Lo scaffale di Tellus
Marisa Cecchetti. “La cosa giusta” di Michele Cocchi
04 Febbraio 2017
 

Michele Cocchi

La cosa giusta

Effigi, 2016, pp. 240, € 14,00

 

Si sviluppa attraverso l’alternarsi di due protagonisti, La cosa giusta di Michele Cocchi, pistoiese e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza. Si tratta di un ragazzo sedicenne in fuga e di un uomo non precisato, dei quali non ci è svelato il legame. Terrificanti le condizioni in cui conosciamo l’uomo, con una ferita profonda ad una gamba che lo costringe a strascicarla con dolore, in un ambiente totalmente devastato, sia la casa che il luogo di lavoro. Trucidati a colpi di roncola i suoi cani d’allevamento. Lui riesce a recuperare il fucile e si mette all’inseguimento del ragazzo. Non sappiamo perché tutto questo sia successo, ma immaginiamo una immediata vendetta.

Il ragazzo ha sedici anni e si allontana dal paese per salire verso la montagna, guardingo e spaventato, infangato. C’è un torrente sul suo camino. All’improvviso compare un uomo sconosciuto che porta due secchi da riempire ad una pozza. È affidabile e pacato, non chiede ma intuisce, offre generosamente il suo aiuto per quella notte.

Così si scopre una comunità di persone che vivono in una fattoria lontana da tutto, che coltivano la terra e allevano animali. Hanno rinunciato alla elettricità, fanno tutto da soli, tornati a vivere con i frutti della terra e secondo la Natura.

L’accoglienza è immediata ma non invadente, la privacy è tutelata -a dimostrazione che lì ognuno si è rifugiato col peso del proprio passato-. Il ragazzo vorrebbe andarsene subito, ma scatta la magia del luogo che piano piano lo conquista, lo tranquillizza e lo trattiene. Il lavoro della terra, la cura degli animali, i ritmi regolari delle giornate, i pasti consumati in compagnia, le presenze sia pur originali ma quotidiane, lo legano alla nuova esperienza di vita. Gli altri imparano a stimarlo e ne apprezzano le capacità. Sa avvicinarsi agli animali, soprattutto alla cagna Laika, un animale scartato da tutti e aggressivo. Lui sa come abituarla alla propria presenza: evidente il rimando alla volpe e al Piccolo Principe di Saint-Exupéry, allo stesso tempo la figura dell’adulto che diventa un riferimento per il ragazzo rimanda a Calvino de Il sentiero dei nidi di ragno.

Ci chiediamo come possa essere stato il vandalo omicida quell’adolescente che sa capire i problemi degli altri, che offre spontaneamente il suo aiuto.

Quello che lo insegue, in una atmosfera da film western, è l’uomo col fucile. Lentamente se ne ricostruiscono l’identità e il passato. Si scopre soprattutto una sua battaglia perduta contro l’alcool ed una serie di violenze ad esso legate.

Cocchi sa coinvolgere fin dalle prime righe, costruendo immagini ben definite in un crescendo di tensione narrativa che afferra il lettore, tensione che si scioglie forse troppo rapidamente nel finale, lasciandoci con la curiosità di saperne di più. L’ambiente è indagato con occhio cinematografico, ogni sequenza, ogni gesto, sono scanditi con precisione e ritmo. La Natura compare in tutta la sua forza ma non è una Natura sempre amica, anzi: diventa specchio degli stati d’animo, quando si levano odori di marcio e di putrefazione o venti crudeli flagellano, facendo eco al dolore degli uomini. Non c’è neppure una fiducia romantica nella Comunità ideale dove le lotte interne si possano finalmente placare, perché ognuno ha i propri fantasmi con sé e basta poco per far riaffiorare le ferite, il risentimento. Ed anche il vuoto.

Interessante scoprire nel registro linguistico di Cocchi espressioni del parlare toscano come bozzo, mota, cavagna, metato, e sentire dovunque il suo forte legame alla terra insieme all’amore per quelle montagne dietro cui lui cela senz’altro il suo Appenino.

 

Marisa Cecchetti


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