OblÚ africano
Nicoletta Varani. Covid-19 in Africa: alcune con≠si≠de≠ra≠zio≠ni geo≠eco≠no≠mico-sociali. (II parte)
Covid-19: Casi di contagio. Situazione aggiornata al 27/04 (Dati OMS, fonte: www.africarivista.it)
Covid-19: Casi di contagio. Situazione aggiornata al 27/04 (Dati OMS, fonte: www.africarivista.it) 
04 Maggio 2020
 

La pandemia Covid 19 continua lentamente ma progressivamente a diffondersi in Africa, nonostante ipotesi varie sul fatto che le popolazioni africane siano meno propense a contrarre la malattia o perché l’età media è più bassa, o perché le vaccinazioni alla tubercolosi possano rallentare o addirittura per cause genetiche.

È ormai noto a tutti come l’infezione da SARS-CoV-2 sia complicatissima da studiare perché sono molti e diversi i fattori che contribuiscono alla sua diffusione ed alla sua gravità. Esistono fattori biologici (possibili differenze fra ceppi virali, e, quindi, fra popolazioni umane), sociali (dimensioni dei nuclei famigliari e la rete di rapporti che lega fra loro i membri delle varie comunità), socio-sanitari (rigore delle misure di isolamento sociale e percentuale di persone che non dispongono di copertura sanitaria) e ambientali (ambiente inquinato).

La complessità del fenomeno genera sempre più infodemia in “occidente” con una invasione di fake news soprattutto sui social con informazioni di non si conosce l’origine e che non sono riconducibili ad alcuna istituzione. Anche il Continente africano è particolarmente vulnerabile a questa negativa ed invasiva informazione soprattutto quando le fake news vengono attribuite persone conosciute, dello spettacolo e della politica, la loro credibilità aumenta, mettendo a rischio la salute pubblica. È accaduto realmente in Madagascar, dove il presidente Andry Rajoelina ha dichiarato che sulla Grande Isola c’è un’erba, il cui decotto “Covid-Organics”, può curare il virus e proteggere dall’infezione o ancora in Tanzania, dove il presidente John Pombe Magufuli ha personalmente invitato i suoi connazionali ad inalare vapore acqueo per uccidere il virus che non resisterebbe al gran calore. L’Oms ha avviato una campagna di informazione per proteggere la popolazione africana da questi “rimedi” e dichiarando che non esistono certezze scientifiche di nessun tipo nei confronti di una qualsiasi cura (OMS, 2020).

La BBC ha pubblicato e smentito alcune delle più comuni falsità circolate nel Continente: dall’efficacia antivirale del “Dettol”, un disinfettante molto diffuso in Africa, al falso comunicato stampa del Ministero della Sanità Kenyota diffuso su whatsapp, dalla necessità di radersi la barba e molte altre. L’ufficio dell’OMS per l’Africa per smentire le false informazioni utilizza lo stesso materiale utilizzato dall’Ufficio OMS di Ginevra.

A causa di questo flusso di false notizie alcuni Paesi come l’Algeria, il Marocco, il Kenya, il Senegal, il Sudafrica e la Tunisia, hanno creato leggi contro la propagazione di false notizie con sanzioni penali fino all’arresto (Brentegani, 2020). Ma dal controllo delle fake news alla censura dell’opposizione politica o del dissenso, nei Paesi africani il passo è breve. A tal proposito l’Ong Reporter sans frontières (RSF) ha intravisto in questo atteggiamento giuridico il pretesto di usare il Covid-19 per silenziare la stampa e poi a seguire le opposizioni. Dall’inizio della pandemia, infatti, in molti Paesi africani sono in aumento le intimidazioni, gli arresti e le aggressioni ai giornalisti con censure ed esclusione di quei media critici nei confronti dei Governi.

Le autorità della Nigeria, per esempio, hanno deciso di limitare l’accesso alla sala stampa del Presidente ad un piccolo gruppo di media controllati o vicini al potere. La stessa strategia è stata adottata in Camerun, dove sono stati esclusi molti media privati, indipendenti o critici, ma molto popolari. In Costa d’Avorio, due giornalisti sono stati multati per aver rivelato la presenza di casi di coronavirus nella prigione di Abidjan, la capitale del Paese.

