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Sandra Chistolini. Università, luogo di dialogo nelle differenze 
Le domande degli studenti e le risposte del Papa
18 Febbraio 2017
 

Roma 17 febbraio 2017 ore 10:00 – In una giornata delicatamente soleggiata, tra docenti composti e studenti ansiosi di vedere e sentire la massima autorità della Chiesa di Roma, Papa Francesco ha fatto il suo ingresso nella più giovane delle Università della Capitale. Accolto da tutti, dal Rettore e dal personale che, per quell’ora, ha accantonato le email, senza dimenticare in ufficio il cellulare necessario alle foto di rito. C’erano anche diversi bambini, icona ormai immancabile nelle uscite del Pontefice che, sempre lieto, china il suo sguardo paterno sui piccoli da accarezzare e da benedire, mentre le mamme, a stento, trattengono la commozione. Senza contare quelle piccole manifestazioni di gioia di chi può vantare di averlo potuto perfino toccare. Non so se alcuni lo hanno notato, ma l’incedere di questo Papa è veramente singolare. Si guarda intorno, saluta e si ferma, parla e accetta i selfie, non si direbbe compiaciuto, ma certamente mostra un fare non ritroso. Ha una comunicazione immediata con le persone che lo avvicinano e, quando passa, squaderna sorrisi. A chi magari offre un piccolo dono, come la frase scritta dalla ragazza in prima fila sulla carrozzella, rivolge un attimo in più e la lettura attenta quale segno di profondo apprezzamento, per poi conservare quel testimone di bene nelle pieghe dell’abito o nel passaggio di mano, inosservato, al fedele custode della Sua persona. Era sceso dall’auto con semplicità incredibile, si era aggiustato la papalina, inavvertitamente scomposta, e poi giù strette di mano e consuetudini da persona di famiglia giunta a trovare i vicini di casa, illustri certamente, legati dal comune intento dell’educare. Il Rettore Mario Panizza ripete più volte il concetto della missione, rafforzandolo con quello della ricerca dell’armonia tra le culture. Tra l’altro cita il Cinquecentenario della Riforma e le tesi di Lutero per ricordare la vocazione alla tolleranza che ci attende in una Europa dell’incontro e dell’accoglienza.

Le quattro domande degli studenti su violenza, comunità, globalizzazione, migrazioni, affondano il dito nei quattro dilemmi della società odierna: 1) Quali medicine per contrastare un agire di violenza? 2) Qual è il significato per Roma di un Papa che viene dall’altro capo del mondo e qual è il ruolo dell’università in questa città communis patria? 3) Davanti al cambiamento d’epoca che stiamo vivendo è necessaria una coraggiosa rivoluzione culturale. In un mondo globalizzato veicolato dai social network come possiamo raggiungere per carità intellettuale il rinnovamento costruttivo della società? 4) Sono siriana venuta da Lesbo con mio marito e mio figlio, sono integrata in questa città. Chi ha paura delle persone che vengono dalla Siria sente una minaccia alla comunità cristiana?

Il Papa confessa di aver letto le domande prima di venire e di averci riflettuto sopra. Annuncia che le risposte ufficiali le leggeremo nelle comunicazioni formali, nel sito sui discorsi del Papa, le risposte del cuore le vuole invece dare in presenza: “Così come mi viene ora spontaneamente”. Il nucleo del parlare ruota intorno a concetti, figure, esempi. I concetti: il dialogo; l’unità; la concretezza; l’identità. Le figure: la guerra, il poliedro, il nulla. Gli esempi: l’Argentina, l’Africa, la Svezia. Vediamo allora le risposte spontanee che sgorgano dal cuore.

La violenza deriva dall’anonimità dell’uno verso l’altro, la prima medicina è il dialogo, in una società mondiale dove la politica si è abbassata tanto, si perde il senso della costruzione sociale, della concretezza sociale, il linguaggio fatto di grida è quello dal quale inizia la guerra. L’Università deve essere il luogo del “lavoro artigianale del dialogo”, il luogo dove chi pensa in un modo diverso possa dialogare con l’altro. Le università di élite sono ideologiche, sono agenti di un solo modo di vedere, ma quelle non sono università del dialogo, del rispetto, dell’amicizia, del gioco. L’università c’è per imparare a vivere il vero, il buono, il bello e questo è un cammino universitario che non finisce mai. I vecchi insegnano ai giovani e fanno la strada insieme. Se non impariamo a prendere la vita da dove viene e come viene non impareremo mai a vivere. La vita viene spesso da una parte che non ci si aspetta, ed allora bisogna prenderla senza paura. L’Università deve cercare l’unità non l’uniformità che toglie la possibilità della differenza. A questo punto, emerge la figura del poliedro che rappresenta il concetto appena espresso. Il pericolo mondiale è quello di concepire la globalizzazione nella omogeneità. Carità intellettuale significa non farsi togliere la libertà di dire “no”. Allora bisogna prendere la sfida di trasformare la liquidità in concretezza, anche dal punto di vista economico. Come si può pensare ai Paesi sviluppati senza lavoro per i giovani? 40%, 50%, 60% di disoccupazione giovanile! La liquidità toglie il lavoro. I giovani non sanno cosa fare e così c’è il suicidio, si arruolano nell’esercito terrorista perché non sanno che cosa fare. Quanto all’identità cristiana dell’Europa e la paura, diciamo che la paura nasce quando viene gente di altra cultura. Le emigrazioni non sono nate oggi, pensiamo ai Normanni.

L’emigrazione è una sfida per crescere. In Argentina si vede bene e “a Lesbo ho sofferto tanto”. I migranti fuggono dalle guerre e dalla fame. La soluzione ideale sarebbe smettere le guerre e non aver più gente che muore di fame, fare investimenti in quei Paesi per far vivere le persone. Ma lo sfruttamento continua. Pensiamo al lavoro di deforestazione e poi a quello di forestazione. I migranti vanno accolti e integrati. Quattro anni fa a Lampedusa cominciava il fenomeno, adesso si ripete tutti i giorni. Il Mare Nostro è un cimitero! Come si devono ricevere e accogliere? Come fratelli umani. Sono uomini e donne come noi. Si deve dire quanti se ne possono accogliere e si deve provvedere. Portano una cultura che è ricchezza per noi: lo scambio tra culture toglie la paura. In Svezia, per esempio, i migranti ricevono subito casa, lavoro, lingua, sanno accogliere, accompagnare, integrare e questa è l’alternativa alla paura. Le risposte telegrafiche sono articolate in un discorso organico che non lascia spazio a doppi sensi e a fraintendimenti. La pedagogia della certezza di Papa Francesco sfida il malessere del tempo nel quale viviamo e continua ad insegnare verità inalterate, con ferree dimostrazioni di logica aristotelica.

 

Sandra Chistolini

 

 

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