Arte e dintorni
Marco Cipollini: Puer clamans ovvero quattro tesi in dodici punti (e un poscritto) sull'arte dei giorni nostri
02 Giugno 2007
 

Tesi prima: un’arte contemporanea non esiste.

 

1.1 Un’arte contemporanea non esiste. Esiste l’arte paleolitica, l’arte egizia, l’arte sumera, l’arte assira, l’arte greca, l’arte etrusca, l’arte romana, l’arte indiana, l’arte cinese, l’arte maya, l’arte romanica, l’arte gotica, l’arte rinascimentale, l’arte barocca, e insomma qualsiasi tradizione artistica le cui forme siano basate su dei saldi principi comuni; ma la cosiddetta arte contemporanea è una mistificazione teorica, perché in realtà essa è uno spray che appena spruzzato già è dissolto. L’industria mostraiola la nebulizza di continuo, come la neve artificiale lo è dall’industria alpina; ma mentre in montagna alla meno peggio poi ci si scia, nel cielo dell’arte non c’è nube che si formi né alcuna ricaduta di pioggia. È la desertificazione. Questo perché i saldi principi comuni oggi non sussistono più; così ciascun artista, o sedicente tale, fa ciò che vuole con vertiginosa disinvoltura. Ogni atto artistico è ridotto a uno spruzzo d’immanenza: puf! Si annusa il nulla (o è il Nulla che ci annusa?). Non di arte contemporanea quindi si deve parlare, ma dei singoli artisti operanti nella nostra epoca; ovvero di una massa anarcoide schedata alla meno peggio dalla critica. Attenti: se non ci fosse la critica a battezzare e a catalogare tale caos creativo, l’arte odierna non esisterebbe nemmeno come flatus vocis.

1.2 Viceversa, critica d’arte potrebbe farsi anche senza la parallela esistenza dell’arte; sarebbe pura teoresi, come discettare del sesso degli angeli. Si può fare. La radice del suddetto paradosso consiste in questo: che l’opera d’arte è generata grazie al connubio, con risvolti pesantemente mercenari, tra l’artista e il suo critico, il quale ha sessualmente sostituito la Musa; ora il critico può condurre una vita sessuale onanistica, ma non l’artista, che dell’opera è la parte generatrice. Si consideri che ogni artista, o pseudotale, opera entro un recluso orizzonte mentale ed espressivo, ai limiti del solipsismo. E all’interno di questo orizzonte la sua stessa opera, nel suo svolgimento biografico, si fa talmente diseguale ed episodica che ogni suo singolo manufatto potrebbe attribuirsi a un centinaio di altri esecutori. (La “firma” è una necessità legale prima che di notazione stilistica.) Questo perché l’arte odierna è spray, e gli spruzzi si confondono, dissolvendosi. La ricerca spasmodica dell’originalità assoluta ha finito per generare l’assoluta mancanza di originarietà. Mentre l’arte di un tempo era fatta per eternare, quella odierna è fatta apposta per non durare: produci e consuma, come la moda. Vero è che molti artisti ci provano a rendersi immuni alla parassitosi critica, per mezzo della cosiddetta arte concettuale, ovverosia un’ermafroditica miscelatura di arte e di critica, che dovrebbe sostenersi sulle proprie gambe. Ma sono gambe gracili, specie quella teorica, gambe che da sole non procedono senza la stampella (rieccolo) del critico. Questo genere di arte è detto anche criticarte, o artritica (si ricordi la stampella), una nuova puffica categoria estetica.

1.3 È una realtà ineluttabile. Oggi l’artista deve essere un concentrato di vuoto mentale, da far morire d’invidia l’asceta taoista; solo così può transustanziarsi in una perfetta cassa di risonanza del mercato urlante. Marxianamente è un alienato, ma senza il mercato egli nemmeno esisterebbe. Quando al mattino si sveglia, spettinato, con gli occhi spalancati nel vuoto, lui non sa assolutamente che fare, è uno zombi. Qui interviene paternamente il critico che al povero figliolo dice: “ora fa’ così e così, altrimenti, caro, non ti vendi”. Sì, la cosa ricorda un po’ il prosseneta, ma che volete, questo è il mercato, che è sempre puttanesco. La regolamentazione di questo caos creativo è del resto necessaria; bisogna infatti stabilire definizioni e categorie per convincere una terza persona — l’idiota col portafoglio gonfio — che non sta investendo in aria fritta (ma è stata com-mercializzata anche l’“aria fritta d’artista”). E dunque gli artisti con partita IVA — i dilettanti, puri e illibati, non fanno parte del gioco — sotto le direttive del critico mutano stile, oplà!, con vertiginosa disinvoltura etica ed estetica (etica… lasciamo perdere!). Da questo punto di vista la moda femminile è più seria e metodica: cambia con le stagioni, ogni anno. Anche quella più bizzarra e stralunata conserva qualcosa di umano, se non altro perché è indossata da quelle creature sghembe e filiformi, le quali conservano ancora risicati tratti di donna. L’arte contemporanea di umano non ha più nulla. È il nulla. Puf!

