Lo scaffale di Tellus
Marisa Cecchetti. “Made in Sweden” di Elisabeth Åsbrink
01 Maggio 2021
 

Elisabeth Åsbrink

Made in Sweden

Le parole che hanno fatto la Svezia

Traduzione di Alessandro Borini

Iperborea, 2021, pp. 384, € 18,00

 

Svedese di nascita ma di origini anglo-ungheresi, -il padre arrivò come rifugiato politico dall’Ungheria, la madre perché si era innamorata- Elisabeth Åsbrink, classe 1965, ci guida attraverso abitudini, eventi storici e culturali, fissando con molta oggettività le parole che cercano di spiegare la Svezia e gli aspetti della personalità svedese. Grazie ad una ampia e documentata ricerca storica motiva le ragioni del presente, con luci ed ombre, senza fare sconti sul passato. Tuttavia non aveva mai riflettuto sulla sua svedesità, finché non si trovò a definirla davanti ad un gruppo di studenti egiziani, e lo fece con grande passione, lei che era diventata cittadina svedese per ius sanguinis nel 1966, quando il padre aveva ottenuto la cittadinanza.

Il rispetto della legge è fondamentale in Svezia, fissato già nella Legge dell’Uppland che risale alla fine del XIII secolo e riportato nel testo introduttivo della loro Costituzione: “Affinché uno Stato possa funzionare è necessario che i cittadini siano d’accordo sulle regole da rispettare. Se vengono seguite, le decisioni sono percepite come legittime”. I cittadini sentono molto il controllo dello Stato, infatti il personnumer è il numero di identificazione che ogni persona sa a memoria e serve per qualsiasi operazione, anche per raccogliere i punti fedeltà quando si fa la spesa, ma è una potenziale minaccia per la privacy.

È un Paese dove la libertà di espressione esiste fin dal 1766, compreso il diritto di pubblicità anche dei documenti amministrativi, quindi ne è derivata una società trasparente, con basso grado di corruzione ed alto livello di fiducia tra cittadini e autorità. Eppure “questo non si può dire in questo paese”, è una frase ricorrente, a indicare una incertezza serpeggiante che provoca un maggiore controllo.

Ben noto il welfare di cui godono i cittadini, perché l’intero sistema si basa sul fatto che lavori in maggior numero di persone e così tutti contribuiscano al benessere collettivo: libertà, uguaglianza e obbligo fiscale costituiscono il modello svedese.

È del 1975 la legge sull’aborto entro la diciottesima settimana senza particolari motivi medici; allo stesso tempo, per aiutare la donna che lavora, i comuni hanno l’obbligo di mettere a disposizione asili a tempo pieno, scuole per l’infanzia part time, asili familiari e centri pre e post scuola.

Alla base del welfare c’è stata anche la scelta del nucleare fin dal 1955: energia atomica a socialdemocrazia erano tutt’uno per sconfiggere la povertà, ma ora si punta ad uno smantellamento lento e progressivo.

Svezia come paese dei primati: nel 1979 la Svezia per prima al mondo proibisce la violenza fisica e psicologica nella educazione dei bambini e già nel 1977 una legge affrancava i figli diciottenni dai vincoli familiari, liberandoli anche dal dovere di sostenere i genitori nel bisogno -quest’ultimo è un aspetto che può sollevare qualche perplessità!- Fin da metà 800 si è combattuto per l’autonomia della donna, per l’istruzione, il lavoro, la sua partecipazione alla pari con gli uomini, ma in realtà solo nel 1921 la donna ha avuto diritto di voto.

Neutralità e non allineamento rappresentano la Svezia da quasi duecento anni, ma in effetti per tutta la durata della guerra la Germania fu uno dei più importanti partner commerciali della Svezia: soldati, materiale bellico, aiuti umanitari provenienti dalla Germania transitavano in Norvegia attraverso i binari svedesi, finché nel 2000 la parola neutralità fu depennata. Del resto l’ideologia nazionalista di estrema destra nella Svezia degli anni ’20 aveva molti punti di contatto con il nazismo.

Nel 1935 una legge svedese prevedeva la sterilizzazione di persone mentalmente ritardate, handicappate, che potevano essere un fardello per gli altri: tra il ‘35 e il ‘75, finché la legge è esistita, 62.888 persone vennero sterilizzate. Con un welfare basato sulla partecipazione di tutti i cittadini, il lavoro e le imposte alte, andava eliminato chi diventava un problema, quindi, prima di introdurre l’assegno universale per i figli nel 1948, ci fu una epidemia di donne “ritardate” e perciò sterilizzate. Una biologia razziale che oggi prevede il risarcimento da parte dello Stato.

Si deve a Olaf Palme nel 1975 il pronunciamento contro il regime poliziesco di Praga e contro la guerra del Vietnam e la sua apertura agli aiuti per il terzo mondo, tanto che da allora la Svezia è considerata una grande potenza umanitaria.

Paese di Linneo, di Astrid Lindgren, del Nobel Tomas Transtromer, di August Strindberg, di Igmar Bergman, ma anche di Ingvar Kamprad, che nel 1943 fece nascere l’IKEA – il fatto che sia appartenuto al partito nazista svedese non ne ha offuscato il nome, grazie ad una donazione da record all’ONU non appena si è saputo – tanto che Ikea e Svezia sono tutt’uno, così come la Volvo e Zlatan Ibrahimovic.

Eppure la malinconia svedese è come un malattia diffusa, sarà il calore che scarseggia e che si cerca di catturare anche con le pietre: Afferrare una pietra calda di sole, scrive Transtromer, riferendosi alla abitudine di tenere una piccola pietra in tasca o di lasciarla sui davanzali per assorbire la luce.

Sotto l’immagine di un paese non credente che gli svedesi hanno di sé, resta come una specie di zona grigia in cui si raccolgono l’irrazionale, l’inconoscibile e l’incomprensibile” scrive la Åsbrink; la Svezia è il paese dalle estati brevi, con una ansia diffusa, una tanatofobia ben leggibile nei film di Bergman; paese dove la Natura si fa cultura, fissata in un mai dimenticato Inno dei fiori.

La parola Lagom -che significa né troppo né poco- secondo la Åsbrink riassume la svedesità, lo stile di vita, lo stile nordico con le case essenziali, funzionali ed aperte alla luce.

 

Marisa Cecchetti


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