In altri Paesi la crisi per la pandemia viene usata quale strumento di distrazione per modificare il contesto politico di riferimento. Ad esempio in Burundi, Paese che non ha mai adottato misure drastiche nei confronti della pandemia eccetto che chiudere i luoghi idonei a grandi assembramenti di persone, il 27 aprile u.s. ha avuto inizio la campagna elettorale sia per le presidenziali sia per le elezioni politiche e amministrative ed il risultato viene dato a favore del partito attualmente al potere, gli stadi chiusi al calcio per la pandemia sono stati aperti ai meeting elettorali dei candidati. Ancora in Centrafrica, l’attuale presidente Faustin Archange Touadera sta tentando di modificare la Costituzione che gli permetterebbe, in caso di spostamento delle elezioni presidenziali del 2020, di restare in carica oltre la scadenza del suo mandato. Infine, l’Algeria che, sulla base delle statistiche ufficiali dell’OMS, risulta essere il quarto Paese dell’Africa per quanto concerne i contagi (oltre 4.000) dopo il Sudafrica, l’Egitto e il Marocco, in questa emergenza di pandemia ha approvato una legge che penalizza la trasmissione di notizie che nuocciono all’ordine pubblico e all’unità nazionale.1

A questo contesto, tipicamente africano, dove le emergenze spesso diventano strumento dei governi per reprimere controllare la popolazione e difendere i poteri acquisiti, si è rivolta Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani che ha lanciato un monito ai vari Paesi, non solo africani, a non usare il pretesto della pandemia per violare i diritti umani.2

Nello specifico nel Continente africano in questo ultimo mese i confini tra un Paese e l’altro sono ufficialmente chiusi, il lockdown è attivato nei due terzi del Continente e dove non è stato ufficializzato dalle governance esistono di fatto forti limitazioni agli spostamenti.

Le misure intraprese dai vari governi nelle ultime due settimane sono quasi ovunque molto rigide e puntano sulla prevenzione. Il lockdown, è al momento l’unica prevenzione ma è evidente che le misure come quelle cinesi o europee non sono proponibili a lungo nei Paesi africani dove la maggior parte dell’economia è informale: lavori alla giornata, stipendi e contratti inesistenti. È molto difficile se non quasi impossibile imporre di “restare a casa” nelle baraccopoli negli slums dove il concetto e la realtà di casa è assai lontana dalla nostra! Impensabile imporre di non uscire dove il cibo va comprato o cercato ogni giorno.

In tutti i Paesi sono state vietate invece le celebrazioni religiose, sia nei Paesi a maggioranza cristiana sia in quelli musulmani.

Le forti restrizioni decise dal governo sudafricano, che ha imposto chiusure invasive provocando in pratica il blocco del commercio informale, stanno già provocando problemi di ordine pubblico, saccheggi dei supermercati, rivolte sociali duramente represse. Ogni giorno, oltre al bollettino dei contagi, vi è pure quello degli arresti. Per evitare tali rischi, alcuni governi hanno optato per modelli ibridi, con il coprifuoco dalle 20 al posto del lockdown: attività commerciali aperte, ma alla sera vietata ogni tipo di circolazione o ancora alcuni hanno individuato una o due giornate settimanali per l’approvvigionamento del cibo con fasce orarie diverse per la popolazione.

Sulla base dei dati più aggiornati del sito OMS-Africa che presenta un dashboard sui casi confermati in tutti i 54 Paesi del Continente. Si contano oltre 1.500 decessi, a livello continentale, mentre sarebbero circa 11mila le persone già guarite. Il Paese più colpito resta il Sudafrica, con quasi 6.000 casi e 116 morti, poi a seguire Egitto (5.895 casi e 406 morti), il Marocco (4.569 casi e 171 morti), l’Algeria risulta essere il Paese con il maggior numero di decessi: 453 a fronte di oltre 4.000 casi accertati. Tra i Paesi più colpiti anche la Nigeria (2.170 casi ma con un minor numero di decessi: 68), il Ghana (2.074 casi), il Camerun (2.069 casi), Guinea (1.537), Costa d’Avorio (1.275) e il Senegal (1.024) (vedasi Tabella 1).

Poche unità si segnalano in Mauritania, Burundi, Sao Tomè, Sud Sudan e Lesotho (dove è stato comunque dichiarato lo stato di emergenza, data la posizione geografica di enclave nel mezzo del Sudafrica). Zero casi, per ora, solo nelle isole Comore (Repubblica Islamica delle Comore). Il Nord Africa e il Sudafrica rimangono le regioni più colpite dal virus.

 

Tab.1 I 10 Paesi più colpiti

(fonte: OMS Coronavirus disease ‘COVID-19’, 2020; rielaborazione dell’autore)

Paese

Casi confermati

Nuovi casi

Decessi totali

Nuovi decessi *

Popolazione Totale

Sudafrica

5.951

304

116

13

59.190.120

Egitto

5.895

358

406

14

102.025.05

Marocco

4.569

146

171

1

36.841.060

Algeria

4.154

148

453

3

43.724.261

Nigeria

2.170

238

68

10

205.314.690

Ghana

2.074

0

17

0

30.970.300

Cameroon

2.069

237

61

0

26.439.176

Guinea

1.537

42

7

0

13.075.122

Côte d’Ivoire

1.275

0

14

0

26.672.355

Senegal

1.024

91

9

0

16.672.550

* Ultimo aggiornamento 29/04/20 alle 06:00 (GMT +1)

 

Il Continente ha superato i 40 mila casi in 53 Stati e circa 1.700 sono invece i decessi: sono queste le cifre, definite ufficiali dall’OMS, che provengono dall’Africa.