 

 

Tesi seconda: la storia dell’arte ha rovinato l’essenza dell’arte.

 

2.1 La storia dell’arte ha rovinato l’essenza dell’arte (lo stesso valga per ogni genere di storia: della letteratura, dell’erotismo, della Chiesa, della culinaria, ecc.). Storificare vuol dire mummificare. Ai bei tempi antichi, chi guardava gli altorilievi e le statue del Partenone non vedeva opere d’arte (non sapeva di vederle), ma si estasiava di fronte a quel sublime riflesso degli Dei. Lo stesso valga per una icona bizantina o un giudizio universale; fu un lunghissimo stato di grazia, di beata ignoranza, che perdurò, grosso modo, fino a Michelangelo. Ai bei tempi antichi, chi guardava una pala a fondo-oro vedeva realmente un barlume divino attraverso una finestra aperta sul Paradiso, e ciò per il credente era una promessa sensibile di felicità eterna; oppure, guardando un dies irae, gli appariva una grandiosa scenografia della ineludibile giustizia di Dio, e ne tremava. Davanti a quelle immagini, che oggi sono spesso anestetizzate in un museo, il nostro antenato rozzo e ingenuo come reagiva? In un modus operandi che oggi è considerato psicopatologico: cioè pregava. Proprio perché nessuno gli aveva ragionato di “arte”, di medium illusorio, di semantica del segno e di altre balle simili, quelle immagini modificavano direttamente la sua esistenza, davano un significato assoluto e sicuro ai suoi giorni arrabattati. Il sale sapeva di sale, non era ancora cloruro di sodio. E un quadro moderno che reazioni suscita? Uno gli si mette di fronte e si chiede: che ca-volo vorrà dire?! Prova a decrittare il titolo e passa oltre scotendo il capo. In realtà quella bruttura lì una cosa gliela comunica: un senso profondo di noia, di nonsenso.

2.2 Il Vasari fece vertere il giudizio di merito non su ciò che rappresentava l’opera, ma su come l’opera era eseguita e quindi sul suo artefice, e l’opera da quel momento, e poi sempre di più, rappresentò l’artefice, ciò che lui “sentiva”. Tutto finì in una questione di “stile”. Prima di lui, chi guardava un’immagine sacra si sentiva guardato da chi quella immagine rappresentava; dopo di lui, chi guarda un’immagine, guarda una immagine. L’iconografia ha perduto ogni significato in-trinseco. L’arte così si trasformò da tramite etico in un dato esclusivamente estetico, cioè in un qualcosa che procura piacere e tanto basti; tutto ciò è stato considerato un grandioso progresso culturale. L’arte tardo-medievale fu metafisica e realistica, l’arte post-rinascimentale fu naturalistica, idealizzata e illusoria, e raramente realistica. Il culmine glorioso di questa nuova sensibilità incentrata sull’individuo si ha con il Romanticismo, di cui noi siamo la bava estrema, quella schiumetta che scivola dall’angolo della bocca di un moribondo. Finalmente, l’artista moderno “esprime” sé stesso! Che cosa avrà poi da spremere dalle proprie bucce esistenziali non si sa bene. Novantanove volte su cento l’opera con DNA romantico trasmette questo messaggio: esàltati e sal-tella quanto più tu puoi, ma poi caschi giù e crepi, e da quel momento tu non sei più nulla; nel frattempo illuditi consolandoti con l’arte. Oggi di tutta questa prosopopea che cosa rimane? Solo la frazione: tu non sei più nulla.

2.3 Ovviamente la colpa, o il merito se si vuole, di questo capovolgimento di prospettiva non di-pese solo da quel bravo guaglione che fu il Vasari, ma da una intera epoca che eresse la sua visione del mondo su altri fondamenti — da ultraterreni a terreni — così che l’arte da tramite a una verità spirituale divenne mera realtà naturale. Si obietterà che la storia dell’arte ha aperto una via nuova alla conoscenza, conferendo all’uomo coscienza di sé. Senz’altro, ma se ha aperto una porta ne ha chiusa un’altra: non si può salvare capra e cavoli né aver la botte piena e la mo-glie ubriaca. Bisogna poi pensare alle conseguenze di lunga durata che una scelta di fronte a un bivio comporta, e prima di tutte questa: non si torna indietro. Come i goderecci stravizi di gioventù si scontano con le magagne della vecchiaia, ecco i risultati finali in termini di arte: pisciatoi esposti come reliquiari, merda in iscatola “firmata”, spazzatura e cenci ammucchiati, lampadari fatti di preservativi, pecore belanti tinte di azzurro (si sta parlando di una mostra, non di un pecoraio ammattito di solitudine), e — alleluia! — cadaveri umani plastificati… Sì, avete inteso correttamente: cadaveri umani plastificati da piazzare in salotto. Spellati, fatti a pezzi (vendita al det-taglio). Il loro autore, Günther von Hagens, ne ha una magnifica esposizione su internet. Prossima vendita nei supermercati? L’inizio: homo faber fortunae suae.

