Arte e dintorni
Maria Paola Forlani. Ten Years and Eighty–seven Days 
“Dieci anni e ottantasette giorni”, il progetto fotografico di Luisa Menazzi Moretti che descrive in fotografia il tempo di morire dei detenuti in Texas
02 Maggio 2017
 

“L’arrivare con le catene non mi imbarazza più. A volte penso che ci metterebbero anche al guinzaglio, se potessero farla franca. Non avrei mai pensato che indossare le manette potesse diventare un modo di vivere”. Prima dell’ultimo atto, Martin Draughton, ha voluto prendere in moglie la sua amata. Nessun tocco è concesso, un muro di vetro separa mani e sguardi. “L’anello al dito dello sposo potrà essere infilato solo dopo l’esecuzione”, recita il regolamento. “Ci sono giorni che non ho voglia di uscire dalla mia cella. Sono quelli che temo di più perché è proprio così che ho iniziato a soffrire di depressione”, dice Arnold Prieto, anche lui condannato all’iniezione letale. “Mi sveglio e cerco di fare quel che posso. Lavo tutte le pareti, riordino la cella due, tre, quattro volte al giorno”.

Ten Years and Eighty-Seven Days / Dieci anni e ottantasette giorni, una mostra aperta al pubblico fino al 4 giugno 2017, promossa dal Comune di Siena, dall’Istituto Italiano di Cultura di Berlino e dal complesso museale Santa Maria della Scala ed è curata dalla stessa fotografa Luisa Menazzi Moretti.

Luisa Menazzi Moretti è nata a Udine nel 1964. All’età di tredici anni lascia l’Italia per trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti, dove in Texas, nella città di College Station, frequenta le superiori per proseguire a Houston i suoi studi universitari. In quegli anni inizia la sua passione per la fotografia; frequenta corsi prediligendo la stampa e lo sviluppo in bianco e nero. Ritorna a vivere in Europa, si laurea in Lingue e Letterature straniere Moderne, lavora a Londra per poi, dopo alcuni anni, trasferirsi in Italia. Le sue opere sono state esposte in musei e gallerie pubbliche e private e fanno parte di collezioni internazionali.

Dieci anni e ottantasette giorni è il tempo di morire (medio) per chi attende l’esecuzione capitale nel braccio della morte di Livingstone, Texas, tra condanna, appello e tentativi di commutazione della pena da parte di detenuti.

Dieci anni e ottantasette giorni” è il progetto con cui Luisa Menazzi Moretti ha dato corpo alle parole di quei detenuti trasfigurando in fotografia un periodo fatto di disperazione e sottile speranza. Sedici immagini, realizzate a grande dimensione, venute alla mente leggendo lettere pubbliche e atti ufficiali, poi tradotte in scatti, distanti da ogni realismo: «non volevo fare un lavoro di reportage sui penitenziari di Huntsville e Livingstone, di cui esistono già ottimi esempi come “Into the Abyss” di Wemer Herzog», racconta la fotografa ad Huffington Post, «né descrivere casi singoli, ma soffermarmi sulla parola, pensando alle immagini che potrebbero popolare le giornate dei condannati. Anche se la morte è sempre sullo sfondo, il mio è un progetto sulla vita». La scelta di affrontare un tema così potente non è casuale. «Mi sono trasferita in un paesino a pochi Km da Livingstone all’età di tredici anni, e in Texas ho frequentato le scuole, poi l’Università. Il braccio della morte mi ha sempre fatto un certo effetto». Per realizzare il lavoro, Menazzi ha scavato tra 538 testimonianze di persone decedute dal 1982, data di introduzione dell’iniezione letale (prima si utilizzava la sedia elettrica).

«L’ultima esecuzione risale al 5 ottobre scorso. È stato ucciso un uomo che si era dichiarato colpevole e aveva dichiarato di volersi sottrarre alla vita di inferno del carcere», racconta, «lo scorso agosto, invece, due esecuzioni sono state rimandate, tra cui quella di un ragazzo, entrato nel braccio della morte a 15 anni (oggi ne ha 34) la cui pena capitale è stata rinviata per quattro volte». Perché, a finire tra le mura di Livingstone, dove le vecchie sbarre delle celle hanno lasciato il posto a porte di alluminio per scongiurare ogni tentativo di fuga, «sono spesso giovanissimi tra i 18 e i 24 anni, con famiglie disastrate alle spalle, storie di droga e di armi. Vivono nel braccio della morte in totale isolamento, senza alcun programma di recupero. L’unico legame con il mondo esterno è una radiolina. In queste condizioni anche le piccole cose acquistano un valore straordinario». Come un cielo azzurro, sbirciato due volte la settimana in un cortile tra alte pareti alte otto metri. “Vederlo è davvero bello”, scrive nella sua lettera Armold Prieto.

Si può rappresentare visivamente il pensiero espresso dalla parola? È possibile dare linee, forme, colori alla logica sequenziale di un racconto, alle considerazioni articolate di una lettura o di una intervista? E si può raccogliere questa sfida, di per sé così impegnativa, utilizzando il mezzo artistico della fotografia, ovvero quel linguaggio che più di ogni altro sembra legato a una riproduzione mimetica della realtà aliena dal pensiero verbale? Nel suo progetto ispirato dalle parole dei carcerati nel braccio della morte in Texas Luisa Menazzi Moretti si è posta esattamente questo compito dando vita a un corpo a corpo serrato tra immagine e parola, tra rappresentazione visiva e rappresentazione verbale. Non si tratta di un velleitario tentativo di ‘traduzione’ letterale tra codici di due linguaggi espressivi profondamente diversi. Semmai sono proprio gli scarti semantici tra parola e immagine a essere interessanti. La fotografia si incunea tra i silenzi e le ombre del non detto, si pone a lato – e non di fronte – al testo scritto, come sua possibile estensione, non come rispecchiamento. Ѐ così che le immagini si riverberano sulle parole, illuminandole di suggestioni che una prima lettura non rivelava.

Nulla è più concreto della realtà di un prigioniero che aspetta il giorno indeterminato della sua esecuzione: la cella di pochi metri quadrati, le scarse ore di luce, i colloqui con i familiari, i pochissimi oggetti quotidiani. È uno stato che porta nel caso migliore a riflettere su se stessi e sul mondo, molto più frequentemente alla depressione e al disagio estraniante. L’attesa della morte, ineludibile nella vita di ogni uomo, assume qui una dimensione perversa, perché totalizzante.

Tuttavia le immagini di Dieci anni e ottantasette giorni rifiutano l’enfasi e sono lontane dal gesto eclatante della denuncia politica, così come da ogni ‘realismo’.

Sebbene l’artista consideri la pena di morte «un’assoluta e feroce contraddizione» in uno Stato che fa della difesa dei diritti civili uno dei suoi principi fondamentali, ed esprima a chiare lettere il proprio «sdegno» in proposito, le sue immagini non mettono a fuoco la crudeltà dell’esecuzione, la violenza di un potere esercitato in nome della presunta sicurezza collettiva contro il singolo; il loro spazio è invece quello dell’estenuante attesa interiore dei prigionieri, attraversata da fantasie, desideri, angosce. Quanto più Luisa Menazzi Moretti si concentra sull’apparente materialità del rappresentato – le lineette che segnano i giorni dell’attesa, i tasselli incastrati di un puzzle – tanto più le sue immagini tendono a farsi astratte. Ma è proprio in questa inquietante astrazione che esse finiscono per corrispondere alla concretezza dello spazio esteriore esposto nelle parole dei condannati.

 

Maria Paola Forlani


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