Lo scaffale di Tellus
Marisa Cecchetti. “L’amico perduto” di Hella Haasse
04 Gennaio 2018
 

Hella Haasse

L’amico perduto

Traduzione dal nederlandese di Fulvio Ferrari

Iperborea, 2017, pp. 141, € 16,00

 

 

L’amico perduto, pubblicato in Olanda nel 1948 col titolo Oereg, rimanda per contrapposizione al romanzo di Ulhman, L’amico ritrovato, di qualche decennio più tardi: sono contesti lontani e diversi quelli dei due romanzi, ma l’amicizia vera, costruita negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza, ha la stessa indiscutibile forza.

Hella Haasse nasce a Batavia, l’attuale Giacarta, nel 1918 ed a vent’anni si trasferisce in Olanda a studiare letteratura e recitazione. Lì pubblica questo suo primo importante romanzo quando ancora è in corso la guerra di indipendenza delle Indie olandesi, che porta alla separazione dall’Olanda nel 1949.

Sono due i protagonisti, uno è figlio del direttore di una piantagione nelle Indie Olandesi, l’altro è Urug, figlio di un indigeno che lavora alla piantagione. Le loro madri – una olandese ed una indigena – hanno portato avanti la gravidanza nello stesso tempo, si sono confidate timori e speranze; i bambini sono cresciuti come fratelli, inseparabili, ognuno unico custode dei segreti dell’altro. È talmente forte il legame, che il direttore decide di far crescere Urug accanto al proprio figlio e prende la responsabilità della sua educazione, aprendolo ad una formazione che altri indigeni della sua condizione sociale non si possono permettere.

Il ragazzino lentamente prende le distanze dalla sua gente, ma intanto è una presenza fuori luogo, che crea disagio nelle classi degli studenti bianchi. Il figlio del direttore non nota le differenze, nemmeno quelle del colore della pelle: Urug è “a metà strada tra membro della famiglia e subordinato. Mangiava e dormiva nelle camere della servitù ma passava con me la maggior parte del giorno”. Tuttavia le distanze tra colonizzatori e coloni sono profonde, come in tutti i rapporti servo-padrone, e il direttore le vuole mantenere, così cerca almeno di limitare l’accesso del figlio al kampong, le abitazioni recintate degli indigeni.

Il contesto in cui i ragazzini crescono e si formano è di una bellezza mozzafiato: non solo piantagioni, ma le foreste vergini del Preanger, con vegetazione rigogliosa e ruscelli, laghi, colori, profumi, animali selvaggi e canti di uccelli. E nasconde misteri e magie: “Le immense chiome degli alberi si intrecciavano alte sopra le nostre teste in un tetto sempreverde; non era molta la luce che riusciva a penetrarvi e noi avanzavamo come immersi nel chiarore smorzato di un acquario… Gelida e limpida acqua mormorava tra i cespugli… Il silenzio sotto quell’enorme volta verde aveva qualcosa di minaccioso”.

C’è una donna che si prende cura di Urug quando le scuole si diversificano e i ragazzi devono separarsi. Ne diventa un punto di riferimento. Lui ha nuovi contatti e comincia a guardare ed a giudicare la situazione coloniale con consapevolezza sempre maggiore: “La gente semplice, gli uomini dei villaggi, vengono mantenuti intenzionalmente nell’ignoranza. Avevate interesse a ostacolare il loro sviluppo. Ma adesso è finita. Ci penseremo noi”. Lui è consapevole, il suo amico è incredulo.

Il figlio del direttore parte per l’Europa per terminare gli studi. Passa sul mondo la guerra che lo vede combattere nella Resistenza, poi la nostalgia lo riporta nella terra dove è nato e che sente come casa sua. Ma forse non lo è mai stata.

Quello che trova è la cancellazione di un sogno. Solo, sulle rive di un lago che ha avuto una gran parte nella vita sua e di Urug, si trova improvvisamente davanti una persona che fatica a riconoscere, che tiene in mano una pistola: “Ebbi la sensazione che a quel momento ci avessero condotto, inesorabilmente, tutti gli avvenimenti a partire dalla nostra nascita”.

La Haasse gli affida la narrazione in prima persona: c’è il senso di libertà e l’entusiasmo del tempo in cui ha vissuto come in un Eden, il legame profondo e sincero con l’indigeno, l’amore per la terra che gli ha dato i natali e l’ha visto crescere, la oggettività stupita con cui prende atto dei cambiamenti, senza ombra di giudizio, ma con dolore.

 

Marisa Cecchetti


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