 

 

Tesi terza: l’arte progredendo regredisce.

 

3.1 E con il Vasari prende a insinuarsi un’ipotesi diabolica: che l’arte abbia un filo conduttore, un miglioramento progressivo — non solo tecnico, che può ben esserci (per es. l’introduzione del co-lore a olio), bensì conoscitivo — un movimento necessario verso una mèta inebriante: l’assolutezza dell’essere umano. Per qualche secolo l’homo europeus si crogiola in questa idea. È il cosiddetto Progresso, scambiato ingenuamente per Civiltà. Nietzsche su questo fideismo dirà l’ultima parola. Progresso conoscitivo: la prospettiva scientifica. Di certo essa spalanca nuovi orizzonti, stabilisce un senso più saldamente illusorio (l’ossimoro è reale) dello spazio e della realtà naturale; ma parallelamente chiude la finestra sul fondo-oro del Paradiso, aprendo al suo posto bellissimi cieli di lapislazzuli. Nell’uso della sfoglia d’oro o del lapislazzuli polverizzato non si contrappongono solo due tecniche pittoriche, ma due civiltà. O questa o quella. Il mondo protestante nemmeno finirà per scegliere, farà piazza pulita di migliaia di statue e dipinti sacri. Tutte le sette protestanti sono state iconoclaste. E poi si additano al ludibrio i talebani! Nelle plaghe iperboree la pittura servirà solo a ritrarre pasciuti borghesi umilmente vestiti di seta nera e torquati di gorgiere galattiche, o legnose famiglie di mercanti, austere e rubiconde. Meno male verrà la fotografia a occuparsi di queste tronfie banalità.

3.2 La storia dell’arte dunque procede di pari passo, e forse lo precede, con la credenza dell’autonomia della storia umana, la quale ricerca in sé il proprio significato, finendo per asseverare che è vero solo ciò che accade sotto i nostri sensi (così limitati peraltro), e che ogni altra realtà non verificabile sensorialmente nemmeno esiste. La verità, se mai ce ne sia una, deve allora sussistere nella sola realtà fenomenica. Al vertice di questa scalata dell’immanentismo Hegel afferma che ciò che accade è ciò che deve accadere: tutto quanto ci càpita, Konzentrationlager compreso, è giusto e inevitabile. Con la sua Estetica stabilisce un grandioso canone, un’immensa architettura teorica, che se in buona parte è crollata, è ancor oggi una rovina molto fotografata. È il definitivo tramonto del divino, e quindi della stessa metafisica. Ora l’uomo, bipede kantianamente adulto e responsabile, dovrà zampettare sulla via del Progresso con le sue sole gambe. (Ma non si arriva mai?)

3.3 Un altro passo — bisogna sempre andare avanti! — e che cosa rappresenta oggi un’opera d’ arte? È semplice: un’opera d’arte oggi, estremo (ma lo sarà?) approdo del concetto ars gratia artis, non rappresenta altro che un’opera d’arte, cioè una pura e semplice “opera”. Logico, no? Il pen-siero moderno, postmoderno, transmoderno — tanto è la solita zuppa — è il trionfo della tautologia: di una disperata tautologia che vuol trovare in sé i propri fondamenti. E attenti. Fino all’altro ieri si definiva artista l’esecutore di un’opera onninamente riconosciuta come artistica, anche da parte di una persona pochissimo istruita. Prima veniva l’opera d’arte, evidente come tale per la sua bellezza intrinseca, e da qui si constatava che chi l’aveva eseguita era un artista. Oggi invece un’opera è definita artistica non per una sua realtà propria e oggettiva, ma, aprioristicamente, in base a chi l’ha fatta, per il fatto stesso che l’ha eseguita lui: la cosiddetta “firma”. Ma per compiere questo prodigio ci soccorre il nostro vecchio amico prestigiatore: il critico d’arte.

 

 

Tesi quarta: l’arte contemporanea è una bottiglia piena di niente.

