Cercando l'oro della poesia
Fabiano Alborghetti trova Simone Lago 
Cercando l'oro 13
Simone Lago
Simone Lago 
04 Novembre 2007
 

C’è stata una lunga, lunghissima pausa dall’ultima uscita di Cercando l’oro: mi sono sposato e la testa era presa da tutt’altro, celebrata anche da Claudio Di Scalzo e la Redazione di TELLUSfolio con una uscita di Cercando l’oro dedicata.

Ed ora, è tempo di proseguire!

Per ritrovare l’andamento che ha guidato questa rubrica per tutti i mesi passati, si riparte con Simone Lago.

Segnalo – per chi non ricordasse – che grazie a questa rubrica, la diffusione di Tellus (sia portale che rivista edita) raggiunge numeri ragguardevoli e che i numeri arretrati dell’edito (ristampato come da richiesta dei lettori) sono sempre disponibili al link qui di seguito: http://labos.valtellina.net/tellus. (fa)

 

 

Simone Lago è nato a Cittadella (PD) il 24/12/1983. Vive in un piccolo paese della provincia padovana, in una delle zone d'Italia col più alto tasso di aziende e col più basso tasso di quotidiani letti. Studia lettere moderne. Cura in proprio il blog Conversazioni Private ed è collaboratore della rinata rivista LA GRU (www.lagru.org).

Non ha pubblicato ancora nulla - non su carta almeno - ma sono disponibili in rete un buon numero di testi che possono rimandare correttamente la sua voce (e qui segnalo quanto offerto dal sito Liberinversi).

Personalmente ebbi già modo di occuparmi della poesia di Simone Lago in un passato intervento su un altro seguitissimo sito, La Poesia e lo Spirito, dove annotavo: «È la rappresentazione non solo della singolarità percettiva delle geografie del contemporaneo di cui siamo intrisi nostro malgrado (status quo) ma dell’elaborazione culturale per mezzo della quale elementi a prima vista discordanti si fondono creando un fluxus quo mutante e rivalutante».

Rileggendo a distanza di molti mesi la silloge (inedita, come detto) che un tempo aveva per titolo Eruzioni di coscienza ma che ora – dopo un lavoro di limatura ampio e ben condotto – ha preso il titolo Conversazioni private, ritrovo quella forma visionaria e aderente alla realtà che fa della voce di Simone Lago un esito convincente. Credo che parte del merito sia – oltre che delle letture – anche per la ricerca dell’autore. Egli dice infatti «credo che ciò che “facciamo”, non necessariamente inteso in termini lavorativi, bensì come opera in cui ci proiettiamo con le nostre speranze ed attese, sia lo spazio in cui cerchiamo con tutte le nostre forze il simulacro della nostra identità. E la realizzazione di sé deve avvenire al di fuori dell'ambito del “dato”, del “concesso”; deve inscenarsi quel parricidio simbolico di cui parla Freud a proposito delle culture totemiche» (rimandando poi all’intero articolo per avere nozioni più esaustive). Il suo lavoro di destrutturazione del reale che non ferma solo al “dato” come detto, prende e plasma, mischia, scompone e rimanda (tramite l’ipermetro) una realtà focalizzata e terribile, lo spaesamento nel punto esatto, l’esistere plurale del singolo, parte/cellula del macro-organismo mutante. E tutto concorre perché il quadro arrivi il più completo possibile, italiano lingua madre cosi come il dialetto, apparentemente lingua del bordo ma idioma centrale dell’area dove l’autore vive, i videogiochi quanto la lettura di Proust, i non-luoghi teorizzati da Marc Augé (i centri commerciali, in questo caso) come il rifugio della propria casa/camera, la televisione, i telefilm, un fatto mondiale come il primo sbarco sulla luna come il fatto privato e irrilevante della sveglia a prima mattina, preludio ad un nuovo giorno d’ipotesi e tentativi, particelle dell’organismo mondo/coscienza in riempimento costante, in lotta per l’ordine del senso, specie quando il senso è la vacuità.

 

 

Abbiamo preso decine di volte le scale (inedito, 2007)

 

Abbiamo preso decine di volte le scale

mobili del centro commerciale, senza credere

o sentire necessario tenerci a vicenda la mano; abbiamo

contratto le palpebre (temevi la vertigine, o forse

l’ebbrezza di un’ascesa materiale) e ci siamo fatti

alla fine trascinare. E io non so quell’infinito macchinare

dove porti, se sia opportuna allora la memoria, lo sbalzo

umorale che a sé trascina ogni percorso e alla fine l’appiattirsi

dei gradini, l’invisibile ritorno fin quando è accesa la corrente.

Noi di certo non passiamo invano: se non altro permaniamo

nel tape-recording della videosorveglianza.

