Diario di bordo
Giuseppina Rando. Covid 19: “lectio magistralis”
22 Maggio 2020
 

Non dalle aule accademiche, non dalla voce altisonante di un cattedratico, ma dall’oscuro abisso della misteriosa natura, ancora una volta giunge una lectio magistralis, ma così semplice che, abituati alle dotte prolusioni, forse …non la si valuta.

È la lezione del microscopico Virus “coronato” di fronte al quale la scienza continua a mostrarsi inefficace.

I virologi continuano ad essere vaghi e a volte discordi nella lettura della attuale pandemia, nella definizione e nelle previsioni.

Manifesto segno di lacunosa, quasi inesistente conoscenza.

Dalla natura, invece, ancora una volta ci proviene una lezione di umiltà e un invito a riflettere sui limiti umani, non solo scientifici, ma anche mentali.

Il pensiero corre a “La ginestra” del nostro Leopardi, ove si evoca la potenza della natura e la miseria e debolezza umana.

Quando e di notte, seduti sulle rovine e sulle lande deserte del monte, guardiamo la volta stellata, appare chiara la piccolezza della creatura umana e della terra stessa:

...questo oscuro

granel di sabbia, il qual di terra ha nome.

È soltanto un minuscolo pulviscolo di una delle infinite galassie dell’universo, così piccolo e marginale che, per la visione del Poeta, è assolutamente impossibile dare un qualche significato alla stessa vita umana. La quale, d’altra parte, sul pianeta terra, ha una analoga posizione di trascurabilità e marginalità: basta un maremoto, un terremoto, una eruzione vulcanica, un virus (un fiato/ d’aura maligna) per rendersi conto che l’uomo può sì violentare e sfruttare la natura, ma a questa basta poco per prendersi inevitabili rivincite.

A nessuno può sfuggire quella percezione di precarietà che oggi è messa in evidenza dalla rapida diffusione del contagio. Eppure l’uomo, troppo sicuro di sé, sembra non rendersene conto e continua a giocare a “fare l’onnipotente”… con gli occhi bendati.

Cecità a livello sociale, politico, finanziario, culturale e commerciale: ci si sente padroni della vita.

E poi padroni della nascita, padroni della morte, padroni della verità, padroni dell’educazione dell’umano.

Ma una vicenda come quella del coronavirus – per il modo in cui mette in rapporto la piccolezza del virus e la grandezza della nostra presunzione – permette di riflettere quasi di schianto sulla reale (in)consistenza di alcune visioni. Anche a livello strettamente politico. Da un lato il modello dell’uomo globale, disegnato dal pensiero dominante, che proprio mentre pretende di mettere in connessione tutto, il bene come il male, dimentica il valore autentico della persona umana, con la sua unicità storica, culturale e morale, come pure con la sua fragilità. E da un altro lato anche il modello dell’uomo sovrano che, nel nome di una sua presunta autosufficienza, predica e difende l’isolamento, trovandosi poi rapidamente in crisi di fronte a emergenze simili a quella attuale, che vanno ben aldilà di un problema nazionale.

Recita il salmista :

Come l'erba sono i giorni dell'uomo, come il fiore del campo…

Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce (Salmo 112, 15).

Siamo tutti fiori di campo, al mattino belli e vigorosi, a sera già appassiti.

Rileggere questi versi oggi, in tempo di pandemia da coronavirus, dà la misura della nostra piccolezza e vulnerabilità.

Una vulnerabilità fisica e morale che genera angoscia e solitudine forse mai sperimentate così.

Forse dovremmo riscopriamoci capaci di dare reale valore all’amore, quello possibile ogni giorno: alle azioni, alle parole, ai sorrisi e alle lacrime dell’amore.

Perché questa è la nostra natura più profonda, di essere stati creati per vedere l’altro, per fargli posto accanto, per camminare insieme.

Per amare ed essere amati.

 

Giuseppina Rando


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