Ben poca cosa rispetto ai numeri del resto del mondo. Tuttavia, qui più che altrove, non v’è certezza alcuna sui numeri reali della pandemia. Infatti il numero assai inferiore rispetto ad altre aree geografiche può essere dovuto in parte a un’assenza o scarsità di monitoraggio poiché è certo che la totalità dei sistemi sanitari africani è meno strutturata di quelli europei ma è altrettanto vero che in tutti Paesi del Continente sono comunque presenti, soprattutto nelle capitali e nelle grandi città, presidi medico-sanitari sia locali, sia di organizzazioni umanitarie internazionali in grado di rilevare i focolai di contagio se non altro per campione. Osservando i dati OMS si nota che il maggior numero di casi è stato individuato in Paesi che potrebbero avere una sanità più strutturata, ma va osservato pure che Ruanda, Kenya, Nigeria, Senegal non presentano realtà medico-sanitarie così diverse da quelle di Marocco, Tunisia o Sudafrica. Inoltre, i rapporti fra la Cina e moltissimi Paesi africani sono intensi, sia a livello di relazioni commerciali, sia di spostamenti di persone da e per il Paese asiatico.

Queste generiche osservazioni fanno ipotizzare che il Covid-19 in Africa abbia un andamento diffusivo diverso da quello a cui abbiamo assistito in Cina, Corea del Sud, Europa o Stati Uniti.

Dall’inizio dell’epidemia l’OMS ha supportato i governi africani con una diagnosi precoce fornendo migliaia di kit di test COVID-19 ai Paesi, formando molti operatori sanitari e rafforzando la sorveglianza nelle comunità. 44 Paesi della regione africana dell’OMS possono ora testare COVID-19. All’inizio dell’epidemia solo due potevano farlo.

Attualmente l’OMS, con molte difficoltà, sta tentando di fare un censimento dei letti di terapia intensiva disponibili. Anche se i dati a disposizione sono assai frammentari, è noto che le possibilità e le capacità specifiche, in questo campo, sono oltremodo limitate.

L’OMS ha pubblicato una guida ai Paesi, che viene regolarmente aggiornata sull’evolversi della situazione. Le linee guida includono misure come la quarantena, i rimpatri dei cittadini e la preparazione idonea dei luoghi di lavoro. Inoltre l’Organizzazione sta collaborando con una rete di esperti per coordinare gli sforzi di sorveglianza regionale, epidemiologia, modellistica, diagnostica e cure cliniche e altri modi per identificare, gestire la malattia e limitare la trasmissione diffusa.

Molto importante risulta essere il “supporto remoto” che l’OMS sta fornendo ai Paesi interessati sull’uso di strumenti di dati elettronici, in modo che le autorità sanitarie nazionali possano comprendere meglio l’epidemia nei loro Paesi.

In conclusione di questa riflessione va evidenziato fortemente che la preparazione e la risposta avvenuta alle epidemie precedenti, diffuse nel Continente, hanno indubbiamente contribuito a formare una solida base per molti Paesi africani per affrontare la diffusione di COVID-19.

 

Nicoletta Varani

 

 

1 L’opposizione del Paese, gli attivisti dei diritti umani e gli organizzatori della protesta popolare anti-regime (Hirak) hanno subito percepito che si usava la pandemia per criminalizzare le opposizioni. Da più di un anno, infatti, la vecchia classe politica del paese è sotto la pressione delle manifestazioni popolari del venerdì (Hirak). Iniziate come risposta alla decisione dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika di candidarsi per la quinta volta, sono continuate dopo la sua rinuncia assumendo la connotazione di una domanda di cambiamento del regime ancora legato agli antichi collaboratori di Bouteflika (Brentegani, 2020).

2 Si rimanda a: » Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite (nota in lingua inglese).

 

 

Riferimenti bibliografici:

Baioni G., “Coronavirus, in Africa mancano terapie intensive, ventilatori e il lockdown è inapplicabile. Così i 30mila casi (ufficiali) fanno paura” (Il Fatto quotidiano, 26/04/2020)

Brentegani G., “Informazione e potere in Africa al tempo del Covid-19 (MissioneOggi, 28/04/2020)

Tiloine P. J., “Coronavirus: «Mortalité possible de 10% et infection effrayante des soignants» en Afrique” (LeMonde, 20/03/20)

Turin S., “Coronavirus in Africa: i timori della comunità scientifica e le criticità sanitarie del continente” (Corriere.it, 29/02/2020)

WHO, Coronavirus disease 2019 (COVID-19) Situation Report - 62.

WHO, Coronavirus disease (COVID-19), Situation Report – 103

» Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite


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