Diario di bordo
Annagloria Del Piano. Immigrazione: La famiglia Karim un anno dopo
Anes, Lukman e Rakia
Anes, Lukman e Rakia 
31 Gennaio 2018
 

Qualche attento lettore di Tellusfolio si ricorderà della vicenda, apparsa sulla rivista web e sulle pagine dei giornali locali nell’estate del 2016, riguardante una famiglia proveniente dalla Libia, padre e tre figli piccoli, ospitati in Valle – e precisamente a Teglio – grazie ad un progetto di collaborazione fra Prefetture e Parrocchia tellina.

Dopo la buona riuscita di quel progetto, Omar e i suoi tre bambini hanno lasciato il Centro di prima accoglienza che li ospitava in seguito al drammatico sbarco a Palermo da un barcone della speranza, in cui tra i tanti era purtroppo morta la mamma dei piccoli, e sono stati trasferiti a Montagna in Valtellina. Qui si trovano ormai da sedici mesi all’incirca, seguiti dalla Cooperativa Lotta contro l’Emarginazione, che ha fornito loro l’alloggio in paese e il sostegno previsto dalla legge e dal proprio statuto, ai fini di una buona integrazione e della ripresa di una vita quanto più possibile serena. In paese hanno stretto legami con alcuni vicini, altre famiglie con bambini con cui giocare o condividere un’attività sportiva e continua, naturalmente, il rapporto con i primi amici conosciuti in Italia, i volontari dei giorni più drammatici dello sbarco e dell’accoglienza, Mattia e Khadija, e con la loro famiglia che è stata, ed è tuttora, un forte e affettuoso sostegno.

I bambini, ad oggi, frequentano la scuola e sono contenti della loro sistemazione. Finalmente casa e quotidianità fatta di scuola, amici e famiglia! I più grandi, Rakia e Lukman si trovano alle elementari di Montagna, in terza, mentre il piccolo Anes, cinque anni appena compiuti, è alla scuola d’infanzia. Che dire? Tutto bene e ogni cosa sistemata?

Non è così, perché se il presente è al momento tranquillo e migliore di ciò che si è lasciata alle spalle questa famiglia, il futuro per Omar si annuncia senza prospettive certe, lasciandolo in una condizione di comprensibile preoccupazione per sé e per i propri figli. Per Omar non si è ancora trovata un’occupazione, questo è il punto. Si dirà che la disoccupazione è un fattore tristemente comune a molti, anche italiani, anche valtellinesi. Questo è un discorso che capita spesso di sentire, in effetti. Però occorre tener presente ogni contingenza di ciascun caso in particolare.

Omar è un uomo solo, genitore unico, col peso di una famiglia da mantenere, nella fattispecie tre bambini ancora così piccoli, un uomo che avverte la consapevolezza amara di non potersi affrancare dalla dipendenza verso un Paese, cui peraltro è immensamente grato. Per questo vorrebbe guadagnarsi onestamente da vivere, desideroso di potersi realmente realizzare nella propria autonomia, lavorando e occupandosi dei propri figli. Esattamente come ha sempre fatto, lui che in Libia, fino alla fuga dalla guerra, faceva il muratore e, come qualsiasi padre, insieme a sua moglie, di questo si premurava. O come è riuscito a fare, in quell’estate tellina, lavorando come tuttofare all’Hotel Combolo, frangente in cui ha potuto assaporare la condizione di autentica libertà di ricostruirsi, che ora va cercando...

Nella situazione familiare di Omar, c’è ovviamente da considerare la presenza dei tre figli, che hanno bisogno di cura nelle ore in cui lui dovesse trovarsi occupato. Si tratterebbe, perciò, di riuscire ad individuare un’occupazione magari part-time, o che comunque copra l’arco di ore scolastiche dei bimbi, che terminano la scuola alle quattro pomeridiane, oppure immaginare il coinvolgimento di altre risorse per l’assistenza ai bambini (del paese? del volontariato? Oppure, ad esempio, avvalersi dell’aiuto di una donna rifugiata, in modo di trovare un’occupazione anche a lei?). Sono tutte ipotesi, queste, che ci si permette di avanzare, nella consapevolezza delle difficoltà cui i soggetti istituzionali preposti ad occuparsene si trovano di fronte, in questo come nei molteplici casi che devono quotidianamente affrontare, quando si tratta di una materia delicata come l’integrazione sociale dei tanti immigrati, profughi e rifugiati nel nostro Paese.

Penso che riuscire a trovare un lavoro a chi si trova in Italia, in particolare nella condizione di esservi accolto per un tempo che si prospetta lungo, sia una condizione che ripaga la società ospitante, oltre che la persona in questione. Sentirsi integrato in un luogo, in un presente, passa per forza di cose, non solo dal parlare la stessa lingua ed apprezzare la stessa cucina – si fa per dire – ma soprattutto nell’aver consentita una vita autonoma, indipendente il più possibile, che possa diventare fondamenta su cui poggiare nuove basi, nuova legittima speranza.

 

Annagloria Del Piano

francespiper@libero.it


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