dei media, che stanno registrando i nostri sforzi. Più si parla del femminicidio alla radio o in tv, più persone ne vengono a conoscenza».

Del Canto dice che si aspetta una partecipazione tra le 10.000 e le 12.000 donne alle marce del 22 novembre, ma che anche se l'attenzione pubblica e dei legislatori sulla campagna è alta, tale campagna è ben lungi dall'essere conclusa. «Il grosso del nostro lavoro, per quest'anno, si concretizzerà a novembre, ma sappiamo di doverci continuare a preparare per il prossimo anno».

 

Maggiori informazioni:

Rete contro la violenza domestica e sessuale in Cile
 

Matt Malinowski

(04/11/2207, trad. Maria G. Di Rienzo)

 

 

Matt Malinowski è editore del Santiago Times e collaboratore di Christian Science Monitor e We News.


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