Diario di bordo
Maria G. Di Rienzo. Il nodo in gola. E due passi da fare
(dal blog di Ida Gallo altrapartedime.spinder.com)
(dal blog di Ida Gallo altrapartedime.spinder.com) 
05 Novembre 2007
 

Non è per raccontarvi i fatti miei, però c'è un'incongruenza che mi tormenta. Voglio capire. Io ho abitato per un anno circa in un tugurio senza riscaldamento (avevo una stufetta a legna per tre stanze e ti riscaldava solo se ci stavi appiccicata). Il cesso, non posso chiamarlo “bagno” per rigore scientifico, era all'aperto: mettere il cappotto per andare a fare la pipì, di notte, nel gelo, era qualcosa che trovavo allucinante. Il lavandino della cucina non aveva il tubo di scarico e il proprietario non voleva spendere i soldi neppure per un miserabile pezzo di plastica: così io lavavo i piatti con un occhio sul rubinetto e uno sulla bacinella sottostante. Faticavo a trovare lavoro, perché all'epoca, assieme ai meridionali, i nemici additati da media e vari politici ecc., quelli che stavano devastando la nostra nazione, erano i giovani “rossi” come me. Gli immigrati dall'estero erano ancora troppo pochi per costituire un bersaglio reale. Non avevo un soldo in tasca, quindi, e a volte stavo in piedi dal mattino alla sera con due cappuccini. Il clima culturale era tale che la polizia sembrava appostata per fermarmi non appena mettevo il naso fuori di casa: credo che mi abbiano controllato i documenti duemila volte e fatto aprire la borsa, quando l'avevo, altre mille. Il momento più divertente fu quando un agente, indicando un assorbente interno disse arcigno: E questo cos'è? Ma ci sono stati altri momenti, un po' peggiori. Lasciamo stare. In tale difficile periodo della mia esistenza, mi è capitato di riuscire a bere due birre di fila, e quando facevo la volontaria alla spina della birra, durante una festa, sono probabilmente riuscita a berne anche tre.

Quello che non mi è capitato mai, neppure quand'ero infelice al sommo grado, arrabbiata, sfinita dall'odio attorno a me, è stato pensare di aggredire qualcuno, di violentarlo e/o ucciderlo a botte. Naturalmente. Sono una donna. Le donne non stuprano gli uomini.

Ma non è così semplice, sapete, perché se avessi guardato in basso nella scala gerarchica probabilmente avrei trovato anch'io qualcuno a cui fare del male, a cui rovesciare addosso centuplicato il male fatto a me. Un'altra donna, un bambino, un animale. Ma non volevo e non potevo. Non accettavo la graduatoria del dominio, non l'accetto tuttora.

Continuo a pensare che ogni essere umano dovrebbe poter vivere una vita decente, usare le proprie abilità, dare e ricevere amore, e che anche agli animali dovrebbe essere dato maggior rispetto.

Continuo a pensare che Giovanna e Nicolae, entrambi esseri umani, condividessero il diritto di vivere: non semplicemente di sopravvivere, proprio di vivere, e al meglio possibile. Ma lei è stata uccisa, nel modo orribile che sappiamo, soffrendo, lottando, come altre migliaia di donne muoiono ogni giorno. E mi è bastato uno sguardo alla baraccopoli di Tor di Quinto perché mi venisse un nodo in gola. Possono vivere così, degli esseri umani?

Niente prediche, per carità, stiamo ai fatti. Mi par quasi di sentirli, politici e opinionisti e tuttologi. Ho soluzioni da proporre, qualcosa di concreto, invece di ripetere per l'ennesima volta le stesse cose, eh, ce l'ho? Sì. Per iniziare, ne ho due. Sono risposte di base, e non affrontano altre questioni a cui sono ovviamente correlate, come la necessità di un cambiamento radicale dell'ordine politico ed economico su scala mondiale: ma il più lungo dei viaggi comincia con un solo passo, e io ve ne propongo due.

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Il primo è che vorrei partisse da subito, con il coinvolgimento di istituzioni, scuole, ong, una grande campagna contro la violenza di genere. Manifesti, forum, incontri, conferenze, la rete delle Commissioni pari opportunità scenda in campo e faccia il mestiere per cui l'abbiamo creata, le ministre e le parlamentari si siedano attorno ad un tavolo e comincino a parlarne, il movimento femminista si sta già muovendo: andiamo alla manifestazione del 24 novembre a Roma, tanto per cominciare, e facciamola riuscire più che bene.

La società è satura di misoginia e violenza di genere. Il trattamento volto a degradare le donne è così pervasivo e “normale” che non ci facciamo neppure caso. Siamo tutti coinvolti in questo massacro, perché la violenza senza fine che investe le donne è collegata direttamente alla volontà di disumanizzarle, e quando hai reso qualcuno disumano, tutto è possibile (“Gli ebrei sono certamente una razza, ma non una razza umana”, Adolf Hitler: sei milioni di morti nei campi di sterminio).