 

Te ne vai, al primo piano, a rinchiudere te stessa nello zero

di un valore scontato metà prezzo (poco importa

se un cappotto lungo fin sulle ginocchia magre, che nascondi

come il grembo del tuo fascino – oh gesù -, il sacrificio,

il darti in pasto al desiderio di più uomini, il condividersi

per poi raccogliere di sé quanto rimane impenetrabile);

eppure il trucco lo conosci, la favola che fa

novantanove centesimi, uno in resto per la colpa

e mi sorridi e dici vedi caro che non è come dici

che al centro commerciale abita lo zero di noi stessi:

qui ci scontano un centesimo un passo prima della soglia.

 

 

A La Fede (da Faranews del 18 gennaio 2007)

Verrò con te, Camillo, stasera, perché penso
di non aver più voglia dei giochi di rimessa
che ritornano miei dopo aver vissuto in altri,
per questo paradigma immobile che declina tragedie.

Siamo in questa stanza, un sottotetto con le muffe
riviste in terra che parlano d'inediti design, al plasma
un documentario sulla vita primitiva... molti commenti
sonori, minimali, in pulsazioni quattro quarti, come il cuore
quattro spazi, in due tempi principali, sistole, diastole, e poi
un progetto videoarte sulle gesta coordinate di Zidane; è così
che va la vita, ludoteca, semplici bioritmi e sei un sopravvissuto;
le cose inutili richiedono complessi logaritmi per essere accettate.

Vengo con te Camillo, stasera, penso, a lanciare palloni da basket per aria
senza disegni e misure, senza alcuna pretesa vi siano rimbalzi
per uno spazio esente da x,y,z e patti per un percorso della storia;
ci ritroveremo a bere birra sulle panchine al parco di Moebius dove
infinita sarà la nostra ubriacatura e senza via d'uscita, dove gli alberi
ci cresceranno fra i polmoni e non sarà più utile tirare alcun respiro.

È la sera un nostro sogno o siamo un segno della sera? E cosa facciamo?
Caro Camillo, a volte penso lo stipendio giustificazione del lavoro,
avere figli una famiglia giustificazione del lavoro,
e per tutti gli anni in cui non ho lavorato
non sia stato degno d'essere amato.

Ho sentito Dio l'altra sera e m'ha chiesto in sacrificio
un laccio delle scarpe con cui essere impiccato. Manderà
poi Isacco e il nunzio angelicale a staccare il corpo dalla trave.

 

 

IL NORDEST È UNA BOMBONIERA (da Liberinversi)

Due estratti dal poemetto: Visioni d'interno, Riflesso d'Esterni”

 

 

È già un esperimento sadico svegliarsi

un mattino d'agosto, sui ventotto gradi in camera,

prendere le proprie membra come Proust e farle

aderire lungo i muri della stanza e misurare, capire

che c'è del margine ancora entro i limiti del mondo,

                                               che insomma

con qualche nostra amputazione lo potremmo

ritenere dalla parte del design

una struttura piuttosto ergonomica (però

dalle fattezze alquanto postmoderne

tipo l'uomo vitruviano inscritto

con un taglio di stampo picassiano).

 

Ma il caldo è un' esegesi superficiale dello stare

in quanto asporta e sublima le paure

in qualche grammo d'acqua e minerali;

e pure è sciocco pensare di potersi

immaginare immersi nel tepore di un mattino di Combray

e trovare un filo d'ideazione che colleghi

                   i plausibili margini dei perché.

 

 

Perché la noia non guarda in faccia la stagione

e per birre e Havana-Cola fa smarrire

ogni proposito di studio e anagogia della Recherche:

così alla fine dell'estate mi ritrovo con lo stesso

vizio di filtrare tutto in soggettiva non giungendo

                            all'ideazione di alcunché,

scambiando nobili discorsi attorno al tempo

in sermoni sul concetto empirico di spazio.

 

Starci quindi è la parola, magari in una stanza

con bottiglie vuote al pavimento e alcool

nelle vene che sega e muta il corpo in membra lasse

inserite a forza in crepe di uno specchio frantumato

grande quanto il pavimento, le pareti, il mio paese incarognito.

Starci è pure la parola degli amori estemporanei

quando azzanni tutto in una volta e poi ne scordi pure il nome

e s'installano in testa emozioni mai provate

                            ma soltanto vagheggiate.

Starci è infine studiare e sopravvivere, prendere

30 gocce di ansiolitico, camminare a piedi nudi lungo

i binari dei distretti industriali, a capo chino pensando

ai libri, alle possibili risposte e al loro peso

                            francamente insostenibile.

E allora penso che per vie traverse

gli atenei giochino un ruolo chiave

nella formazione di mentalità piuttosto sagge

che osservi qualche volta passeggiare per paesaggi

suburbani con lo sguardo sollevato alle camere

                                      di videosorveglianza.

