Oblō cubano
Virgilio Piņera. Come ho vissuto e come sono morto (1956)
13 Marzo 2017
 

Ho vissuto, salvo alcune soddisfazioni di tono minore, come un miserabile. Un miserabile è un essere umano il cui sedere è sempre a disposizione di tutti i piedi; assolutamente di tutti i piedi, compresi gli stessi piedi dei miserabili. Un dettaglio curioso: se un giudice o un giornalista mi chiedesse quale animale ho visto di più in vita mia, gli direi senza esitazione che è lo scarafaggio. Più che cani e gatti, animali che sempre vincerebbero in un concorso sui compagni dell'uomo. E ho giurato, in uno di quei rari giorni in cui il mio stomaco era pieno, che se per un colpo di fortuna riuscissi a nobilitare la mia vita, nel mio scudo comparirebbe un magnifico scarafaggio d'oro in campo azzurro... Eppure, odio profondo, concentrato; odio fatto di gemiti e sospiri dovrei avere per questi animali. Passava un altro anno di vita e la miseria progrediva, allo stesso modo gli scarafaggi si facevano più numerosi intorno a me. E come alcuni, a fine anno, sono gratificati con denaro, azioni, regali, palazzi e persino donne, il mio regalo, le mie azioni, i miei dividendi erano gli scarafaggi. Ricordo specialmente una fine d'anno, persino più miserabile di altre, durante la quale entrando nella mia stanza, prostrato fino allo sfinimento (venivo da una di quelle riunioni pasquali di impiegati di quinta categoria), uno sciame di scarafaggi, mentre accendevo la luce, uscì fuori svolazzando in ogni direzione, come quel pubblico che prorompe in applausi mentre passa il suo caro sovrano... Perdonatemi, ma non posso omettere di menzionare questi animali. Inoltre, se non parlo degli scarafaggi, di cosa posso parlare? Gli scarafaggi sono stati muti testimoni dei miei lamenti, della mia fame, dei miei fallimenti, dei miei terrori. Perché uno esce, può incontrare un amico e raccontargli la sua fame; vedere un cugino e chiedergli un peso in prestito; arrivare, dopo inenarrabili tribolazioni, persino alla tavola di un ministro e implorare alcune briciole, ma l'amico, il cugino o il ministro non sono muti testimoni della nostra vita. Loro ci sono in quel momento, gli scarafaggi per sempre.

Al principio, voglio dire, negli anni in cui ancora l'anima poteva sperare, cercavo di sterminarli; dopo un faticoso assalto contro questi insetti, mi dicevo che tutto sarebbe cambiato, che la fortuna mi avrebbe sorriso: se non esisteva un solo scarafaggio nella mia stanza, neppure la mia vita poteva avere l'infimo valore di uno scarafaggio. Qualcuno, sicuramente, già si avvicinava alla mia porta per offrirmi la saporita polpa dell'abbondanza; udivo chiaramente i suoi passi e persino vedevo la sua mano tesa, piena di doni. Ma arrivarono, invece, quegli anni in cui solo si odono i rumori sinistri di uno stomaco vuoto; fu allora che smisi di sterminarli, compresi che erano parte di me, che il resto del mondo mi risultava pura apparenza e loro l'unica realtà. Tutto mi sfuggiva meno gli scarafaggi; si imposero così fermamente che cominciai a vedere ali di scarafaggio al posto delle braccia delle persone e zampe invece delle gambe. La cosa finì in catastrofe il giorno in cui dissi a un signore che mi aveva appena regalato un abito usato: “Dio gliene renda merito, scarafaggio...”. Mi sentii sprofondare. Corsi nella mia stanza e mi chiusi dentro. Decisi di non uscire più per strada. Ero perduto: se vedevo il mondo come un enorme scarafaggio, che cosa potevo sperare dai miei simili? Non si è mai sentito di uno scarafaggio che abbia fatto qualcosa di costruttivo; al contrario, divorano tutto quel che trovano nei paraggi. Quindi, perché continuare a lottare... Dopo pochi giorni stavo morendo. Ma questo fatto non cambiò minimamente le cose: gli scarafaggi proseguirono fedelmente andando e venendo, svolazzando, diffondendo il loro odore nauseabondo, facendo quel rumore orrendo con le loro ali, e siccome la mia prostrazione si accentuava sempre di più, cominciarono a posarsi sul mio corpo; al principio, timidi, dopo più audaci, divorando pezzetti di tela in attesa di qualcosa di meglio; una falange avvisava l'altra, e, in una breve illuminazione dei miei sensi, percepii il loro peso tremendo, come un'armatura sopra le mie ossa. Sarà azzardato pensare che la giustizia, abbattendo la mia porta, avrà lanciato un grido di stupore contemplando lo scarafaggio più grande sulla faccia della terra?

 

 

(Da: Virgilio Piñera, Cuentos fríos, 1956)

Traduzione di Gordiano Lupi


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