 

4.1 Eccola, l’arte dei nostri giorni: è tutta lì davanti ai nostri occhi, e non c’è altro, né dentro né dietro né sopra (casomai sotto, nell’inconscio). Ma non conta la bellezza quale metro di valutazio-ne, sia pure soggettivo? Ma via! L’arte deve colpire, ferire, magari ripugnare, non più estasiare… Che cosa sorpassata la bellezza! Che gusti reazionari! Siccome la realtà storica per principio è sempre brutta, l’arte, in quanto suo specchio ideologico, ha da essere sempre brutta, e quanto più brutta è, più vera è. E vada pure per il brutto… Ma insomma che senso ha quel pietrame o quella ferraglia appoggiata lì per terra, in una galleria d’arte? Nonostante tutto bisognerà pur trovarci dei significati, altrimenti il mercato non la ingurgita. Ed ecco il punto estremo di questo progresso storico (estremo a tutt’oggi, domani si va avanti, anche se c’è l’abisso). Con un encomiabile processo logico la critica, pensa e ripensa, ha fatto una scoperta grandiosa: l’opera d’arte non significa nulla, perché non c’è nulla da significare, e dunque è solo una cosa, ma non una cosa significativa in quanto significa che non c’è nulla da significare: è proprio una cosa qualsiasi. L’opera d’ arte è oggi un sillogismo perfettamente tautologico. Quel visitatore anzidetto — quello del “che cavolo vorrà dire?” — il quale cercava un briciolo di senso nel quadro e sconsolatamente non lo trovava, non sapeva che il fatto di non sapere era tutto quanto c’era invece da sapere… Ed era proprio il fatto di non sapere (che il fatto di non sapere era tutto quanto c’era invece da sapere) a qualificare il suo non sapere come un sapere. Ed era proprio… Ma non sarà qui il caso di piantarla?

4.2 Concretamente, che cosa distingue un oggetto qualsiasi, prendiamo una bottiglia, da un altro oggetto che sia considerato un’opera d’arte, prendiamo la medesima stessa bottiglia? È semplice! Che il tizio che l’ha collocata nella teca della mostra la indichi come opera d’arte, in quanto lui è un artista. (Bisognerà appiccicarci la fotografia di costui, come un’etichetta enologica, affinché sia chiaro, una volta portata a casa, che quella bottiglia è un’opera d’arte!) Ma poi chi stabilisce che costui sia veramente un artista? Beh, qui la faccenda si fa articolata. Costui intanto può esibire il diploma di un istituto d’arte statale o legalmente parificato, che come per un ragioniere o un peri-to chimico, gli rilascia una certificazione legale. Con quel papiro l’artista diplomato potrà fare qualsiasi “operazione estetica” e definirla un’opera d’arte. Guai a dubitarne: si va per vie legali! Oppure, secondo caso, ci può essere accanto a lui una persona molto loquace, il critico prossenetico, che sta lì ad elaudarlo come un graaande artista, e che quella bottiglia lì è dunque un’opera d’arte rivoluzionaria (l’aggettivo è di prammatica).

4.3 A proposito, chi stabilisce che quel tizio molto, molto loquace, è davvero un critico d’arte? Ma lui stesso, diamine, e tanto basti! Ebbene quel tizio molto, molto, molto loquace, ha convinto una massa sterminata di persone aggiornate e istruite che l’imperatore ha bellissimi abiti, mentre da più di un secolo passeggia nudo come un verme… (Ma non c’è là un bambino tra la folla che stia per gridare la nuda verità?) In realtà, siamo giunti a un punto in cui nessuno, proprio più nessuno, visitando una mostra d’arte dei giorni nostri, crede in cuor suo che quella roba lì abbia a che fare con quanto un tempo si definiva “arte”. Nessuno ci crede più, e prima di tutti l’artista e il critico, avviticchiati dal loro cinismo mercuriale. Ma ecco, l’imperatore è ignudo e tutti fanno finta di guardarlo con i loro occhi vuoti, tutti guardano il guardare, e nel frattempo chiacchierano, chiacchierano, chiacchierano con il drinkino in mano… E non solo si compra una bottiglia-bottiglia, piena di niente, spendendo un patrimonio, ma anche cadaveri umani plastificati. Musei e mostre che sono succursali del manicomio. Oh talebani, ma quando mai arrivate?

 

P.S. Come mai sono proprio le persone aggiornate e istruite a bersi le fandonie colossali di quella strana coppia artista-critico, mentre una persona pochissimo istruita prende modestamente quella bottiglia e la butta nella spazzatura? Provate a rispondete sinceramente, etsi deus daretur.

 

Marco Cipollini

 

Con l’Impressionismo la decadenza dell’arte

pittorica è divenuta… impressionante.

Salvador Dalì

 

 

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