 

                                   * * *

 

Ma è mattino ed è pur sempre tempo di novità.

Anche se in realtà è quasi mezzogiorno e il sonno

è la porta che permette l'accesso a un nuovo

                                      livello di difficoltà;

a dirla tutta però si è ben lontani dalla cappa

di terrore e mistero di un videogioco tipo Doom:

qui no, al massimo è la bocca della Rex

che si azzanna qualche braga in jeans e il più

della tensione la si scioglie nel frugare fra le tasche

che per caso non ci resti qualche cent

o qualche carta buona per le cicche.

 

La prima mossa in questo ambiente alieno

è scegliere con quale piede scendere dal letto,

                                               fosse anche

solo scaramanzia oppure il gesto responsabile

di un pazzo che con l'arnese preferito tasta

il suolo e coglie un cenno d'esistenza,

sua e della terra che lo tiene.

 

(Credo pure Armstrong fosse in preda

ai medesimi spasmi d'incertezza; e poi d'un tratto -forse-

scorse l'ampolla col senno di Orlando

                   e piantò la bandiera americana.)

 

E così mi decido col sinistro, e fatto un passo,

indossate le ciabatte, mi accorgo come il giorno

presenti la medesima texture del precedente:

qualche libro da diporto sul tappeto, una foto

-dentro un'orribile cornice tipo bomboniera-

che mi ritrae nell'atto sacro dell'ingoio

di un'ostia dal sapore di loacker, un PC

vecchio stampo con monitor marchiato Sampo

che benedice di elettroni bulbo e retina.

 

E a proposito di tecnologie vorrei tanto

si realizzasse un giorno uno strumento che non fosse

legato intimamente alle grandezze empiriche.

Per esempio al mio risveglio gradirei che il senso

di disagio fosse misurato e proiettato sul soffitto

a mo' di quelle sveglie dell'Oregon Scientific

in modo da potermi organizzare la giornata, tipo

prendere appuntamento da Brugnaro per il rinnovo

dell'EN nel caso fossi fortemente impanicato, oppure

viceversa, se m'apparisse bella tonda una faccina sorridente,

aver coscienza di poter passare la giornata al parco

dando granturco ai piccioni in accordo al sufficiente

                            livello di benessere.

 

 

Il Nordest è una bomboniera

 

(I sorpassi si susseguono in questa stanza:

          cimeli della comunione e della cresima

          deragliano su mensole più in alto, in seconda fila,

          mentre in basso succedono avvenimenti,

         quelli più nefasti)

 

                   “Che roba xea co' chea piva” fa mia madre

di fronte a un narghilé da Djerba nuovo:

lascia stare -no- non puoi capire” e pure io

 penso, dato che non ci ho mai pipato dentro

che non so come si faccia coi tocchi di carbone

e il tabacco al miele che non prende.

E un po' sorrido quando fa “mòeghea

         co' chel tamburo che te sveji la nona

ed è un bongo senegalese firmato Niass.

 

Ogni tanto però lo sguardo di mio padre

se avesse studiato direbbe che

quest' invasione di souvenir non fa

                                      il nostro gioco.

Che di multiculturale c'è solo

lo sbraitare del mercante, come a Istanbul

                                      così a Mestre,

che insomma tutti ci fanno il pane

con le cose che danno a intendere.

 

Ma tutto questo lo traduce in una smorfia

obliqua della bocca con un lento

                            dondolìo del capo;

e io lo capisco, e gli voglio bene

ma non darei due soldi alla mia versione.

 

Pure inutile sarebbe dire che si cresce

che c'è voglia di piantarla con la stalla

che nei '70 s'è fatta impresa plastica

durata finché è durato questo distretto

                                      marshalliano;

                   'spiace dirlo ma i miracoli

non sono eterni e soprattutto

qui al nordest dove -insomma- si fa il pane

con le cose che si danno a intendere.

 

Perciò le mensole si vestono di feticci

         di smanie etniche e culturali,

degli occhi svelati di una mediorientale

che prende il çay in una laterale di Haliç street.

 

E il sorpasso fosse allora un'inversione

di tendenza, il dire finalmente che ci siamo

rotti le palle di questi schei.         

                            Che coi schei

abbiamo comprato le bomboniere, pagato

il vescovo e il prete quel giorno e dentro

non m'è rimasto niente, madre, che anni fa

come hai visto ti ho risposto male e maledetto,

e hai temuto facessi come Pietro Maso.

 

Non ci faremo il pane con la voglia d'evadere

né il montenegro in piazza Castelfranco;

probabile sì, finiremo a fare a botte in sagrato

cogli albanesi e i magrebini, a dividerci lo spazio

sopra gli eternit per guardare un po' più lontano.


TELLUSfolio - Supplemento telematico quotidiano di Tellus
Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276