Aperitif all'Apeiron
Parmenide di Elea 
di Gianfranco Cordý
Parmenide ne
Parmenide ne 'La scuola di Atene' di Raffaello Sanzio 
29 Aprile 2017
 

Ospite del mio aperitivo del sabato qui all’Ápeiron è il filosofo presocratico Parmenide che è nato in Campania vicino Paestum a Elea.

GIANFRANCO: «Tu sei vissuto nel VI secolo avanti Cristo ma hai segnato con la tua speculazione una via che è rimasta ontologicamente tale nella storia dell’Occidente: la tua è la prima riflessione sull’essere in quanto tale».

PARMENIDE: «Passami i salatini».

GIANFRANCO: «Il tuo scritto poi è un poema, è scritto in versi, come nella storia della filosofia faranno dopo di te Empedocle e Lucrezio».

PARMENIDE: «Buono questo aperitivo. È analcolico?»

GIANFRANCO: «Sei stato condotto su un carro trascinato da cavalle davanti a una Dea».

PARMENIDE: «Oh, Gianfranco. Era molto bella la Dea».

GIANFRANCO: «Essa ti ha indicato tre vie di ricerca».

PARMENIDE: «La prima via di ricerca indicatomi dalla Dea era quella verace, quella vera. La seconda quella sempre falsa e la terza quella di un opinione, che resta sempre un fatto umano legato ai deprecabili sensi, plausibile».

GIANFRANCO: «L’una che “è” e che non è possibile che non sia».

PARMENIDE: «L’altra che “non è”, e che è necessario che non sia».

GIANFRANCO: «E poiché tutte le cose sono state denominate luce e notte,/ e le cose che corrispondono alla loro forza sono attribuite a queste cose o a quelle,/ tutto è pieno ugualmente di luce e do notte oscura,/ uguali ambedue, perché con nessuna delle due è il nulla».

PARMENIDE: «L’essere è e non può non essere».

GIANFRANCO: «Dunque l’essere ha due proprietà: 1) esso è; 2) esso non può mai non essere».

PARMENIDE: «Sì, l’essere esiste: questa è la via della verità».

GIANFRANCO: «Mi vengono in mente, non so perché, la potenza e l’azione aristoteliche. Una coppia che non ha ancora fatto l’amore ha in potenza il fatto che possa un giorno nascere un figlio chiamato Pietro. Ma secondo la tua teoria solo l’essere è: quindi questo fatto in potenza è nulla».

PARMENIDE: «C’è solo quello che c’è e non può non esserci».

GIANFRANCO: «Dunque tu giustifichi Auschwitz: visto che c’è solo quello che c’è e non può non esserci, non ci sono alternative al genocidio ebraico perpetuato da parte di Hitler: esso doveva essere quello che effettivamente è stato».

PARMENIDE: «Lungi da me. Io rifletto sull’essere».

GIANFRANCO: «Questo essere ingenerato, incorruttibile, tutto intero, immobile, tenuto assieme ad potenti legami, permanente sempre identico nel medesimo stato, uno, continuo, indivisibile, tutto uguale, tutto pieno di essere, finito, tutto raccolto nel presente, alla fine questo essere che cos’è?»

PARMENIDE: «Lo stesso è il pensiero e ciò a causa del quale è pensiero,/ perché senza l’essere nel quale è espresso/ non troverai il pensare».

GIANFRANCO: «Dire e pensare l’essere è la stessa cosa che l’essere».

PARMENIDE: «Lascia stare l’ermeneutica di Gadamer che non c’entra niente».


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