In tutta libertà
Gianfranco Cercone. “Il primo anno” di Thomas Lilti
06 Settembre 2020
 

Il difetto dei film “a tesi” è che alterano il disegno dei personaggi o forzano il corso di una vicenda, a dimostrazione, appunto, di una tesi preconcetta.

In certi film, invece, il giudizio su un certo ambiente o su una certa mentalità, traspare, anche con evidenza, da una descrizione di quell’ambiente o di quella mentalità che non sembra per niente esasperata ad arte; che sembra invece oggettiva, del tutto verosimile.

Questo equilibrio tra descrizione e giudizio mi sembra la qualità più evidente del film francese Il primo anno, diretto da Thomas Lilti, portato in questi giorni in poche sale cinematografiche, da un distributore indipendente, Movies Inspired.

L’ambiente in questione è quello di un’università di Parigi, e precisamente della facoltà di medicina. Il primo anno a cui si riferisce il titolo è quello che si trovano ad affrontare, o a ripetere, i due studenti protagonisti del racconto. E la mentalità presa in esame dal film, è quella indotta dalla competitività tra studenti per entrare nella facoltà a numero chiuso, e soprattutto per proseguire gli studi dal primo al secondo anno. Si tratta in effetti, ci viene spiegato, di un passaggio cruciale, nel quale la stragrande maggioranza degli iscritti a Medicina viene falcidiata.

Ora, il film non intende suggerire che la competitività sia di per sé un male. Più sottilmente, il racconto si appunto sul modo, sui criteri, in base ai quali quella competizione è organizzata. L’esame chiamato a vagliare quali studenti avranno accesso al secondo anno, è costituito da decine di domande per rispondere a ognuna delle quali ogni candidato ha a disposizione pochi secondi.

Ebbene, una simile prova è adatta ad accertare chi ha davvero una vocazione a essere medico? Non premierà piuttosto quelle menti più pronte a immagazzinare nozioni di qualsiasi genere, senza farsi troppe domande sulla loro effettiva utilità? Se la medicina dovrebbe sottendere almeno una sensibilità umanistica, questa non è in fondo negata dalle virtù della rapidità e dell'efficienza richieste agli studenti, che li trasformano in una specie di macchine? E se la competizione è necessaria, renderla tanto spietata non finisce per esaltare l’attitudine all’indifferenza, o all’ostilità, nei confronti degli altri, a partire dai propri compagni di corso?

Sono questi alcuni dei dubbi che il racconto provoca allo spettatore, resi tanto più convincenti, incisivi, dal fatto che, come accennavo all'inizio, la descrizione del mondo universitario appare del tutto realistica.

Tra i momenti migliori del film sono le assemblee in aula propedeutiche all’anno scolastico, in cui il fermento, il trambusto tra gli studenti, sembrano accennare a una rivolta che non scoppierà, e sono infatti accettate dai docenti con paternalistica condiscendenza.

Ma è reso anche evidente lo stress generale indotto dalla competizione, che in un momento cerca come un sollievo in un canto goliardico, osceno, intonato in aula da studenti e studentesse, con la complicità degli insegnanti.

E per quanto riguarda la storia dell’amicizia tra i due protagonisti è sottile il conflitto tra l’affetto, la solidarietà, e la discordia che, con varie gradazioni, si insinua anche tra loro.

Il finale del film, che non vi rivelo, sancisce in apparenza il trionfo dei buoni sentimenti. Significa, invece, soprattutto, la critica radicale a un sistema educativo.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 5 settembre 2020
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QUI la scheda audio)


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