Dobbiamo innanzitutto imparare a vedere/riconoscere la violenza, e non solo la sua spettacolarizzazione o strumentalizzazione. Il quadro include la violenza di stato e quella individuale, quella pubblica e quella privata. Razzismo, omofobia, e altre forme di marginalizzazione che razionalizzano, “spiegano” la violenza, la narrano come inevitabile e necessaria, provengono da un'unica sorgente, e si alimentano l'un l'altra e si costruiscono l'una a partire dall'altra. Il nome della sorgente è sessismo. Il nome del “nemico” primario, quello su cui si costruiscono tutti gli altri, è donna. Quindi non si tratta solo di ciò che gli individui compiono o possono compiere per le ragioni più disparate: la violenza è sostenuta istituzionalmente, è sistemica, e perciò un certo grado di essa (in diverse forme e contesti ecc.) diventa accettabile, e in alcuni casi persino raccomandato.

Quando la III Corte di Cassazione diventa famosa per la “sentenza dei jeans” e poi per quella in cui riconosce attenuanti allo stupratore (“patrigno” della vittima) perché la ragazzina avrebbe avuto esperienze sessuali precedenti lo stupro, la legge italiana sta dicendo esattamente questo: che un certo grado di violenza è accettabile in condizioni date. La violenza accettabile è (quasi) sempre quella che una donna subisce, il motivo per cui è accettabile è che la donna la vuole, la merita, se l'è andata a cercare. E comunque, soddisfare gli uomini è tutto ciò a cui una femmina serve. Ci sono soldi da fare, amici.

L'industria dei giocattoli sta lanciando in questo momento nuove linee dirette a bambine dai sei ai nove anni: cosmetici, piccoli reggicalze, top di tessuto elastico. Non è mai troppo presto per infilare nelle menti delle bambine questo concetto: ciò che è veramente importante è la loro abilità di compiacere sessualmente gli uomini. Ok?

Quando non vi sono reti di sostegno sociale (welfare, redistribuzione equa delle risorse) una donna che vive con un partner violento è costretta a restarci. Quando impieghi mal retribuiti, non sicuri, non permettono ad una donna di costruirsi una vita decente, la espongono a situazioni in cui la violenza è facilitata. E questa è un'altra responsabilità istituzionale rispetto alla violenza di genere.

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La seconda proposta: bisogna accelerare sul pedale dei diritti per gli immigrati. Proprio. Le persone che vengono qui sono nostri concittadini e concittadine, lavorano qui, hanno figli qui, e capita che commettano crimini qui, proprio come gli italiani. Ma noi continuiamo a dir loro che questo non è il loro paese, che non lo sarà mai. La cittadinanza degli immigrati e delle immigrate deve avere pieno titolo, diritto di voto compreso, responsabilità verso il bene comune compresa, e non tanto e non solo per considerazioni etiche: se sai di essere a casa tua è più difficile che ti venga voglia di distruggerla; se sai di essere tra persone civili e accoglienti, che potrebbero persino diventare amici, è più difficile alimentare l'odio in ambo le direzioni.

È inutile pensare, come qualcuno non solo pensa ma dice, che possiamo rimandare i migranti da dove vengono. Le condizioni oggettive (e qui sto sul più crudo pragmatismo) economiche, storiche, sociali non permettono il tipo di soluzione “scopiamoli sotto il tappeto e dimentichiamoci di loro”, e lo sa bene anche chi strilla il contrario.

Perciò dobbiamo affrontare la situazione e renderla il più possibile pacifica e accettabile e serena per tutti. E quando un idiota ci passa un volantino con su scritto “Questi non devono più toccare le nostre donne” restituiamolo chiedendogli da quando è stata reintrodotta in Italia la schiavitù: le donne non sono di nessuno, appartengono a se stesse, come qualsiasi altro essere umano sulla faccia della Terra. E gli italiani le degradano e feriscono quanto gli altri.

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Viviamo in un paese in cui la gente spara dalle finestre gridando “Vi odio tutti”, in cui i bambini si impiccano non sopportando lo scherno e l'esclusione, in cui ragazzi di vent'anni si danno il turno a stuprare una quindicenne intercalando la violenza con giochini al computer: sono tutti fatti di cronaca, abusi commessi da italiani su altri italiani, disperazione tutta italiana, non mi sto inventando niente.

Vogliamo cominciare a dire che non ci sta bene? Vogliamo spegnere i fuochi dell'odio, prima che il rogo ci annienti tutti?

 

Maria G. Di Rienzo

(da “La domenica della nonviolenza”, suppl. de La nonviolenza è in cammino, n. 136 del 04/11/2007)


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