Lo scaffale di Tellus
Marisa Cecchetti. “Il mio amico” di Daniela Matronola
29 Settembre 2020
 

Daniela Matronola

Il mio amico

Manni, 2020, pp. 110, € 13,00

 

Siamo fragili e sguarniti, tutti noi esseri della terra, voler bene attenua lo smarrimento”. Ne è convinto l’amico, e sa anche che fare il bene consiste nel “far esistere l’altro”, nel riconoscergli dignità.

Un amico invisibile eppure sempre presente, un punto saldo di riferimento e di confronto in questi quattro racconti della Matronola, dove Mauro è il personaggio trasversale, con le sue scelte, i problemi, le domande, le frequentazioni e le fragilità.

Il dolore caratterizza la maggior parte dei racconti, a cominciare da Liquor, ed è per questo che Mauro, “musicista interiore con vocazione da sindacalista”, ha deciso di specializzarsi in anestesia rianimazione e terapia del dolore e di agire finché c’è un lumicino di vita, prima di lasciare campo alla Natura e al suo corso. Convinto che il dolore sia “un delitto contro l’umanità” che sia “un crimine non alleviarlo, non eliminarlo”. E che il dolore rimane comunque, perché “si imprime a lettere di fuoco nella nostre cellule e diventa un patrimonio della memoria”. Ha pensato addirittura di salvare i figli dal dolore della vita, non facendoli nascere, poi ne ha avuto tre, molto cari.

Ma non si pensi di essere travolti dalla sofferenza, sia essa fisica, psicologica o psicosomatica, perché i racconti offrono vie d’uscita frequenti, con l’apertura a conversazioni, a divagazioni: può essere il ricordo del vecchio marchingegno -scaldino, prete, campana?- per riscaldare il letto nelle case gelide, o l’attenzione ad una tazzina di caffè che attende, un topo che schizza fuori dalle fogne in una svia di Parigi, la corsa folle di un tassista-macchietta da cartoon per le stesse vie, una camicia bianca appesa alla finestra…

Il dolore non può prescindere dalle vittime della Storia, che gronda sangue e abiezioni e annientamento. Ne Il lavoro rende liberi assistiamo ad un confronto di idee sui mandanti e sugli esecutori, sia nei campi della Siberia che nei lager nazisti, con il drammatico recupero del concetto che la collaborazione alla sparizione ed eliminazione del nemico era un “lavoro” svolto con accuratezza, nei limiti ognuno del proprio ruolo, secondo indicazioni ricevute. Persone libere, dunque, grazie al proprio “lavoro”, efficienti fino al sadismo estremo, che si sottraevano alla rete delle responsabilità ed alla colpa.

Il narrare procede a ritroso nella vita di Mauro, fino a vederlo giovanissimo alle prese con un viaggio all’estero, in Cronaca di una sparizione, viaggio organizzato e sostenuto dal padre per la sua formazione -lo vede come un idiota da educare- un padre culturalmente esigente e invasivo, ma presto fisicamente assente dal nucleo familiare. Si scoprono quindi i segni di una sofferenza antica, che ha radici nel tradimento del padre ma anche lo sguardo curioso del giovane per cui ogni persona, ogni situazione si carica di meraviglia divertita.

La prosa della Matronola non scorre liquida e veloce, ma porta a distrarti, a guardare attraverso finestre impreviste. Ma a ripensare dopo a ciò che ti ha lasciato.

 

Marisa Cecchetti


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