Diario di bordo
Vincenzo Donvito. Dal caso Usa/Trump in poi (e prima) 
Perché la globalizzazione serve ai consumatori mentre i muri no
27 Gennaio 2017
 

Firenze – Una tassa sulle importazioni di prodotti messicani negli Stati Uniti, come quella del 20% suggerita dal governo di Donald Trump per finanziare la costruzione del muro al confine con il Messico, implicherebbe che il muro lo pagherebbero i consumatori statunitensi e non i messicani come dice Trump. È quanto afferma il ministro degli Esteri messicano, Luis Videgaray. «Un'imposta sulle importazioni di prodotti messicani negli Stati Uniti non è un modo per far sì che il Messico paghi il muro, ma un modo perché lo paghi il consumatore nordamericano, che pagherebbe più cari avocado, lavatrici e televisioni», ha detto il ministro parlando in conferenza stampa all'ambasciata messicana a Washington.

2+2=4. È questa l’espressione aritmetica che ha ispirato il ministro messicano. Mentre sembra che l’aritmetica del presidente Usa non faccia riferimento agli stessi dettami più o meno universali. Ma a quelli del 2+2= 5 o 3, a seconda dell’opinione di chi fa questa somma.

Questo è solo l’ultimo dei tanti casi eclatanti che, nel mondo, si manifestano da parte di coloro che villaneggiano la globalizzazione, l’universalità e il federalismo, rei di povertà, miseria e mancanza di libertà. È più che notorio, invece, che è proprio grazie al modello globalizzato che nel mondo le persone muoiano molto meno di fame e di stenti; ma questo è il mondo dove 2+2 = 4 e non 3 o 5. Cioè quello di chi tutti i giorni e tutti i minuti lavora per il bene dell’umanità, per la crescita della ricchezza e della felicità, contro le guerre e contro violenze e discriminazioni, per accogliere i profughi di tutto il mondo e dar loro una speranza. Non quello di chi parla alla sua pancia e a quella piena (spesso finta vuota) di alcuni cittadini, forte delle sue ricchezze accumulate anche grazie al sistema che dice di combattere, forte di un sistema mediatico che non sembra mai essere contento se non quanto parla male di qualcuno per il solo fatto che governa in modo assennato o fa opposizione in modo ragionato… qualcuno che scambia il proprio desiderio di potere per il bene pubblico, la endemica necessità umana di novità e avventura come rimedio a ciò che non funzionerebbe.

Un nostro inno alla conservazione? No! Un invito a guardare la realtà, i fatti, i numeri. Ad essere implacabili contro gli incapaci e i ladri di ogni risma, ma colpendo con precisione e non nel mucchio. Perché se oggi gli italiani non prendono piu’i bastimenti per andare nelle Americhe o i treni “bestiame” per andare nel nord Europa, è proprio grazie alla tanto vituperata globalizzazione, all’Unione Europea per quanto ci riguarda in senso più stretto. Quella Unione senza la quale oggi pagheremmo una telefonata dieci volte di più, oppure non risolveremmo mai le contese coi gestori di servizi pubblici e privati, oppure non manderemmo i nostri figli a perfezionarsi nelle università di Parigi, Londra o Berlino, oppure… chi più se ne ricorda li aggiunga. Proprio come i consumatori statunitensi che ora dovranno fare i conti col muro trumpiano.

Certo, non sono tutte rose e fiori. C’è la gigantesca e fondamentale questione del riscaldamento climatico e degli equilibri per la sparizione della biodiversità: figli degeneri, insieme ad altri problemi, della globalizzazione dissennata e non intelligente e armoniosa. Problemi che ci sono e che –così come stanno le cose, senza dietrologie e recriminazioni inutili sul latte versato– ci fa gioco affrontare con un mondo in cui si muore di meno e si è più liberi. Situazione che, per esempio, ci consente, senza essere tacciati di nazismo e motore dei privilegiati, di parlare del pericolo dell’esplosione demografica.

 

Vincenzo Donvito, presidente Aduc


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