Arte e dintorni
Illegio. Padri e figli
16 Maggio 2018
 

Si è aperta la 15ª mostra internazionale di Illegio (Udine), a cura di don Alessio Geretti, fino al 7 ottobre 2018. Tema della rassegna, di quest’anno, è “Padri e figli” e si presenta come una delle più importanti mostre d’arte che il Friuli Venezia Giulia e il Nordest espone al pubblico e alle scolaresche sempre più attive e presenti.

Un tema meditato attraverso 60 opere d’arte italiane ed europee, con alcuni inediti, grandi capolavori e firme eccellenti.

Le opere scelte in un arco temporale di ventiquattro secoli di storia dell’arte (le opere più antiche, il Cratere apulo a colonnette raffigurante il distacco di Ettore da Andromaca e dal figlio Astianatte, da Ruvo in Puglia, come pure il gruppo scolpito con Enea, Anchise ed Ascanio, dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, risalgono al 400 a.C. circa; le più recenti, Il ritorno del figliol prodigo di Andrè-Jean-Bernard Monchablon, e Edipo piange sui corpi dei suoi figli, di Gabriel-Jeles.Charles Girodon, sono datate rispettivamente 1903 e 1912), riconducono a sei fonti principali – la mitologia classica, la Sacra Scrittura, le vite dei santi, la letteratura cavalleresca e romantica, il teatro, la poesia, conducendo il visitatore in una profonda meditazione su un legame talmente decisivo per la vita umana da segnalarla radicalmente: non ogni essere umano diventa genitore, ma ogni essere umano ha un padre, e quand’anche non l’avesse avuto nel senso pieno e relazionale del termine, ne ha un desiderio intimo incancellabile.

«Percorrendo le dieci sale della mostra», dice il curatore don Alessio Geretti, «l’occhio del visitatore viene avvinto da profili divini di sculture tormentate e brividi impetuosi di chiaroscuri barocchi, dal tocco delicato di pitture medioevali o da squarci di teatro in dipinti romantici che rievocano pagine antiche. Così la mostra di Illegio fa vivere, tra colpi di scena d’arte, padri e figli, storia dopo storia, le più incantevoli, le più convulse, le più struggenti, incise nei testi sacri dell’Occidente e così simili alle pagine segrete del nostro diario interiore. Attraverso le figure classiche della paternità, sosteremo sulla dolcezza dell’amore che teneramente si prende cura di chi ancora non sa nemmeno camminare, nella prima stagione della vita, o di chi non riesce più a farlo, perché s’approssima l’ultima. Bruceremo d’attesa con i figli che scrutano all’orizzonte del mare e il padre tornerà mai; cadremo interiormente come le manciate di terra lasciate in silenzio da alcuni padri sui figli perduti; poi, una vampa di speranza salirà dalle profondità dell’anima davanti all’abbraccio dei figli e dei padri ritrovati; stupiremo, infine, riscoprendo commossi che anche Dio è Padre. La paternità di Dio sta nel cuore dell’annuncio cristiano e distingue la nostra fede da qualsiasi altra visione di Dio offerta dalle altre religioni del mondo».

Notevole è la presenza in mostra di un capolavoro drammatico noto al mondo intero, attraverso una sua impressionante e magistrale replica voluta dai Musei Vaticani e oggi conservata a Bilbao in Spagna: il Laocoonte. Frutto di tre maestri provenienti da Rodi, ammirata a Roma nel palazzo dell’imperatore Tito, ritrovata nel 1506 e divenuta il punto di partenza di quelli che oggi chiamiamo Musei Vaticani. Secondo il mito, Laocoonte, sacerdote di Apollo, fu uno dei pochi che diffidando del cavallo di legno lasciato dai greci sotto le mura di Troia, cercò di dissuadere i troiani dal portarlo dentro la città. Due serpenti, venuti dal mare, lo aggredirono, mentre compiva sacrifici in onore di Poseidon, e lo stritolarono insieme ai suoi figli. Studi recenti sembrano dimostrare che i tre autori sarebbero eccellenti copisti dell’età di Tiberio e che l’originale sarebbe stato realizzato in bronzo.

La figura di Laocoonte, che ricorda quella del gigante atterrato da Atena nel fregio dell’Altare di Pergamo, è, in ogni modo, di valore artistico superiore a quella dei figli. Le contrazioni del corpo che si divincola, il movimento dei piani facciali, riescono ad esprimere, anche se enfaticamente, l’angoscia dell’uomo di fronte all’evento drammatico.

Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato.

(Giovanni 6,44)

Il termine «padre» ha innanzitutto una valenza sociale e psicologica. Da un lato, infatti, incarna l’asse portante di una famiglia, soprattutto in una società di stampo patriarcale, d’altro lato, come ci ha insegnato la psicologia moderna, delinea una trama di rapporti complessi nei confronti del figlio, dando il via anche a conflitti e a tensioni e non solo ai vincoli di profonda intimità. L’esposizione di Illegio, in gran parte nelle opere figurative che percorrono le sale ha, spesso, un valore teologico.

È noto, infatti, che in tutte le culture il titolo di «padre» è assegnato a Dio. Così fa anche l’Antico Testamento e, di conseguenza, è riconosciuto il titolo di «figlio» non solo al re davidico (Sal 2,7) ma tutti gli Israeliti, «figli del Dio altissimo» (Est 8,12q): «Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono»…ecc.

Gesù non fa che allinearsi a questa tradizione, per altro molto diffusa nelle pagine bibliche, imprimendo a essa un impulso nuovo. Infatti, si configura innanzitutto un legame unico tra Cristo e il Padre suo celeste: «Dio nessuno l’ha mai visto; proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).

Anche i cristiani, quindi, hanno Dio come padre, che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» non «per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,16-17). Il Padre celeste è generoso nell’amore nei confronti della sua creatura, anche quando essa lo tradisce, gli si ribella e lo delude: la parabola del «padre prodigo» di misericordia verso il «figlio prodigo» nel peccato ne è la rappresentazione più alta (Lc 15,11-32) (tema tra i più presenti in mostra).

La preghiera che Gesù insegna ai suoi discepoli è appunto il Padre nostro, che ha sottesa quell’invocazione aramaica di intimità filiale cara a Gesù, abba’ ossia «papà, babbo». È «lo Spirito del Figlio Gesù che nei nostri cuori grida: Abba’, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per volontà divina» (Gal 4,4-7). Il fedele deve, allora, raccogliere l’appello del Figlio Gesù: «Siate perfetti / misericordiosi come perfetto / misericordioso è il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,48; Lc 6,36).

 

Maria Paola Forlani


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